Era il 12 maggio del 1995 quando il mondo fu brutalmente privato del talento di Mia Martini. Nata in un piccolo paese in provincia di Reggio Calabria, Domenica Rita Adriana Bertè era la seconda di quattro figlie: appassionata di canto fin dai primi anni della sua vita, voleva a tutti i costi coronare il suo sogno.
I bambini hanno paura del buio. Lo sanno tutti. Il buio è forse la più grande paura che un bambino possa avere. I bambini hanno paura del buio perché non sanno che tutto ciò che li circonda, nonostante il buio, non cambia, ma resta uguale, immutato, al proprio posto, fino al mattino dopo. Scrivo che il 4 maggio se n’è andato da più di tre ore, fuori è buio pesto ma tra un po’
Siamo immersi nella società 3.0. In cui i social network la fanno da padroni. Tanto che si sono evoluti anche in social media: mezzi attraverso cui informarci del mondo che ci circonda. Tendiamo tutti a vivere online, costruendoci identità e stili di vita sulla rete. Aggiornando i nostri profili continuamente. La nostra caratteristica intrinseca, essere animali sociali, è stata parzialmente affidata a piattaforme come Tinder e Wapa (che ci fanno conoscere nostre nuove cotte), Twitter (per tenerci aggiornati), Instagram (in cui le foto pubblicate testimoniano che giro, vedo gente, mi muovo, conosco, faccio delle cose[1]), Facebook (che ha intenzione, addirittura, di sostituire completamente i motori di ricerca).
“Cosa resterà di questi anni ’80” cantava nostalgicamente Raf a Sanremo 1989. Questo titolo potrebbe essere rivisitato ai giorni nostri in “cosa resterà di questa Fase 1?” perché è inutile negarlo, questo è stato il periodo più sconvolgente degli ultimi settantacinque anni di storia.
La terribile disavventura di Marco, un giovane marchigiano residente a Bali, ha avuto inizio lo scorso lunedì, dopo essere stato coinvolto in un gravissimo incidente stradale. Il giovane, in sella alla suo motorino è stato investito da un camionista non curante di uno stop.
Era il 29 aprile del 1945 quando il corpo senza vita di Benito Mussolini, in seguito all’uccisione del giorno precedente per mano di alcuni partigiani venne esposto in piazzale Loreto, a testa in giù. Insieme a lui il cadavere della sua amante Clara Petacci e quello di sedici gerarchi fascisti. Una scena macabra che richiama alla mente
“Pastorale Americana” è il titolo del romanzo pubblicato da uno dei più grandi scrittori viventi americani, Philip Roth, nel 1997 e vincitore del premio Pulitzer nell’anno seguente.
È la storia di Seymour Levov, ricco americano di successo: chiamato “Lo Svedese” per le sue caratteristiche fisiche, la prestanza atletica, i capelli chiari e gli occhi biondi, Seymour è per tutti un semidio, l’uomo dalla vita perfetta. Figlio di una famiglia di ebrei immigrati negli Stati Uniti, vive in una località molto vicina a New York, nel New Jersey, negli anni del secondo Dopoguerra.
Conosciamo il protagonista fin dall’incipit del primo capitolo che esordisce appunto con “Lo Svedese”, come se fosse il titolo di un quadro che vedremo nel particolare. È questa la sensazione di rimando voluta dal narratore, che scopriremo essere, qualche pagina dopo, Nathan Zuckerman, uno scrittore amico di infanzia del fratello di Seymour, Jerry. È una sorta di maschera narrativa che Roth utilizza spesso nei suoi romanzi, tale da potersi definire un alter ego dell’autore.
Zuckerman sa immergersi fino in fondo nelle storie per esaurirle. Lo fa in “Pastorale americana”, attraversando gli anni controversi dell’America casta e pura e di quella che si ribella al sistema ipocrita e bigotto della generazione di cui è figlia. E tuttavia, approda alla conclusione – semplificando – che è impossibile capire davvero l’altro. Si abbandona alla consapevolezza di una solitudine che però non ci rende eremiti, piuttosto testardi collezionisti di sbagli.
Il romanzo si conclude con un interrogativo che lascia intendere proprio l’impossibilità di acciuffare la verità sottostante le vicende: “Ma cos’ ha la loro vita che non va? Cosa diavolo c’è di meno riprovevole della vita dei Levov?”
Probabilmente questi sono i giorni in cui qualcuno sta decidendo che ne sarà di me. Se potrò ancora concedermi di avere ambizioni lavorative o il desidero di procreare. Probabilmente, mentre sono intenti a proseguire quella fastidiosa e noiosa gara di consenso, prende forma la condanna generazionale.
Si discute di aiuti immediati, che equivale a scendere in campo per pareggiare la partita…forse. Mentre ci scanniamo sui social a suon di “chi sei? Così ti sbatto al muro”, rinunciamo all’unica cosa che ci aveva reso grandi nel tempo, l’umanità. Probabilmente fra vent’anni guardandomi indietro vedrò un po’ di nero ripensando a questo tempo, quando iniziavo a credermi professionista per qualcosa, ma qualcuno stava cancellando le mie opzioni di farcela.
Una bufera di vento minuziosamente descritta nell’incipit del romanzo di John Steinbeck, Furore, dà avvio alla storia della Grande Depressione americana. Racconta il lungo viaggio intrapreso dalla famiglia Joad, mezzadri da generazioni e costretti dalla crisi a lasciare la propria casa, dall’Oklahoma al più lontano est, la California, una “terra promessa” dove poter ritrovare serenità e condizioni di vita dignitose.
Tom Joad è il protagonista delle vicende; un anno dopo l’uscita del libro fu personificato da Henry Fonda nell’omonimo film. Nel 1995 poi, Bruce Springsteen pubblica il suo undicesimo album, “The Ghost of Tom Joad”. Rieccolo, sempre lui, in versione canzonata. Tom nel romanzo e poi nel film è un eroe, il portabandiera di una lotta contro la fame e contro l’abuso del potere. Ma nell’album di Spreengsteen ne resta solo un fantasma. Il cantautore sta cercando qualcuno che come lui si assuma la responsabilità e l’urgenza della lotta nell’America contemporanea. In Steinbeck, Tom Joad dice: “siamo tutti una grande anima”. E viviamo tutti la nostra angoscia, il nostro fallimento e la nostra rinascita, in un grande Furore.
Sono in pochi, beati, che l’obbligo di rimanere nella propria abitazione non lo soffrono particolarmente. Perché la giornata riesco a gestirmela abbastanza bene, l’unica cosa che manca è uscire fisicamente per vedere “l’esterno”. Ma nella natura umana e di tutti gli esseri viventi c’è la necessità di creare una casa, un nido, una tana. Questa è solo una situazione di passaggio, non siamo destinati a morire qui (Dodo). Del resto, hanno ragione.