Mettiamo il virus allo specchio

Giorgia Persico

“Prendi una penna, uno specchio ed esprimi i tuoi sentimenti sul coronavirus”. Parole che compaiono nella descrizione della pagina Instagram e Facebook Reflection for Change di Elena Morizio, artista, prima allieva di Lorenzo Ostuni, dal 2013 con una punta di diamante incide specchi, quasi una rarità nel panorama artistico italiano che la porterà nel 2017 ad esporre all’Artexpo di New York.

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Sartre ci spiega il nostro male di oggi, 75 anni fa

Federico Dazzi

C’è una cosa da cui l’uomo continuamente fugge, ma dalla quale è sempre inseguito: la responsabilità del presente, delle azioni e delle scelte. Mai come oggi, mentre il mondo è schiacciato da un male invisibile, questo è evidente. E il tema della responsabilità è quasi abusato nelle centinaia,
forse migliaia, di articoli e interventi che ogni giorno in questo periodo campeggiano su giornali e tv. Quello che capiamo da ciò è che ognuno di noi ha la responsabilità di qualcosa, di potere arginare nel proprio piccolo una
situazione di enorme emergenza del nostro paese. Ma che cosa è la responsabilità?

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Fermo immagine

Sofia D’Arrigo

Ho avuto un autunno e un inverno pazzeschi a Parma e – mannaggia- non aspettavo altro che la primavera.
A Parma avevo ritrovato quattro stagioni e una stanza con gli scaffali da riempire da zero.

Certo, se un carabiniere suona alla mia porta, è solo per chiedermi le generalità, mica per consegnarmi l’urna con le ceneri di un prossimo.
In un solo giorno di marzo a Parma questo è successo 47 volte.
A Finale, al massimo, osservo dalla finestra chi le mascherine se la pioggia sulla testa o la abbassa sotto il naso.
Ma la morte ha fatto capolino anche qui, anche dentro ciascuno di noi e si è portata via qualcosa.
A me ha tolto tutte le opportunità che mi ero conquistata a fatica prima di poter fare quella valigia.
Mi ha tolto uno, due forse tre sogni a breve termine.

Mi ha tolto il sottile imbarazzo che stavamo imparando a smorzare tra noi, perché averne 25 o 60 non fa differenza: i legami sono come la trama del disegno di un lenzuolo, prendono forma solo alla fine ma restano delicati fin dall’inizio.
Mi ha tolto la noia di una lezione soporifera in cambio di uno sterile pdf.
Ma la noia almeno, includeva la possibilità di compiere il gesto rivoluzionario di alzarsi dalla sedia nel bel mezzo della predica e lasciare l’Aula.

Essere generativi in un tempo di morte però, non è impossibile.
Passa da tools e connessioni scadenti, da calze indossate per accendere la brace, dallo sforzo di dare forma ai volti importanti nella mia mente senza l’ausilio made in China di uno schermo.
E nella mia testa, siete il più bel fermo immagine.

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Isolamento o arresti domiciliari?

Carmine Albanese

“Dobbiamo rimanere a casa ed uscire solo per motivi di lavoro, salute o di estrema necessità” , sono poche e chiare le regole da seguire che il Governo ci ha indicato e questo potrebbe essere destabilizzante per le nostre menti.

In questo mondo surreale e inedito anche le parole da utilizzare hanno una grande importanza nella nostra società, in particolare mi voglio soffermare su come definire questo periodo della nostra storia che forse è il più complicato della nostra Repubblica. Sono infatti molte le persone comuni – ma anche noti giornalisti –  che in preda al senso di sconforto o per idealizzare il diritto alla libertà, tendono a definire questo periodo come “arresti domiciliari” proprio perché costretti a rimanere all’interno delle mura domestiche.

Senza entrare nel merito degli aspetti giuridici, gli arresti domiciliari rappresentano per l’imputato una sanzione che serve a scontare una condanna più o meno lunga all’interno della propria abitazione, ed è quindi una misura coercitiva che una persona è tenuta a rispettare. In questo periodo invece, è pur vero che non dobbiamo uscire, ma le regole che sono state impartite rappresentano una misura di protezione – non di coercizione – volta a  proteggerci da un virus che può essere molto pericoloso e che purtroppo sta mietendo diverse vittime in Italia.

È una misura di protezione quindi e non lo dico a caso, ho avuto infatti l’esperienza di vivere in ospedale ai tempi del Coronavirus perché purtroppo  mentre questo virus irrompe nel nostro Paese le altre patologie non stanno mica a guardare fuori dalla finestra, sono tante infatti le persone che hanno bisogno dei nosocomi anche per altre malattie e stare nella completa solitudine in una piccola stanza, per diverso tempo, senza che nessuno possa starti accanto, non è affatto qualcosa di semplice.

Non sentiamoci quindi agli arresti domiciliari, sarebbe ingiusto nei confronti di tutti coloro che lavorano negli ospedali, di tutti coloro che lavorano per far andare avanti il Sistema Italia, ma soprattutto non sarebbe giusto nei confronti degli ammalati di qualsiasi patologia, perché sono costretti a vivere la propria malattia senza l’affetto delle persone care e all’interno di pochi metri quadrati di un’anonima stanza ospedaliera.

Sentiamoci quindi fortunati a vivere un periodo di isolamento domiciliare protettivo, non di arresti domiciliari.

Comincia a pesare e ci sta cambiando. Ma torneremo…

Fabiola Stevani

Sincerità e riflessioni.

Questa quarantena inizio a sentirla. Pensavo di essere riuscita a tenere a bada la mia ansia. Quell’amica invadente che per tanto tempo mi ha letteralmente soffocata. Ci ho lavorato per anni, ottenendo risultati molto importanti. E adesso potrei anche vederli andare in fumo.

Siamo stati ricacciati a forza dentro una sorta di comfort zone. E non è detto sia un bene.

Non andare fuori. Stare a casa. Rifare di quattro mura il mio tutto.

“Oggi non esco, piove”.
“Oggi fa freddo, non esco”.
“No dai, fino a Torino? No, non esco”.
“Prima stavo bene, mi sono anche preparata, ma poi mi sono venuti i crampi, quindi non esco”.
“Avrei voluto uscire, ma non ce l’ho fatta”.
“No, c’è troppa gente in quel posto, non mi va di uscire”.
“No non vengo a lezione, non ci riesco”.
Eccetera eccetera… una lunga collezione di imbarazzanti e avvilenti momenti.

Per dire… ho ricominciato a mangiarmi le unghie. Cosa banale, eh? Eh già, però erano almeno dieci anni che non lo facevo. Ho ricominciato con una che si era rotta, una sola che vuoi che sia? E poi nel giro di una settimana sono sparite tutte.

Dovrò riguadagnarmi gran parte delle mie conquiste. Ovvero, ricominciare a fare ciò che gli altri non vedono l’ora di poter rifare. Uscire, muoversi. Prendere un mezzo pubblico. Prendere un treno per andare all’università. Cose banali, vero? Già.

Prima, quando sentivo di non stare bene, e ne avevo la possibilità, uscivo e andavo a guardare il mare. Camminavo fino alla spiaggia e mi godevo il silenzio tutto intorno. Parlava solo lui. Un ritmo che ricorda il battito cardiaco, quando è calmo e regolare. È così succedeva che quel battito diventava il mio. Tutto si normalizzava. Tutto tornava al suo posto. Riaprivo gli occhi e il peggio era ormai alle spalle. Bene – mi dicevo sempre – il mare continua ad essere il mio Xanax. Così da non dover, fortunatamente, ricorrere ad ansiolitici veri e propri.

Adesso che uscire non è più permesso, come si fa? Si ricorre all’altro, grandissimo, aiuto. Si scrive. Si usano le parole. Si prova a mettere nero su bianco. Si prova a lasciare andare.

Torneremo a guardare i tramonti sul mare, a lasciarci inebriare dal suo profumo. A cullarci con le sue onde.

Torneremo tutti insieme, prima o poi. Ma saremo diversi, cambiati. Avremo dovuto fare i conti con chi siamo, con chi cerchiamo di essere ogni giorno. Con le nostre fragilità, che nascondiamo con imbarazzo. Con i nostri incredibili difetti.

Avremo fatto i conti con i demoni che abbiamo dentro e che, troppo spesso, pensiamo di aver ucciso e invece sono solamente cellule dormienti.

(Fotografia scattata a novembre 2018)

Numeri (e volti) di tragedia, numeri di speranza

Gabriele Balestrazzi

C’è tanta – e spesso lodevole – informazione, fra quotidiani, tv/radio e siti. Ma spesso, come ho ripetuto anche in aula su altri temi, non è chiara la gerarchia, non è chiara la sintesi. Ed è qui che il giornalista-umanista deve sapersi piazzare, con curiosità, studio, ordine e a volte fantasia.

La giornata di ieri, a Parma, è stata ancora una volta tragica: 25 morti. In marzo il coronavirus si è portato via 331 parmigiani. Una strage, una guerra, come se avessimo moltiplicato per 15 la tragedia del Cattani nel nostro ospedale.

E naturalmente non c’è statistica che possa contenere il lutto, gli affetti strappati, le intelligenze e le generosità (pensiamo ai medici morti in prima linea) che sono venute a mancare alla città, oltre che alle rispettive famiglie. Proprio ieri la triste storia dello chef Francesco Bigliardi, morto a poche ore dal fratello ex assessore Claudio, è parsa riassumere la devastazione che il coronavirus sta portando in tante case.

Un giornalista, tanto più se immerso da decenni nel racconto della propria comunità, non può che partire da qui, senza mai dimenticarlo nelle proprie cronache. Ma è importante, seppur doloroso, anche guardare ai numeri: non per dimenticare vite e volti, ma per capire meglio a che punto siamo di questa imprevista, buia e tremenda notte.

E se i numeri delle persone morte sono angoscianti, ci sono altri numeri ovviamente non più importanti ma più attuali. Innanzitutto gli accessi al pronto soccorso, che dal picco di metà mese (172 il 16 marzo) sono scesi ai 75 di ieri: meno della metà.

Poi c’è l’altro numero che compare nel grafico, in giallo nella parte più in alto mentre la parte bassa azzurra è appunto la tragica sequenza dei decessi. E’ il numero dei nuovi contagi, che è legato ai tamponi e quindi più ritardato dei ricoveri da ambulanza. Anche qui, per fortuna, la curva ha smesso di impennarsi e l’andamento segna una consistente frenata, che però non smette di ammonirci.

Per capirci meglio, dall’1 al 17 marzo Parma aveva registrato 800 nuovi contagi: nelle ultime due settimane (in attesa dei dati di oggi) i nuovi contagiati sono risultati 1059, alla media di 81 al giorno. Ma negli ultimi due giorni la media è 53.

Se quindi la prima speranza è che si plachi al più presto la peste mortifera, si può sperare che il nostro casalingo sacrificio (un sacrificio assai relativo rispetto a quello del personale sanitario) stia davvero allentando questa morsa assassina. Però, i numeri sono ancora troppo alti per consentirci distrazioni o tregue. E se non mollano i nostri splendidi angeli del Maggiore e delle altre strutture del Parmense, non dobbiamo mollare neppure noi. Anche per rispetto a quei 331 parmigiani che questo terribile marzo si è portato via, senza neppure la possibilità di un ultimo saluto.

Umarell umanistici

Gabriele Balestrazzi

La salita impervia ma affascinante del Pasticciaccio di Gadda, il rigore dei Berliner con Abbado, il magico nonsense di Otto e mezzo di Fellini, l’approfondimento dei tesori vicini (ma oggi irraggiungibili) di Antelami o Correggio… Sì: lo so che pesa e pesa anche a me questa lunga e quasi irreale prigionia.

Sento a distanza, e mi sento impotente, lo smarrimento di studenti sparsi fra Nord e Sud, che sicuramente sentono ancor più ingiusta questa clausura nell’età e nella stagione che più richiamano fuori.

Tutto vero, eppure tutto infinitamente piccolo a confronto dei drammi di chi non c’è più (una strage se guardo anche solo ai numeri della nostra cara Parma) e delle loro famiglie. Tutto perfino meschino, se paragonassimo i disagi nostri a quelli che davvero eroicamente stanno affrontando da settimane i medici, soprattutto in certe zone d’Italia.

A tutti noi stanno rubando qualcosa: dalle cose più gravi come la vita e il lavoro, a quelle più impalpabili ma che entrano dentro, come la gioventù o anche l’ultima stagione, che in modo diverso ma speculare chiamerebbero a non sprecare neppure un attimo di vita.

Ma ora più che mai non è tempo di cedere o di piangersi addosso. Lo dobbiamo a chi combatte per noi una battaglia durissima e lo dobbiamo anche a noi stessi, ora che anche il nostro contributo inizia a dare i primi frutti nella prevenzione e nel contenimento del contagio.

Da pensionato, mi hanno spesso fanno battute sugli “umarell”, come a Bologna definiscono chi giornalmente va a seguire i cantieri stradali. Ecco: in questi giorni di reclusione forzata potremmo diventare tutti umarell umanistici. Sfruttare questi giorni per studiare, conoscere, capire: il dopo-contagio ci svelerà una voragine economica. Ognuno di noi dovrà avere la lucidità e la pazienza per capire quale sarà la sua parte in una rinascita che dovrà coinvolgere tutti: nessun egoismo sarebbe giustificato, e tutti noi avremo bisogno di crescere, per essere all’altezza della più grande sfida del la nostra città e del nostro Paese dai tempi della guerra. E nulla come la Cultura e l’esempio dei Grandi ci può aiutare.

Sono giorni rubati, ma dobbiamo dare in modo che non siano giorni persi.

Note: di uomini labirintici & Baustelle

Maria Cristina Mazzei

Ebbene l'uomo è un assurdo vivente, proprio perché pensa se stesso, o almeno s'illude di pensare se stesso. Forse la vera essenza e il vero destino dell'uomo consistono proprio in questo:

nell'essere capace di ragionare e di capire una gran parte del mondo, ma insieme di non poter mai dare un senso compiuto alla sua ricerca, perché il punto di chiusura, il punto di appoggio di tutto sarebbe il capire se stesso. Eppure l'essere umano non può fare a meno di pensare se stesso. E per questo rappresenta un assurdo vivente, un essere condannato ad aggirarsi perpetuamente in un labirinto cercando un'uscita che non ha i mezzi per trovare.

Ma mentre procede affannosamente lungo i meandri del labirinto, l'uomo è capace di vedere tante cose affascinanti, di compiere analisi corrette, di scorgere non poche verita, di eseguire splendide costruzioni. E soprattutto è riuscito in un'impresa importantissima: ha capito di essere in un labirinto. 

-La canzone, del raffinato gruppo italiano Baustelle, tratta della ricerca di assoluto e di innocenza in tempi deteriorati e colpevoli. Un funerale magico, con una bambina che non è più una bambina, nel suo mondo di soldatini di plastica, marionette e processioni nel bosco.  Un funerale alla giovinezza. Che diceva bene Sandro Penna è forse "soltanto questo perenne amare i sensi e non pentirsi"; ma che a volte "il buio dell'anima e della storia tende a  mortificare"-

SurrealLaurea

Gabriele Balestrazzi

Annodarsi la cravatta per…restare in casa. La giacca, le scarpe nonostante l’inquadratura a mezzobusto (quanti esami in pantofole stanno postando gli studenti in questi giorni sui social…). E’ l’inizio surreale di una giornata surreale, che però è giusto sia il più possibile simile alla festa che è sempre una laurea. E allora la cravatta (nonostante l’allergia che mi deriva da 24 anni di cravatte da tg) è un piccolo segno di “solennità” e di rispetto che voglio dare ai miei 12 laureandi.

Li ho visti arrivare in studio: chi con un progetto chiaro, chi con le idee confuse, chi mi cercava da relatore e chi da correlatore. Chi ha proceduto come un panzer, chi a un certo punto ha cambiato l’argomento della tesi, chi ha ultimato il lavoro in anticipo, chi ha voluto arricchirlo quasi in tempo reale inserendo proprio un capitolo su questa gigantesca emergenza del coronavirus.

Per qualcuno ho dovuto infondere entusiasmo e fiducia, con altri ho dovuto schiacciare il freno per evitare rischi di voli pindarici. Ma tutti hanno lavorato seriamente: e continua a colpirmi positivamente il comportamento di questa giovane generazione a volte snobbata, a volte semplicemente non capita (come del resto è un po’ destino dei giovani di tutte le epoche…). E spesso con titoli che più che alla tesi sembrano già riferirsi a un progetto per il futuro, con quella speranza di cambiare un po’ di mondo che è giusta e doverosa a 25 anni: gli sprechi di cibo, la questione migranti, il calcio al servizio delle dittature (Argentina ’78)… Oppure progetti originali che magari potranno trovare domani un editore.

Ci si immerge tutti insieme nella piattaforma video della riunone a distanza, che a parte un intoppo funziona efficacemente: ci stanno anche qualche discussione laureando-docente e qualche battuta. E in qualche modo ci si guarda negli occhi anche senza guardarsi. Fa sorridere che qualche supporter, a sua volta in videoconferenza come ospite, invii incoraggiamenti via chat, che però in questo modo transitano sotto gli occhi di tutti… In altri contesti sembrerebbero mancanze di rispetto alla cerimonia: qui finiscono per donare un po’ di spontanea umanità alla tecnica freddezza dell’aula virtuale.

Poi le proclamazioni: qualcuno vola verso la meritata lode, qualcuno magari si sarebbe aspettato di più, tanti sorridono soddisfatti. Come avviene normalmente in tutte le cerimonie di lauree: ma è soprattutto qui che senti la mancanza degli abbracci fra laureati e parenti, delle strette di mano e dei complimenti a chi hai accompagnato a quel traguardo, delle corone d’alloro (anche se una fa capolino nel video), dei tappi che saltano all’esterno per i primi brindisi.

Torneranno anche quelli, torneremo sotto i Paolotti, torneremo a vivere. Intanto complimenti e in bocca al lupo, Dottoresse e Dottori! 🙂

Guarda la gallery nella pagina facebook Dusic Comunità in Rete

Almeno un ultimo sguardo

Clarissa Di Gregorio

Non possiamo uscire, tutto è chiuso, bisogna rispettare il metro di distanza, un solo rappresentante del nucleo famigliare può recarsi al supermercato. È uno scenario apocalittico, in cui abbracciarsi è un gesto rivoluzionario. È la prima volta che ci dobbiamo rapportare con decreti governativi che, seppur indubbiamente necessari, ci tolgono un po’ di libertà.

Che strana, stranissima sensazione.

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