Quel Camposanto di carta ci chiede di non dividerci

Gabriele Balestrazzi

Ventotto tombe di carta. Ventotto sorrisi perduti, con le loro storie di affetti, di lavoro, di amicizie, di difficoltà.

Ventotto oggi, ventotto ieri, prima quattordici, diciotto, undici; domani lo sa il Fato… Li scrivo in lettere, perchè i numeri che quotidianamente attendiamo come una sentenza sono l’ultimo affronto del destino per quelle vite che, fra qualità e difetti come ognuno di noi, hanno costruito porzioni di piccola o grande storia parmigiana. Nomi conosciuti e stimati, nomi meno noti, a volte semplicemente visi che ricordi di avere incrociato da qualche parte, chissà dove: e anche questi ti tolgono dentro qualcosa.

Quante volte gli amici venuti da fuori si stupivano e ironizzavano su quella pagina finale di giornale con le foto dei morti. Ma i nostri vecchi, con la loro saggezza, hanno sempre sfogliato la Gazzetta dal fondo, perchè in una comunità nessuna notizia sul governo e sul mondo è mai tanto importante quanto sapere del conoscente o del coetaneo che non c’è più.

Guardo, sbigottito come tutti voi, le pagine che da sempre per me sono state lezione e poi palestra del mio mestiere. Le pagine che mille volte ho sfogliato nello stanzino delle raccolte della Gazzetta, per ritrovare storie dei decenni passati, per ammirare o provare a copiare le idee della Gazzetta e delle sue tante grandi firme, oggi fanno quasi paura, anche se più che mai l’informazione vera è preziosa rispetto alle fake news.

Oggi ci si aggira fra quelle pagine come in un Camposanto. E fa male a tutti sapere che neppure la morte in questi giorni riesce a conservare la sua dignità e la pietà che accompagna il distacco dalle famiglie e dagli amici. Anche per questo, i volti ed i sorrisi che ci guardano dalla carta ci dicono una cosa importante: non dividiamoci, non facciamo polemiche, non lamentiamoci. Restiamo uniti, perchè solo così verremo fuori da questo incubo.

Guardo il mondo alla finestra, ma non mi annoio

Annarita Zappulla

Coronavirus: Non si parla d’altro da settimane, settimane che diverranno mesi prima che possa un respiro di sollievo, forse, mettere a tacere tutte le paure. Quando grandi, quando piccole… ma pur sempre da gestire. Quello che sta accadendo è surreale, sembra il trailer di quei film che al solo
pensiero di guardarli si è assaliti dall’angoscia – per come temi finiranno- e dall’ansia di vederli finire. Anche se in questo caso sarebbe stato meglio non fosse mai iniziato. Merita una riflessione quanto questa situazione ci stia facendo riscoprire la nostra impotenza, quindi la nostra umanità.
Che troppo spesso dimentichiamo.

Sopraffatti dall’ossessione di portare a termine le giornate così come le avevamo programmate, a discapito di tutto e tutti, non viviamo. Udite bene, non si vive. Non si vive perché non godiamo del tempo che pensiamo e ci illudiamo di gestire, ma lo subiamo dimenticando di assaporarlo.
Il terrore che attanaglia chiunque viva con apprensione questo momento, o perché semplicemente timoroso d’esser contagiato, o perché già perfettamente consapevole di esserlo, non mi aveva ancora, prima di adesso, lontanamente sfiorata. Non mi ero mai accorta veramente della tensione e del pericolo che iniziavano ad infittirsi attorno a noi, noi tutti indistintamente. “Indistintamente”, anche questo appuntiamoci adesso di ricordare.

Ho dato il mio ultimo esame il 29 Gennaio, pochi giorni dopo ho fatto rientro a casa, quando la preoccupazione che qualcuno iniziava a tentare di seminare pareva soltanto un gioco. Al Nord sembrava una situazione più che gestibile, al Sud, nella mia Sicilia, inesistente: “Coronavirus
cosa?” avrebbero risposto, ridendo, a chi glielo avesse chiesto. Sono state settimane tranquille quelle successive, successive al mio rientro intendo, un po’ per ignoranza, un po’ perché siamo tutti quanti affetti dalla sindrome d’onnipotenza, che ci fa credere siano sempre troppo lontane da noi le
catastrofi e le tragedie. Insomma… mangiavo, dormivo ed uscivo. Senza troppi pensieri.

Fino a quando, però, le televisioni non hanno iniziato a parlarne ogni giorno di più, sempre di più. Prendi il telecomando e cambi canale, ma ad ogni cambio canale c’è chi ti ricorda di lavare le mani, chi ti spiega come farlo con dei tutorial in diretta, chi ti invita ad evitare i posti affollati, chi ti
suggerisce di stare a distanza da chiunque condivida i tuoi stessi spazi. Allora lì inizi a farti due domande, ma anche in quel caso non ho avuto tempo di cercare le risposte. Biglietto Roma-Los Angeles, viaggio già programmato da settimane ma non da me. Vengo quindi travolta
dall’entusiasmo di chi sta per andare dall’altra parte del mondo e senza preavviso. Immaginate la felicità, un po’ come Pinocchio nel paese dei balocchi.
Il nemico si rivela e si insinua nella case di tutta Italia, da Nord a Sud, quando io sono già via. Sento per telefono i miei genitori, le mie sorelle, leggo articoli, mi arrivano notizie di decreti. Anche lì, ero lontana, mi trovavo in un angolo di paradiso apparentemente intoccabile, avvertivo la
tensione ma non l’accusavo. Non potevo, non riesci a comprendere ciò che non vivi o hai vissuto, mai fino in fondo. Non è menefreghismo, o disinteresse nei confronti delle sorti delle persone che più ami al mondo, è semplicemente assenza di percezione del pericolo, fino a quando il pericolo
non viene a bussare anche alla tua porta. Non è stato sufficiente un intero oceano a tenerlo a distanza.

Ero lì, Palm Desert, da dieci giorni quando Trump ha annunciato di bloccare entro la mezzanotte di Venerdì 13 voli da e per l’Italia, in America avevano iniziato a registrare i primi casi di Coronavirus.
Trump, quel cicciotto nano e biondo che di nulla sembra aver paura, iniziava ad averne. Panico.
Andare via prima del previsto? O aspettare invano notizie che sfatino il pericolo? Cos’è più prudente fare?
Venerdì 13 Marzo, 16.30: biglietto Los Angeles-Roma. Ultimo o penultimo volo disponibile, adesso non ricordo, prima che l’Italia potesse apparirmi patria irraggiungibile. Adesso aspetto di ultimare i miei giorni di quarantena, sola nella villetta di campagna, dove con la mia famiglia trascorro le mie estati. Sono qui da circa una settimana ed ho compreso quanto il tempo sia prezioso, quanto tanto ce ne sia stato dato e quanto meriti di essere abbracciato.
No, non mi annoio. Non faccio programmi, resto a casa e me lo godo

Il silenzio in quarantena

Ilaria Cantoni

Bisogna essere sinceri, in questi primi giorni di marzo Cervia sarebbe stata comunque un paese piuttosto silenzioso. È la sorte che
riguarda tutta la Rivera Romagnola, durante l’inverno si va in letargo: le case si svuotano, gli alberi si spogliano e le spiagge si sfollano. È
particolarmente difficile spiegare cosa succede a chi queste le località le vive solo in estate, è difficile spiegare che d’inverno la Riviera si
spegne, si riposa e si prepara alla stagione successiva.

Nei mesi invernali sulle coste c’è un silenzio del tutto proporzionale alla confusione che c’è d’estate, a volte si sente solo il rumore del
mare e qualche macchina sporadica che passa le strade. Se devo essere sincera mi sono dovuta trasferire in città per ragioni di studio
prima di poter apprezzare a pieno il mare d’inverno e la tranquillità che infonde.
Marzo però è un momento diverso, marzo segna l’inizio della preparazione alla stagione estiva. È di gran lunga uno dei miei momenti
preferiti perché senti che tutto riparte e lo senti nell’aria intorno a te. È quel periodo in cui i bagnini iniziano a fare i primi lavori, gli
stabilimenti balneari accennano alcune aperture nei fine settimana, le temperature a volte concedono di stare in spiaggia a maniche
corte, si tira fuori il vecchio cinquantino dal garage, i locali timidamente riaprono e in città c’è un bel andirivieni di persone. È un
periodo in cui la quiete invernale inizia a lasciare spazio al caos estivo.

È un momento magico che però quest’anno di magico non ha proprio nulla. A causa del corona virus siamo tutti in quarantena e in
questi giorni strani se riesci a fare una camminata ti accorgi di quanto assurda sia la situazione. Le spiagge sono chiuse, gli ingressi alla
pineta sono sbarrati, le persone, anzi le poche persone, girano con le mascherine ma vanno di fretta, evitano di parlarsi e di incontrarsi.
Durante il giorno, ma soprattutto la sera, c’è un silenzio inusuale anche per una città come Cervia.
Ad aggravare il tutto c’è questa sensazione di instabilità che aleggia nell’aria, preoccupazioni e dubbi che fanno vacillare commercianti e
bagnini. Si aprirà? Ma quando si aprirà? Pasqua e maggio sicuramente saltano, ma giugno? A giugno ci sarà qualcuno? Le spiagge
saranno piene o vuote? Con il personale, cosa facciamo? Cosa si farà per questa stagione? Cosa si farà?
Le preoccupazioni sono legittime, i dubbi sono concreti e la situazione è instabile, forse per il momento l’unica cosa che si può fare è
evitare di farsi prendere dal panico, in fondo siamo in Romagna e qui una soluzione la riusciamo a trovare sempre.

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Comunque Primavera

Giorgia Tocco

Oggi è il 20 marzo: equinozio di primavera.
Un giorno triste, che sarà uguale alla notte. 
Oggi uscire fuori mi ha fatto riflettere sullo stare in casa, al riparo dalle occhiate inquisitorie di chi pensa che stessi infrangendo la regola, dalle paranoie degli altri ma soprattutto dalle mie mentre continuo a dubitare di me stessa.

Oggi ho avvertito per la prima volta la paura. Quella subdola, nascosta in pensieri e ossessioni, nel “non puoi mai sapere chi incontri in giro”, nella diffidenza verso i vicini di casa che passano per chiederti un favore, nel rifiutare le stesse necessità come la spesa.
Oggi è l’equinozio peggiore di tutti, ma dopo questa lunga notte sarà comunque primavera.

(P.S. – Ci tenevo a precisare che sono uscita di casa solamente per una commissione, non vorrei creare fraintendimenti!)

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Quando il virus oltrepassa l’oceano

Mattia Fossati

Ci sono volute tre settimane ma il coronavirus è arrivato anche qui, ai confini del globo. Persino nella città di Curitiba, la Capitale di quel lembo di territorio brasiliano a due passi da Uruguay, Argentina e Paraguay.
Una terra di frontiera dove le scene di panico che fino a pochi giorni vedevo solo nei video postati sui social ora sono sotto i miei occhi. Tutti i giorni. Quando faccio la spesa, quando vado in redazione o quando vado
a correre al parco.

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Malati di fitness. O di incoscienza

Valentina Civale

È risaputo: l’italiano medio mangia la pizza e poltrisce sul divano guardando la televisione. In giorni ordinari tutti noi saremmo estremamente felici di passare il nostro tempo seduti sul divano a
guardare un film e mangiare schifezze.
Ma se tutto questo venisse imposto per 21 giorni a tutti gli italiani?

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Rivorrei indietro marzo

Greta Contardi

Marzo è quasi giunto al capolinea, eppure per me a quel 21 di febbraio si è agganciato stretto, tanto che non ho saputo distinguere il suo primo giorno.
Marzo dalle mie parti si chiama ‘pazzerello’, sia mai che la pazzia che non sta mostrando con un meteo instabile, la stia palesando in quest’altro modo superando ogni livello di meteoropatia per qualche scroscio pioggia in più.
La primavera però è ignara, lei si prende tutto quello che le spetta.

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Casa è dentro di noi

Giorgia Lo Pinto

“[…] Venerdì farò forza alla mia coinquilina che si laureerà online, senza l’abbraccio dei suoi cari. Anche se non sarà la stessa cosa, avrà da me comprensione, forza, fedele amicizia e tutto l’amore che vorrei ricevere io se fossi la protagonista di un evento così bizzarro, ma nonostante tutto, unico.

Ci eravamo lasciati così.

È passato qualche giorno, la mia coinquilina si è laureata.

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Siria: medici arrestati, avevano denunciato i casi di coronavirus

Yara Al Zaitr

Sono diversi i medici siriani arrestati per non denunciare i casi positivi di COVID-19, racconta in un’intervista Rami Abdurrahman, direttore dell’osservatorio siriano per i diritti umani (SOHR). Ma, nonostante i tentativi del regime di nasconderlo, il coronavirus è arrivato anche in Siria. Ad annunciarlo lo stesso osservatorio, che ne ha registrato la diffusione in quattro governatorati del paese: Damasco, Homs, Latakia e Tartus. Sono stati registrati molti casi di coronavirus, alcuni dei quali sono morti e altri sono stati messi in quarantena” spiega l’osservatorio.

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Se non moriremo tutti saremo dei sopravvissuti

Elisa Rossanino

Il mio paese è di medie dimensioni, è circondato dalle colline, ha i portici, tanti bar, cinque chiese con altrettanti campanili, un sindaco nuovo. Si produce un buon vino, il torrone e due o tre dolcetti tipici, ha le fontane davanti al palazzo del comune, i viali alberati, i bastioni medievali e da qualche giorno anche il coronavirus.
Ne abbiamo superate tante nel mio paese, ma il coronavirus sembra essere davvero un bel problema.

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