Io, virus

Dario Amighetti

“Combattiamo contro un nemico invisibile”. Quante volte abbiamo sentito pronunciare queste parole? Quante voci, autoritarie e non, le hanno ripetute? Medici, politici, figure istituzionali di ogni ordine e grado, si sono affidati alla laconicità di questa frase. Siamo sicuri che sia effettivamente così? Che il nemico sia effettivamente invisibile?

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Il mito di Enrico Ameri nel giorno del suo compleanno

Carmine Albanese

IL MITO DI ENRICO AMERI NEL GIORNO DEL SUO COMPLEANNO

<<Scusa Ameri, scusa Ciotti>>; << Scusa Enrico, scusa Sandro>> questi incipit per interrompere i radiocronisti in caso di goal sono diventati istituzione nel cuore di tutti gli sportivi appassionati di radio. Questi due grandi del microfono sono stati i protagonisti di  “Tutto il calcio minuto per minuto”-  trasmissione radiofonica dedita alla cronaca degli eventi sportivi – e in generale della radiocronaca in Italia: Enrico Ameri e Sandro Ciotti.

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L’Uomo di Pasqua

Gabriele Balestrazzi

E’ stata la Pasqua più triste, la più brutta. Alla forzata reclusione che viviamo da più di un mese si accompagna inevitabilmente il peso di 500 e più morti: ed è quasi impossibile per un parmigiano non esserne stato toccato anche solo indirettamente con la scomparsa di persone conosciute. Eppure, e senza ovviamente dimenticare

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Mettiamo il virus allo specchio

Giorgia Persico

“Prendi una penna, uno specchio ed esprimi i tuoi sentimenti sul coronavirus”. Parole che compaiono nella descrizione della pagina Instagram e Facebook Reflection for Change di Elena Morizio, artista, prima allieva di Lorenzo Ostuni, dal 2013 con una punta di diamante incide specchi, quasi una rarità nel panorama artistico italiano che la porterà nel 2017 ad esporre all’Artexpo di New York.

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Sartre ci spiega il nostro male di oggi, 75 anni fa

Federico Dazzi

C’è una cosa da cui l’uomo continuamente fugge, ma dalla quale è sempre inseguito: la responsabilità del presente, delle azioni e delle scelte. Mai come oggi, mentre il mondo è schiacciato da un male invisibile, questo è evidente. E il tema della responsabilità è quasi abusato nelle centinaia,
forse migliaia, di articoli e interventi che ogni giorno in questo periodo campeggiano su giornali e tv. Quello che capiamo da ciò è che ognuno di noi ha la responsabilità di qualcosa, di potere arginare nel proprio piccolo una
situazione di enorme emergenza del nostro paese. Ma che cosa è la responsabilità?

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Isolamento o arresti domiciliari?

Carmine Albanese

“Dobbiamo rimanere a casa ed uscire solo per motivi di lavoro, salute o di estrema necessità” , sono poche e chiare le regole da seguire che il Governo ci ha indicato e questo potrebbe essere destabilizzante per le nostre menti.

In questo mondo surreale e inedito anche le parole da utilizzare hanno una grande importanza nella nostra società, in particolare mi voglio soffermare su come definire questo periodo della nostra storia che forse è il più complicato della nostra Repubblica. Sono infatti molte le persone comuni – ma anche noti giornalisti –  che in preda al senso di sconforto o per idealizzare il diritto alla libertà, tendono a definire questo periodo come “arresti domiciliari” proprio perché costretti a rimanere all’interno delle mura domestiche.

Senza entrare nel merito degli aspetti giuridici, gli arresti domiciliari rappresentano per l’imputato una sanzione che serve a scontare una condanna più o meno lunga all’interno della propria abitazione, ed è quindi una misura coercitiva che una persona è tenuta a rispettare. In questo periodo invece, è pur vero che non dobbiamo uscire, ma le regole che sono state impartite rappresentano una misura di protezione – non di coercizione – volta a  proteggerci da un virus che può essere molto pericoloso e che purtroppo sta mietendo diverse vittime in Italia.

È una misura di protezione quindi e non lo dico a caso, ho avuto infatti l’esperienza di vivere in ospedale ai tempi del Coronavirus perché purtroppo  mentre questo virus irrompe nel nostro Paese le altre patologie non stanno mica a guardare fuori dalla finestra, sono tante infatti le persone che hanno bisogno dei nosocomi anche per altre malattie e stare nella completa solitudine in una piccola stanza, per diverso tempo, senza che nessuno possa starti accanto, non è affatto qualcosa di semplice.

Non sentiamoci quindi agli arresti domiciliari, sarebbe ingiusto nei confronti di tutti coloro che lavorano negli ospedali, di tutti coloro che lavorano per far andare avanti il Sistema Italia, ma soprattutto non sarebbe giusto nei confronti degli ammalati di qualsiasi patologia, perché sono costretti a vivere la propria malattia senza l’affetto delle persone care e all’interno di pochi metri quadrati di un’anonima stanza ospedaliera.

Sentiamoci quindi fortunati a vivere un periodo di isolamento domiciliare protettivo, non di arresti domiciliari.

Comincia a pesare e ci sta cambiando. Ma torneremo…

Fabiola Stevani

Sincerità e riflessioni.

Questa quarantena inizio a sentirla. Pensavo di essere riuscita a tenere a bada la mia ansia. Quell’amica invadente che per tanto tempo mi ha letteralmente soffocata. Ci ho lavorato per anni, ottenendo risultati molto importanti. E adesso potrei anche vederli andare in fumo.

Siamo stati ricacciati a forza dentro una sorta di comfort zone. E non è detto sia un bene.

Non andare fuori. Stare a casa. Rifare di quattro mura il mio tutto.

“Oggi non esco, piove”.
“Oggi fa freddo, non esco”.
“No dai, fino a Torino? No, non esco”.
“Prima stavo bene, mi sono anche preparata, ma poi mi sono venuti i crampi, quindi non esco”.
“Avrei voluto uscire, ma non ce l’ho fatta”.
“No, c’è troppa gente in quel posto, non mi va di uscire”.
“No non vengo a lezione, non ci riesco”.
Eccetera eccetera… una lunga collezione di imbarazzanti e avvilenti momenti.

Per dire… ho ricominciato a mangiarmi le unghie. Cosa banale, eh? Eh già, però erano almeno dieci anni che non lo facevo. Ho ricominciato con una che si era rotta, una sola che vuoi che sia? E poi nel giro di una settimana sono sparite tutte.

Dovrò riguadagnarmi gran parte delle mie conquiste. Ovvero, ricominciare a fare ciò che gli altri non vedono l’ora di poter rifare. Uscire, muoversi. Prendere un mezzo pubblico. Prendere un treno per andare all’università. Cose banali, vero? Già.

Prima, quando sentivo di non stare bene, e ne avevo la possibilità, uscivo e andavo a guardare il mare. Camminavo fino alla spiaggia e mi godevo il silenzio tutto intorno. Parlava solo lui. Un ritmo che ricorda il battito cardiaco, quando è calmo e regolare. È così succedeva che quel battito diventava il mio. Tutto si normalizzava. Tutto tornava al suo posto. Riaprivo gli occhi e il peggio era ormai alle spalle. Bene – mi dicevo sempre – il mare continua ad essere il mio Xanax. Così da non dover, fortunatamente, ricorrere ad ansiolitici veri e propri.

Adesso che uscire non è più permesso, come si fa? Si ricorre all’altro, grandissimo, aiuto. Si scrive. Si usano le parole. Si prova a mettere nero su bianco. Si prova a lasciare andare.

Torneremo a guardare i tramonti sul mare, a lasciarci inebriare dal suo profumo. A cullarci con le sue onde.

Torneremo tutti insieme, prima o poi. Ma saremo diversi, cambiati. Avremo dovuto fare i conti con chi siamo, con chi cerchiamo di essere ogni giorno. Con le nostre fragilità, che nascondiamo con imbarazzo. Con i nostri incredibili difetti.

Avremo fatto i conti con i demoni che abbiamo dentro e che, troppo spesso, pensiamo di aver ucciso e invece sono solamente cellule dormienti.

(Fotografia scattata a novembre 2018)

Numeri (e volti) di tragedia, numeri di speranza

Gabriele Balestrazzi

C’è tanta – e spesso lodevole – informazione, fra quotidiani, tv/radio e siti. Ma spesso, come ho ripetuto anche in aula su altri temi, non è chiara la gerarchia, non è chiara la sintesi. Ed è qui che il giornalista-umanista deve sapersi piazzare, con curiosità, studio, ordine e a volte fantasia.

La giornata di ieri, a Parma, è stata ancora una volta tragica: 25 morti. In marzo il coronavirus si è portato via 331 parmigiani. Una strage, una guerra, come se avessimo moltiplicato per 15 la tragedia del Cattani nel nostro ospedale.

E naturalmente non c’è statistica che possa contenere il lutto, gli affetti strappati, le intelligenze e le generosità (pensiamo ai medici morti in prima linea) che sono venute a mancare alla città, oltre che alle rispettive famiglie. Proprio ieri la triste storia dello chef Francesco Bigliardi, morto a poche ore dal fratello ex assessore Claudio, è parsa riassumere la devastazione che il coronavirus sta portando in tante case.

Un giornalista, tanto più se immerso da decenni nel racconto della propria comunità, non può che partire da qui, senza mai dimenticarlo nelle proprie cronache. Ma è importante, seppur doloroso, anche guardare ai numeri: non per dimenticare vite e volti, ma per capire meglio a che punto siamo di questa imprevista, buia e tremenda notte.

E se i numeri delle persone morte sono angoscianti, ci sono altri numeri ovviamente non più importanti ma più attuali. Innanzitutto gli accessi al pronto soccorso, che dal picco di metà mese (172 il 16 marzo) sono scesi ai 75 di ieri: meno della metà.

Poi c’è l’altro numero che compare nel grafico, in giallo nella parte più in alto mentre la parte bassa azzurra è appunto la tragica sequenza dei decessi. E’ il numero dei nuovi contagi, che è legato ai tamponi e quindi più ritardato dei ricoveri da ambulanza. Anche qui, per fortuna, la curva ha smesso di impennarsi e l’andamento segna una consistente frenata, che però non smette di ammonirci.

Per capirci meglio, dall’1 al 17 marzo Parma aveva registrato 800 nuovi contagi: nelle ultime due settimane (in attesa dei dati di oggi) i nuovi contagiati sono risultati 1059, alla media di 81 al giorno. Ma negli ultimi due giorni la media è 53.

Se quindi la prima speranza è che si plachi al più presto la peste mortifera, si può sperare che il nostro casalingo sacrificio (un sacrificio assai relativo rispetto a quello del personale sanitario) stia davvero allentando questa morsa assassina. Però, i numeri sono ancora troppo alti per consentirci distrazioni o tregue. E se non mollano i nostri splendidi angeli del Maggiore e delle altre strutture del Parmense, non dobbiamo mollare neppure noi. Anche per rispetto a quei 331 parmigiani che questo terribile marzo si è portato via, senza neppure la possibilità di un ultimo saluto.

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