
Giorgia Persico
Una sala non abbastanza grande da far sedere tutti, un leggio con un microfono coperto da una bandiera gialla, all’interno una stella rossa a cinque punte, tre lettere, in parte, la circondano:
Y P G; Yekîneyên Parastina Gel, in arabo, حماية الشعب, Unità di Protezione Popolare.
Milizia fondata nel 2012 dal leader Sîpan Hemo che si occupa di difendere la regione autonoma curda nel Rojava, territorio situato a nord-est della Siria, considerato una delle quattro parti del Kurdistan.
Terra di roccia, “Petra,” e olio, “Oleum”. La sua condanna. Lacerata e offesa per anni.
Il popolo non la lascia nelle mani dei “barbari” e, compatti, combattono con lo storico nemico Ottomano.
Lo scorso 9 ottobre inizia l’orrore chiamato, paradossalmente, “Fonte di Pace”; l’obiettivo è quello di reinserire nel territorio curdo i rifugiati siriani, un grave pericolo che sfocerebbe in guerra d’etnia, sangue arabo alleato della Turchia contro sangue curdo.
Situazione raccontata dal Presidente di Rete Kurdistan Parma, indossa una Kefiah rossa gialla e verde, i colori della bandiera curda, il giallo di quel sole che non può tramontare. Rappresentante del popolo curdo a Parma, parla di democrazia, uguaglianza e fratellanza, denuncia il silenzio dell’Europa, denuncia l’indifferenza dell’ONU, con rabbia chiama «barbaro» Erdogan, presidente della Turchia, – l’uomo che nel 2003, dopo la visita alla corte di George Bush a Washington Dc, come riportato da «L’Intellettuale Dissidente» si pronunciava così: “La Democrazia è un prodotto della cultura occidentale e non può essere applicata per il Medio Oriente, che ha un diverso background culturale, religioso, sociologico e storico”.-
Il Presidente di Rete continua, poi, parlando di intere famiglie divise, «alcuni sono morti» dice, «ha fatto costruire un muro, come quello di Trump!» continua. Ricorda però, nella grande fragilità di un popolo deriso e sradicato, la forza e il coraggio delle donne curde. Sono loro le protagoniste di questo incontro che, fra gli altri, si inserisce nel programma “Contro la violenza sulle donne”, -progetto nato da un’idea di Emanuela Rizzo, è stato organizzato da Luca Ariano e Fabrizia Dalcò, con il supporto di VocInArte e il Patrocinio dell’Assessorato alle Pari Opportunità del Comune di Parma – .
Il femminismo,insieme alla democrazia e all’ecologismo¸ rappresenta il caposaldo dell’Unità di Protezione Popolare, difatti a questa si affianca la Y P J -(forse sarebbero dovute essere queste le lettere da esporre) -, Yekîneyên Parastina Jin, Unione di Protezione delle Donne, il sesso “forte” del Risorgimento ottocentesco e le combattive suffragette novecentesche hanno lasciato spazio alle nuove eroine, questa volta però non è l’Occidente a fare da scenario. Aldilà dei confini occidentali, una mezzaluna fertile che ha visto, per la maggior parte, mancare ai diritti delle donne ora ha fame di rivincita.
La coalizione “rosa” vede come esponente Nasrin Abdalla, nel 2014 impegnata nella difesa di Kobane dagli attacchi dell’Isis. Oggi, la resistenza femminile, sembra essere dimenticata, dopo aver eliminato il califfato islamico, le potenze mondiali le abbandonano; le promesse di Donald Trump divengono fittizie, gli Stati Uniti abbandonano la Siria.
Sole con il sole, le donne curde non abbracciano bambini ma fucili, prendono il posto dei mariti, figli e nipoti uccisi, in tanto che i Ponzio Pilato del mondo se ne lavano le mani.
Quel femminismo islamico così chiamato dalle stesse, lo portano avanti con orgoglio e determinazione, difendono i più alti diritti di libertà mentre numerose donne vengono violentate, uccise e lapidate, è il caso di Hevrin Khalaf , 35 anni, segretaria del Partito Futuro siriana, un’attivista dai capelli neri e gli occhi scuri come quella terra per cui combatteva, forte e determinata, insegnava alle sue donne l’amore per il proprio corpo, troppo volte offeso e venduto al mercato come carne cruda, a lei, il corpo è stato traforato da armi militari e la sua testa fracassata. Un elemento però è rimasto, l’anima. Vola nei cieli della Siria, è a fianco delle sue guerriere. Quel sole fra il colore rosso e verde deve brillare, lì è Hevrin insieme a Asia Ramazan Antar e Ayse Deniz Karacagil, vittime anche loro di questa assurda guerra.
Lo scorso mese «Repubblica» pubblicava questa lettera:
«Come donne siamo determinate a combattere fino a quando non otterremo la vittoria della pace, della libertà e della giustizia».
«Vi stiamo scrivendo nel bel mezzo della guerra nella Siria del Nord-Est, forzata dallo Stato turco nella nostra terra natale. Stiamo resistendo da tre giorni sotto i bombardamenti degli aerei da combattimento e dei carri armati turchi. Abbiamo assistito a come le madri nei loro quartieri sono prese di mira dai bombardamenti quando escono di casa per prendere il pane per le loro famiglie. Abbiamo visto come l’esplosione di una granata Nato ha ridotto a brandelli la gamba di Sara di sette anni, e ha ucciso suo fratello Mohammed di dodici anni».
Le donne curde hanno avanzato una serie di richieste: stop alla vendita delle armi a Erdogan, fine dell’invasione e dell’occupazione della Turchia nella Siria del nord; istituzione di una No-Fly zone per la protezione della vita della popolazione nella Siria del nord e dell’est; prevenire ulteriori crimini di guerra e la pulizia etnica da parte delle forze armate turche; garantire la condanna di tutti i criminali di guerra secondo il diritto internazionale; attuare sanzioni economiche e politiche contro la Turchia; adottare provvedimenti immediati per una soluzione della crisi politica in Siria con la partecipazione e la rappresentanza di tutte le differenti comunità nazionali, culturali e religiose in Siria.
Sì, stop alla vendita delle armi! Se davvero “l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” possa contribuire alla fine di questo atroce massacro.
L’iniziativa in piazza Ghiaia, “Voci di donna. Poesie e testi del mondo curdo”, ha mostrato voler essere esempio di solidarietà, la cultura come cura del male, poesie che trasportano le menti nell’aridità di quei deserti, nelle case di quelle donne abbandonate e nelle stanze di bambini innocenti, abituati troppo in fretta alla morte.
«Viva la libertà! Via la democrazia! Viva la pace! Viva l’uguaglianza! Viva il popolo Rojova!» Grida il presidente dell’associazione asse Kurdistan-Parma, a cui segue Haisam, poeta curdo, recita in arabo, la lingua è elemento identificativo del popolo.
Un solo suono, un ritmo sconosciuto tradotto poi in italiano. Versi che hanno maggiormente colpito forse perché le sue radici, di fronte a tanta crudeltà, stanno seccando.
Un appuntamento durante la tregua è questo il titolo dell’opera.
Mi dispiace molto, Oh essenza d’amore, donna a cui la guerra ha strappato la sua verginità
Mi dispiace amore mio, mi dispiace per il caos delle mine che hanno lasciato dentro me
Mi dispiace per la desolazione e per averti trascurato anche questa sera e per ogni serata effimera passata sul dorso dei proiettili.
Ti chiedo perdono, la nostra serata si è conclusa e abbiamo sentito che la tregua fra i soldati è cessata.
Ti ho raccontato la guerra, la giustizia, il buio, le nostre sventure, la morte disperata e la prigione.
Ti ho raccontato la coscienza degli indifferenti ma ho dimenticato di dirle che la pace al tempo delle armi arriva solo quando la incontri.
Gli accordi per fermare la guerra non mi interessano quando sono con lei, ho raccontato la crudeltà di chi governa e la follia di chi decide nel nostro paese, ho raccontato del popolo curdo affamato e perduto e di alcune città scomparse.
Delle trecce delle madri bruciate e degli uccellini seviziati ma ho dimenticato di baciare la sua mano e di cambiare dito, anello di argento.
Ho dimenticato di sfiorare il suo polso, la mia seconda patria.
Ho dimenticato di dire che ai tempi dell’inferno l’umanità intera è invecchiata ma la sua femminilità soltanto è rimasta fresca.
Mi dispiace per la nostra serata, perdonami ma non perdonare chi ha annunciato la fine, non avrebbe tregua. Non importa.
Riflesso dei bei tempi perduti, aspetterò la tregua futura e ti prometto che al prossimo appuntamento non perderò occasione per dirti quanto sei bella e emozionante anche al tempo dei vigliacchi.
Altre sono state le poesie lette, un momento di raccoglimento verso la popolazione curda. Con la speranza che in tempi di guerra ci sarà ancora chi non ha dimenticato l’amore.La Siria grida, sputa sangue. Guerriere arriverà il giorno in cui abbandonerete i fucili e tornerete ad abbracciare i vostri figli.
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