Il direttore è incinta

Ilaria Colella

«Per me quello che conta in realtà è il talento e la preparazione con cui si svolge un lavoro». Come contraddire
le parole pronunciate da Beatrice Venezi, classe 1990, originaria di Lucca, giovanissima direttrice…anzi
giovanissimo direttore…giovane persona che dirige un’orchestra di affermata fama internazionale?

«Sono direttore d’orchestra, non direttrice» precisa ad Amadeus nell’attesa della busta che avrebbe rivelato il
vincitore delle nuove proposte di Sanremo 2021. Ed è proprio su questo punto che si è sollevato un dibattito che
ha diviso l’opinione pubblica e che ha trovato eco nei media: “Bravissima! Ben detto! Direttrice è cacofonico,
come tanti altri femminili! Altro che superflue regole grammaticali, la realtà è un’altra! Non ghettizziamo le
donne con nomi che in italiano non esistono!” “Eresia! Anni e anni di lotte femministe buttate all’aria! Questo
è un palese sintomo di una società ancora maschilista!”
«La posizione ha un nome preciso e nel mio caso è direttore», continua Beatrice Venezi. Le buone intenzioni
di questo giovane talento italiano non si possono che lodare: chi non sognerebbe una società fondata
sull’eguaglianza, pari diritti e pari opportunità? (Spoiler: a quanto pare ancora troppo pochi…)
Vero è che la disuguaglianza che contagia la società contemporanea non si può risolvere declinando
semplicemente un sostantivo al femminile. Eppure non è da sottovalutare l’importanza che rappresenta la
questione linguistica. Le lingue non sono delle super-entità fisse, immobili, eterne, che dettano le loro rigide
regole sulle diverse comunità di parlanti. Le lingue sono l’ombra cucita ai piedi dei parlanti stessi: esistono,
mutano, vengono definite dalle persone che le usano. Sono in perpetuo divenire, perciò riflettono
necessariamente la realtà storico-culturale contemporanea, in quanto è oggi, adesso, il tempo in cui vengono
parlate. Direttore è storicamente un sostantivo nato maschile poiché la professione era all’inizio esercitata
esclusivamente da uomini. Allo stesso modo, infermiera nacque femminile e solo nel XXesimo secolo si attesta
l’uso del maschile. Eppure non si è mai sentito dire da un uomo “Chiamatemi infermiera perché quello è il nome
della mia professione”.
La lingua è il principale medium di comunicazione umano, le parole sono strutturate e strutturanti della realtà.
Non sfruttare le potenzialità dell’apparato linguistico per rappresentare un mondo esistente, quello delle donne,
significa non riconoscerlo, o considerarlo indegno di riconoscimento. Sono proprio in questi “piccoli” dettagli
che affondano le radici la disuguaglianza, la discriminazione e la violenza.
Nell’immenso universo linguistico, la rappresentanza della meravigliosa varietà umana viene affrontata
diversamente a seconda, ovviamente, della stratificazione di regole che definiscono ad oggi la lingua stessa: la
questione è più complessa nelle lingue che attribuiscono il genere a tutti i sostantivi – come quelle romanze – e
apparentemente meno in altre considerate più politicamente corrette. Se Beatrice Venezi fosse stata al festival
della musica inglese, l’avrebbero presentata come orchestra leader e la polemica non sarebbe nata. Se fosse
però stata introdotta con il sinonimo maestro…
Alcuni potrebbero chiedersi il perché di questa binarietà perentoria. La Natura sola può rispondere della scelta
di dotare alcune specie, a fini riproduttivi, di apparati sessuali diversi. Il sesso biologico è un fatto scientifico,
il genere, invece, è un costrutto culturale. Oggi più che mai questa categorizzazione risulta inadeguata in quanto
esclude tutta una serie di individui che non vi si riconoscono. Come rappresentare allora la complessa
molteplicità dell’essere umano? Ai linguisti la sfida. Nel frattempo, sfruttiamo gli strumenti che le lingue oggi
offrono per non ridurre al silenzio chi una voce potrebbe, e dovrebbe già, possederla.

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