Antonella Scarati
14 marzo, ore 16.30
Ho una mamma che mi scrive,
non è la mia.
Ho una amica che mi pensa,
non è la mia.
Ho una vita che mi dona emozioni,
è la mia.
Non è la mia mamma, non è la mia amica, ma è la mia vita a ricordarmi
che
non
è
facile,
ma,
se
è
faticoso,
è
degno
di
vita
amore
sacrificio
e
poi
sorriso.
È tutto qui: un cuore,
come tanti altri,
in una casa.
È tutto qui: un cuore del sud,
come tanti altri,
in una casa del nord.
È tutta qui, l’ Italia: un cuore in una casa.
19 marzo 2020, festa del papà
Caro papà,
due anni fa ti rendevo partecipe di un sogno: poter scrivere un libro tutto mio con un capitolo interamente dedicato a te. Ti inviavo una lettera in questo giorno, scritta a mano, dove ti ringraziavo per aver creduto in me in tutti questi anni e avermi spronata come nessun’altra persona abbia fatto mai ( o forse un’altra c’è, l’ho conosciuta da poco ed è un Capricorno come te) a rincorrerli questi maledetti ( o benedetti, non saprei ancora come definirli) sogni. Sono qui, accasciata sull’angolo della mia scrivania da studentessa fuorisede, in una delle città più colpite dall’Emergenza Sanitaria, Parma, sono qui affranta da ciò che sta succedendo attorno a noi, delusa dalla falsa morale di cui si dipingono le persone su queste vetrine per poi dimostrarsi meschine e superficiali nella vita reale. Sono qui, priva di parole, di commenti nei confronti di chi, nella mia stessa condizione, ha deciso di vestirsi con abiti più grandi dei propri per aspirare a condizioni di vita migliori a spese del prossimo. Sono qui, rinchiusa in quattro mura di una stanza troppo umida per i tuoi gusti, di una casa troppo vecchia per i tuoi standard, sono qui, in una condizione di abbandono e mestizia in cui persone che dovrebbero aver maturato il senso civico, il rispetto per l’altro, le buone maniere da osservare per il bene della comunità, fanno ciò che gli pare e si dimostrano strafottenti nei confronti dei ‘ corretti’. Papà caro, al risveglio ho pensato che averti vicino, nei silenzi e nei tuoi non abbracci, è stato per me l’insegnamento più bello: vivere secondo i miei principi, le mie necessità, i miei desideri più grandi, più profondi, più veri. Ti ringrazio per tutto ciò che non mi hai detto, non mi hai insegnato e per i momenti in cui hai preferito fossi io a scegliere quale strada seguire. Non vorrei essere una persona diversa da quella che sono, lo avrai capito oramai, da quando imperterrita ho urlato con sorrisi e lacrime le mie volontà. Vorrei spalancare la porta e vederti arrivare, come in tutti quei momenti alla stazione , quando a casa è tutto pronto per il mio arrivo, ma tu mi accompagni per i sentieri di campagna e i tuoi orticelli, per avere del tempo solo tuo e mio, il tempo nostro. Vorrei sentire il profumo degli asparagi colti nei giorni soleggiati e delle mandorle sbucciate per le mie scorte parmigiane. Vorrei sedere al tuo fianco, a tavola, e leggere una poesia, nonostante io sappia non ti aggrada, insisterei affinché tu l’ascoltassi. Vorrei abbracciarti e darti tanti bacini con schiocco sulle guance, strapazzarti le orecchie, rassicurarti che staremo bene e sarà presto l’ora di averti vicino, sempre. Vorrei poter chiudere gli occhi e riaprirli accanto a te. Al momento potrei solo chiederti di vederci in videochiamata e salutarci con i convenevoli, so bene quanto non sopporti parlare al cellulare in presenza di altri. Non ti chiederò nulla, sta tranquillo, ti ringrazierò a vita per ciò che mi hai trasmesso: il bene è incommensurabile se attorno a me e a te c’è gente come me e come te. Ti vorrei salutare pensando che sarà presto tutto finito e saremo presto tutti insieme, per festeggiare te e poi me, ma al momento la mia parte razionale prevale sulla sognatrice. C’è da tenere duro e mantenersi forti e coraggiosi, a distanza, pensando che solo uniti riusciremo, ancora una volta, a tenere alta la testa.
22 marzo, ore 8.00
Piango.
Tu dormi.
Piango.
Tu sei in guardia medica.
Piango.
Tu assisti una donna che si prepara al parto.
Piango.
Tu vai a lavoro in un negozio di beni primari.
Piango.
Tu escogiti piani organizzativi per i turni in ospedale.
Piango.
Tu impasti per la prima volta acqua, sale e farina.
Piango.
Tu dormi dopo una notte insonne.
Piango.
Tu hai cercato una sola motivazione degna di tutta questa agitazione.
Perché voi là fuori siete a spasso, chiacchierate, bevete, sorridete?
E noi qui
a piangere
e a leggere
che altri cento posti in ospedale saranno pronti per nuovi malati da curare.
Piango.
Perché infiniti.
Abbracci finiti.
Antonella Scarati, studentessa universitaria pugliese a Parma.