Umarell umanistici

Gabriele Balestrazzi

La salita impervia ma affascinante del Pasticciaccio di Gadda, il rigore dei Berliner con Abbado, il magico nonsense di Otto e mezzo di Fellini, l’approfondimento dei tesori vicini (ma oggi irraggiungibili) di Antelami o Correggio… Sì: lo so che pesa e pesa anche a me questa lunga e quasi irreale prigionia.

Sento a distanza, e mi sento impotente, lo smarrimento di studenti sparsi fra Nord e Sud, che sicuramente sentono ancor più ingiusta questa clausura nell’età e nella stagione che più richiamano fuori.

Tutto vero, eppure tutto infinitamente piccolo a confronto dei drammi di chi non c’è più (una strage se guardo anche solo ai numeri della nostra cara Parma) e delle loro famiglie. Tutto perfino meschino, se paragonassimo i disagi nostri a quelli che davvero eroicamente stanno affrontando da settimane i medici, soprattutto in certe zone d’Italia.

A tutti noi stanno rubando qualcosa: dalle cose più gravi come la vita e il lavoro, a quelle più impalpabili ma che entrano dentro, come la gioventù o anche l’ultima stagione, che in modo diverso ma speculare chiamerebbero a non sprecare neppure un attimo di vita.

Ma ora più che mai non è tempo di cedere o di piangersi addosso. Lo dobbiamo a chi combatte per noi una battaglia durissima e lo dobbiamo anche a noi stessi, ora che anche il nostro contributo inizia a dare i primi frutti nella prevenzione e nel contenimento del contagio.

Da pensionato, mi hanno spesso fanno battute sugli “umarell”, come a Bologna definiscono chi giornalmente va a seguire i cantieri stradali. Ecco: in questi giorni di reclusione forzata potremmo diventare tutti umarell umanistici. Sfruttare questi giorni per studiare, conoscere, capire: il dopo-contagio ci svelerà una voragine economica. Ognuno di noi dovrà avere la lucidità e la pazienza per capire quale sarà la sua parte in una rinascita che dovrà coinvolgere tutti: nessun egoismo sarebbe giustificato, e tutti noi avremo bisogno di crescere, per essere all’altezza della più grande sfida del la nostra città e del nostro Paese dai tempi della guerra. E nulla come la Cultura e l’esempio dei Grandi ci può aiutare.

Sono giorni rubati, ma dobbiamo dare in modo che non siano giorni persi.

Note: di uomini labirintici & Baustelle

Maria Cristina Mazzei

Ebbene l'uomo è un assurdo vivente, proprio perché pensa se stesso, o almeno s'illude di pensare se stesso. Forse la vera essenza e il vero destino dell'uomo consistono proprio in questo:

nell'essere capace di ragionare e di capire una gran parte del mondo, ma insieme di non poter mai dare un senso compiuto alla sua ricerca, perché il punto di chiusura, il punto di appoggio di tutto sarebbe il capire se stesso. Eppure l'essere umano non può fare a meno di pensare se stesso. E per questo rappresenta un assurdo vivente, un essere condannato ad aggirarsi perpetuamente in un labirinto cercando un'uscita che non ha i mezzi per trovare.

Ma mentre procede affannosamente lungo i meandri del labirinto, l'uomo è capace di vedere tante cose affascinanti, di compiere analisi corrette, di scorgere non poche verita, di eseguire splendide costruzioni. E soprattutto è riuscito in un'impresa importantissima: ha capito di essere in un labirinto. 

-La canzone, del raffinato gruppo italiano Baustelle, tratta della ricerca di assoluto e di innocenza in tempi deteriorati e colpevoli. Un funerale magico, con una bambina che non è più una bambina, nel suo mondo di soldatini di plastica, marionette e processioni nel bosco.  Un funerale alla giovinezza. Che diceva bene Sandro Penna è forse "soltanto questo perenne amare i sensi e non pentirsi"; ma che a volte "il buio dell'anima e della storia tende a  mortificare"-

SurrealLaurea

Gabriele Balestrazzi

Annodarsi la cravatta per…restare in casa. La giacca, le scarpe nonostante l’inquadratura a mezzobusto (quanti esami in pantofole stanno postando gli studenti in questi giorni sui social…). E’ l’inizio surreale di una giornata surreale, che però è giusto sia il più possibile simile alla festa che è sempre una laurea. E allora la cravatta (nonostante l’allergia che mi deriva da 24 anni di cravatte da tg) è un piccolo segno di “solennità” e di rispetto che voglio dare ai miei 12 laureandi.

Li ho visti arrivare in studio: chi con un progetto chiaro, chi con le idee confuse, chi mi cercava da relatore e chi da correlatore. Chi ha proceduto come un panzer, chi a un certo punto ha cambiato l’argomento della tesi, chi ha ultimato il lavoro in anticipo, chi ha voluto arricchirlo quasi in tempo reale inserendo proprio un capitolo su questa gigantesca emergenza del coronavirus.

Per qualcuno ho dovuto infondere entusiasmo e fiducia, con altri ho dovuto schiacciare il freno per evitare rischi di voli pindarici. Ma tutti hanno lavorato seriamente: e continua a colpirmi positivamente il comportamento di questa giovane generazione a volte snobbata, a volte semplicemente non capita (come del resto è un po’ destino dei giovani di tutte le epoche…). E spesso con titoli che più che alla tesi sembrano già riferirsi a un progetto per il futuro, con quella speranza di cambiare un po’ di mondo che è giusta e doverosa a 25 anni: gli sprechi di cibo, la questione migranti, il calcio al servizio delle dittature (Argentina ’78)… Oppure progetti originali che magari potranno trovare domani un editore.

Ci si immerge tutti insieme nella piattaforma video della riunone a distanza, che a parte un intoppo funziona efficacemente: ci stanno anche qualche discussione laureando-docente e qualche battuta. E in qualche modo ci si guarda negli occhi anche senza guardarsi. Fa sorridere che qualche supporter, a sua volta in videoconferenza come ospite, invii incoraggiamenti via chat, che però in questo modo transitano sotto gli occhi di tutti… In altri contesti sembrerebbero mancanze di rispetto alla cerimonia: qui finiscono per donare un po’ di spontanea umanità alla tecnica freddezza dell’aula virtuale.

Poi le proclamazioni: qualcuno vola verso la meritata lode, qualcuno magari si sarebbe aspettato di più, tanti sorridono soddisfatti. Come avviene normalmente in tutte le cerimonie di lauree: ma è soprattutto qui che senti la mancanza degli abbracci fra laureati e parenti, delle strette di mano e dei complimenti a chi hai accompagnato a quel traguardo, delle corone d’alloro (anche se una fa capolino nel video), dei tappi che saltano all’esterno per i primi brindisi.

Torneranno anche quelli, torneremo sotto i Paolotti, torneremo a vivere. Intanto complimenti e in bocca al lupo, Dottoresse e Dottori! 🙂

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Almeno un ultimo sguardo

Clarissa Di Gregorio

Non possiamo uscire, tutto è chiuso, bisogna rispettare il metro di distanza, un solo rappresentante del nucleo famigliare può recarsi al supermercato. È uno scenario apocalittico, in cui abbracciarsi è un gesto rivoluzionario. È la prima volta che ci dobbiamo rapportare con decreti governativi che, seppur indubbiamente necessari, ci tolgono un po’ di libertà.

Che strana, stranissima sensazione.

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L’emergenza di scrivere

Eleonora Puggioni

Che strano il tempo, non trovate? Eravamo così abituati alle nostre vite, a svegliarci presto e andare a lavoro, a studiare, a capire come guadagnare il nostro spazio nel mondo, che non ci siamo mai resi conto dello scorrere del tempo.

Ora invece ci facciamo caso. Ma il concetto tempo ci sfugge comunque dalle mani, non riusciamo proprio a trattenerlo. Da quindici giorni a questa parte – già 15 giorni, incredibile eh? – 

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Un lavoro “con-temporaneo”

Lucia Caputo

C’è un lavoro che in questo momento storico segnato da una situazione sempre più drammatica e confusionale, può appropriarsi di un nuovo significato; volontariato. Si chiamano shopper e sono i “volontari” di una notissima azienda. Sì perché le condizioni alle quali questi lavoratori eseguono il proprio dovere non hanno la giusta dignità e non perché sia un lavoro umile, non esistono lavori umili o lavori presuntuosi, ma perché a questa mansione non viene dato alcun privilegio e nemmeno il dovuto.

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Infiniti abbracci finiti

Antonella Scarati

14 marzo, ore 16.30

Ho una mamma che mi scrive,
non è la mia.
Ho una amica che mi pensa,
non è la mia.
Ho una vita che mi dona emozioni,
è la mia.
Non è la mia mamma, non è la mia amica, ma è la mia vita a ricordarmi
che
non
è
facile,
ma,
se
è
faticoso,
è
degno
di
vita
amore
sacrificio
e
poi
sorriso.
È tutto qui: un cuore,
come tanti altri,
in una casa.
È tutto qui: un cuore del sud,
come tanti altri,
in una casa del nord.
È tutta qui, l’ Italia: un cuore in una casa.  

19 marzo 2020, festa del papà

Caro papà,
due anni fa ti rendevo partecipe di un sogno: poter scrivere un libro tutto mio con un capitolo interamente dedicato a te. Ti inviavo una lettera in questo giorno, scritta a mano, dove ti ringraziavo per aver creduto in me in tutti questi anni e avermi spronata come nessun’altra persona abbia fatto mai ( o forse un’altra c’è, l’ho conosciuta da poco ed è un Capricorno come te) a rincorrerli questi maledetti ( o benedetti, non saprei ancora come definirli) sogni. Sono qui, accasciata sull’angolo della mia scrivania da studentessa fuorisede, in una delle città più colpite dall’Emergenza Sanitaria, Parma, sono qui affranta da ciò che sta succedendo attorno a noi, delusa dalla falsa morale di cui si dipingono le persone su queste vetrine per poi dimostrarsi meschine e superficiali nella vita reale. Sono qui, priva di parole, di commenti nei confronti di chi, nella mia stessa condizione, ha deciso di vestirsi con abiti più grandi dei propri per aspirare a condizioni di vita migliori a spese del prossimo. Sono qui, rinchiusa in quattro mura di una stanza troppo umida per i tuoi gusti, di una casa troppo vecchia per i tuoi standard, sono qui, in una condizione di abbandono e mestizia in cui persone che dovrebbero aver maturato il senso civico, il rispetto per l’altro, le buone maniere da osservare per il bene della comunità, fanno ciò che gli pare e si dimostrano strafottenti nei confronti dei ‘ corretti’. Papà caro, al risveglio ho pensato che averti vicino, nei silenzi e nei tuoi non abbracci, è stato per me l’insegnamento più bello: vivere secondo i miei principi, le mie necessità, i miei desideri più grandi, più profondi, più veri. Ti ringrazio per tutto ciò che non mi hai detto, non mi hai insegnato e per i momenti in cui hai preferito fossi io a scegliere quale strada seguire. Non vorrei essere una persona diversa da quella che sono, lo avrai capito oramai, da quando imperterrita ho urlato con sorrisi e lacrime le mie volontà. Vorrei spalancare la porta e vederti arrivare, come in tutti quei momenti alla stazione , quando a casa è tutto pronto per il mio arrivo, ma tu mi accompagni per i sentieri di campagna e i tuoi orticelli, per avere del tempo solo tuo e mio, il tempo nostro. Vorrei sentire il profumo degli asparagi colti nei giorni soleggiati e delle mandorle sbucciate per le mie scorte parmigiane. Vorrei sedere al tuo fianco, a tavola, e leggere una poesia, nonostante io sappia non ti aggrada, insisterei affinché tu l’ascoltassi. Vorrei abbracciarti e darti tanti bacini con schiocco sulle guance, strapazzarti le orecchie, rassicurarti che staremo bene e sarà presto l’ora di averti vicino, sempre. Vorrei poter chiudere gli occhi e riaprirli accanto a te. Al momento potrei solo chiederti di vederci in videochiamata e salutarci con i convenevoli, so bene quanto non sopporti parlare al cellulare in presenza di altri. Non ti chiederò nulla, sta tranquillo, ti ringrazierò a vita per ciò che mi hai trasmesso: il bene è incommensurabile se attorno a me e a te c’è gente come me e come te. Ti vorrei salutare pensando che sarà presto tutto finito e saremo presto tutti insieme, per festeggiare te e poi me, ma al momento la mia parte razionale prevale sulla sognatrice. C’è da tenere duro e mantenersi forti e coraggiosi, a distanza, pensando che solo uniti riusciremo, ancora una volta, a tenere alta la testa.  

22 marzo, ore 8.00

Piango.
Tu dormi.
Piango.
Tu sei in guardia medica.
Piango.
Tu assisti una donna che si prepara al parto.
Piango.
Tu vai a lavoro in un negozio di beni primari.
Piango.
Tu escogiti piani organizzativi per i turni in ospedale.
Piango.
Tu impasti per la prima volta acqua, sale e farina.
Piango.
Tu dormi dopo una notte insonne.
Piango.
Tu hai cercato una sola motivazione degna di tutta questa agitazione.
Perché voi là fuori siete a spasso, chiacchierate, bevete, sorridete?
E noi qui
a piangere
e a leggere
che altri cento posti in ospedale saranno pronti per nuovi malati da curare.
Piango.
Perché infiniti.
Abbracci finiti.  

Antonella Scarati, studentessa universitaria pugliese a Parma.

Appuntamento al banco frigo. Come due spie

Sara Lasagni

Giovedì mattina, undicesimo giorno di quarantena, mi sveglio con l’angoscia: è uscito un nuovo decreto del Presidente del Consiglio. Nuove restrizioni. Non so per quanto ancora riuscirò a sopportare questi annunci, ma questo, per me, è forse il divieto peggiore. Niente più passeggiate. Ci si può spostare solo intorno a casa per un raggio di 200mt.

Mi si spezza il cuore. Tra me e il mio fidanzato ci sono 2 km, un’assurdità. Talmente vicini che da settimane non faccio che andarci a piedi e ormai c’è venuto il solco a forza di percorrere la stessa strada. E adesso? Nell’emergenza le passeggiate erano l’unico momento d’aria che
mi prendevo per poterlo vedere. Ma non solo, per noi erano un momento importante, facevano parte dell’allenamento pre cammino di Santiago. Dopo anni che ci pensavamo, questo era l’anno buono per realizzare uno dei nostri sogni, ma adesso il virus sembra mettere a rischio anche questo obiettivo. Di certo, ci ha già tolto l’unico momento della settimana in cui riuscivamo a vederci. Uno da una parte della strada e l’altro dall’altra, senza alcun tipo di effusione, solo tante chiacchiere e tante risate.

Mi alzo sconsolata, gli chiedo se anche lui ne è al corrente e mi conferma: non è un brutto sogno. Per la nostra sicurezza, ci hanno tolto anche quell’unico momento. Le videochiamate non bastano e mi sale un pianto inspiegabile. In fondo si tratta solo di un piccolo sacrificio, eppure quanto pesa. Cerco un pensiero felice a cui aggrapparmi: anche lui sente la mia
mancanza e quando tutto sarà finito ci abbracceremo come non abbiamo mai fatto. Ma stamattina non basta. Talmente triste che anche la colazione è amara.

Poi, d’un tratto, mentre mi lavo i denti una folgorazione. Devo averlo letto da qualche parte, qualcuno lo deve aver già fatto. Lo chiamo immediatamente: “Devi fare la spesa oggi?” “Sì ma dopo pranzo.” “No vieni, ci vado adesso perchè dopo non riesco.” “Ok, ma ho bisogno di
un quarto d’ora mi sono appena alzato” “Fa niente, ti aspetto nel parcheggio.” Venti minuti dopo è lì, in fila davanti a me. In attesa come tutti gli altri, con il carrello a separarci, ma è lì. Il suo viso serio, ma gli occhi felici e io mi sento già più tranquilla. Andrà davvero tutto bene. Parliamo come sempre, con un leggero imbarazzo perché non possiamo dirci tutto quello che vorremmo, troppe persone in fila e un silenzio pieno d’incertezza.

Entrano due alla volta, con calma, ormai è prassi. Nessuno si lagna, le persone scambiano commenti sulle mascherine introvabili, ma per lo più si sta in silenzio. Tocca a noi, entriamo insieme. Cerchiamo di non stare troppo vicini, ma di non perderci di vista. Tra i banchi della verdura confrontiamo le liste, decidiamo quali reparti fare, ma alla fine li passiamo tutti. Una scusa per avere più tempo per stare insieme. Metto nel carrello la cioccolata e lui i biscotti, gli chiedo del lavoro, lui mi ricorda che devo studiare. Passiamo dalle ricette di cucina alle serie tv, passando per il bollettino familiare. A casa tutto bene, mi dice. Non succede niente
di particolare in questi giorni. Di particolare c’è solo la situazione.

Ci sembra di essere due spie del KGB durante la guerra fredda. Parliamo piano e cerchiamo di fare la spesa in un tempo consono per non ostacolare altre persone. Eppure non ci sfugge un particolare: tutte le persone che incrociamo ci guardano con diffidenza. O meglio tutti ci guardiamo
reciprocamente con diffidenza, come se sospettassimo che il cliente della gastronomia prima di noi possa contagiarci.
Arriviamo alla cassa. Non smetto di sorridere, almeno oggi è qui con me. Non posso toccarlo, non posso stargli troppo vicina, ma è qui. E anche lui è felice quanto me. Lo vedo nel sorriso che sfodera chiamandomi “mortadella”. Un briciolo di quotidianità in tutta questa situazione assurda.
Ha fatto la spesa per quindici giorni e io spero solo che questa emergenza duri meno perché sta diventando davvero difficile non poter condividere le mie giornate con lui e sapere che abbiamo perso la nostra routine.

L’eco di chi non si arrende

Valentina Brioccia

“Ho affrontato tante battaglie, questa è un’aggiunta o forse è niente a confronto”.
Una frase tagliente, che fa riflettere. Cosa si cela davvero dietro quelle lotte quotidiane con la vita? Per Chiara nell’agosto 2019 un fulmine a ciel sereno – letteralmente così perché si trovava in vacanza in Puglia – ha fatto irruzione nella sua vita. Era lì da tanto tempo quel male, nella parte dell’emisfero sinistro del cervello, stava in silenzio, e un giorno ha deciso di
gridare forte facendo andare in tilt il corpo di una ragazza ventiquattrenne.

Le convulsioni improvvise e continue in mezzo a quel centro commerciale semi deserto sono state una sveglia, un campanello d’allarme suonato in extremis.
Chiara in quel momento ha rischiato che le venisse rubata la vita, poteva morire. Una vacanza distrutta, lacerata e segnata dai pianti, quelle sabbie così fini stavano sprofondando pian piano, non era più tutto così luccicante.
Tutte le certezze vanificate dalle tac e radiografie che continuavano a dare esiti cupi e bui, ma non certi, fino al giorno della conferma ufficiale.

Ha un nome lui, si chiama tumore lo stronzo che senza consultare nessuno ha deciso di dare una frenata al ciclo della vita e di sconvolgere gli animi delle persone care. Gli ospedali per la ragazza sono diventati una casa, sa bene le realtà nascoste di quelle mura, le vede e le vive da parecchi mesi e quei medici sono i suoi eroi, dopo i genitori e la sorella.
Gli aghi dei prelievi oramai fanno meno male di un pizzicotto, la radioterapia piano piano si porta via i suoi lunghi capelli che lei ha sempre amato e allora si parte alla ricerca di quella parrucca che la faccia sentire sempre bella e armoniosa. Ha sempre amato truccarsi, vestirsi
all’ultima moda e uscire impeccabile, nulla doveva essere fuori posto. È ancora così, lei è sempre la stessa: sorride, conforta le amiche, piange e ama, a dire il vero il suo cuore è cresciuto a dismisura.

Lei che ogni giorno percorre un gradino in più verso quell’ardua salita, affiancata dal suo ciclo chemioterapico infonde certezza, positività e speranza a chi, forse, per la prima volta da quando ha visto la luce della vita, è stato messo a dura prova da un virus invisibile.
Dovrebbe essere il contrario, ma non è così, i fragili d’animo sono sempre le persone che in realtà hanno goduto, fino ad ora, di ogni minuto su questa terra senza mai esserne grati.

Le giornate di Chiara avevano già vissuto momenti di stand by, di up e down. Potrebbe tornare a riviverle, ma a lei chi gliele dà le convinzioni scientifiche e mediche al 150%? Lei malata oncologica ha persino fatto fatica a trovare i dispositivi adatti per proteggersi, non le sono stati assicurati nemmeno una mascherina e un paio di guanti.
È costretta ad uscire, neanche vorrebbe se non dovesse per forza fare visita al laboratorio analisi. È un soggetto a rischio e per logica dovrebbe scoraggiarsi, non vedere più il cielo a colori, invece no il suo inno è che «positività porta positività».
A chi oggi si dispera perché rinchiuso in quelle quattro mura di casa sua, che sì, si fanno sempre più soffocanti, a quelli che imperterriti continuano a evadere dagli obblighi morali e civili imposti dalla legge, a coloro che vivono di negatività, aumentata dalle bufale sui social, è giusto dire: Chiara ad agosto avrebbe voluto essere voi, ma le è stata preclusa
questa possibilità e molti, nella sua stessa situazione, vorrebbero vivere in totale libertà per godere ancora di più di un’esistenza che è diventata un’incognita.

Fermatevi. Riflettete. Cercate di essere più empatici, amate senza mezze misure, godete di ciò che avete ancora a disposizione, scandite i minuti e le ore che passano con il sorriso delle persone che avete ancora accanto e quando potrete correrete più forte che mai per ritrovarvi in quell’abbraccio che vi ricomporrà.
È il bene che cura il male, quindi sorridetegli a questo nemico.
La fine non è arrivata, parola di Chiara, che un virus lo combatte ogni giorno da sette mesi.

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#Insiemecelafaremo a distruggere il capitalismo.

Maria Cristina Mazzei

Appare triste a molti, che si possa solamente ora, in tempi di quarantene (non sempre rispettate) ritornare a riflettere, nell’oscurante società moderna, sulla condizione umana. Ma in realtà abbiamo già vinto la guerra e nemmeno ce ne siamo accorti.

Difatti abbiamo appreso (consciamente/inconsciamente), la necessità di scardinare la gerarchia di valori e comportamenti, innalzando un’ ode alla lentezza per distruggere il liquido turbocapitalismo. Perché ci siamo accorti di un’abile sirena, che con sinuoso canto, nella falsa verità di migliorarci non ha fatto altro che farci ammalare. Lasciandoci sfuggire dalle mani, la “natura delle cose” convincendoci che “l’inferno sono gli altri”. E con la nostra febbre a quaranta, ci muoviamo (se siamo noi a muoverci) tra allucinazioni melmose, convinti di poter combattere e pure di farlo da soli. Andando alla ricerca di un capro espiatorio sul quale riversare la nostra volgare paura. Un processo di spostamento irrazionale e nello stesso tempo razional-strumentale di una angoscia indefinita ad un oggetto/soggetto concreto, perché noi uomini non accettiamo di perdere il controllo, che simpatico paradosso!

Ma caduto l’ Ego-mostro Individualismo, apprendiamo che l’individualità, nella sua accezione positiva, si coglie proprio attraverso il sentirsi. Il sentire nel senso che io riesco a capire che l’altro è simile a me, come me, ma diverso da me, pur nella comunanza di un rapporto reciproco. Abbiamo iniziato dunque, a rivalutarci finalmente come “esseri vincolati”, in continua relazione. Scoprendoci: empatici.

La filosofa Edith Stein, studiosa del padre della fenomenologia Husserl, condusse una ricerca virtuosa nel riconoscere l’importanza dell’ empatia, intesa come momento della percezione umana, attraverso la quale l’uomo riconosce di essere circondato da un mondo esterno, con il quale può legarsi empaticamente. Questo legame è capace di farci comprendere che l’altro sta vivendo; sta vivendo qualcosa che anche noi possiamo vivere.

Quel tempo in cui l’uomo si è fermato, almeno per un po’, è bastato alla natura per tornare ad essere la protagonista indiscussa della bellezza.

La terra respira e ringrazia.

Forse è il caso di imparare a farlo anche noi.

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