L’emergenza di scrivere

Eleonora Puggioni

Che strano il tempo, non trovate? Eravamo così abituati alle nostre vite, a svegliarci presto e andare a lavoro, a studiare, a capire come guadagnare il nostro spazio nel mondo, che non ci siamo mai resi conto dello scorrere del tempo.

Ora invece ci facciamo caso. Ma il concetto tempo ci sfugge comunque dalle mani, non riusciamo proprio a trattenerlo. Da quindici giorni a questa parte – già 15 giorni, incredibile eh? – 

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Un lavoro “con-temporaneo”

Lucia Caputo

C’è un lavoro che in questo momento storico segnato da una situazione sempre più drammatica e confusionale, può appropriarsi di un nuovo significato; volontariato. Si chiamano shopper e sono i “volontari” di una notissima azienda. Sì perché le condizioni alle quali questi lavoratori eseguono il proprio dovere non hanno la giusta dignità e non perché sia un lavoro umile, non esistono lavori umili o lavori presuntuosi, ma perché a questa mansione non viene dato alcun privilegio e nemmeno il dovuto.

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Infiniti abbracci finiti

Antonella Scarati

14 marzo, ore 16.30

Ho una mamma che mi scrive,
non è la mia.
Ho una amica che mi pensa,
non è la mia.
Ho una vita che mi dona emozioni,
è la mia.
Non è la mia mamma, non è la mia amica, ma è la mia vita a ricordarmi
che
non
è
facile,
ma,
se
è
faticoso,
è
degno
di
vita
amore
sacrificio
e
poi
sorriso.
È tutto qui: un cuore,
come tanti altri,
in una casa.
È tutto qui: un cuore del sud,
come tanti altri,
in una casa del nord.
È tutta qui, l’ Italia: un cuore in una casa.  

19 marzo 2020, festa del papà

Caro papà,
due anni fa ti rendevo partecipe di un sogno: poter scrivere un libro tutto mio con un capitolo interamente dedicato a te. Ti inviavo una lettera in questo giorno, scritta a mano, dove ti ringraziavo per aver creduto in me in tutti questi anni e avermi spronata come nessun’altra persona abbia fatto mai ( o forse un’altra c’è, l’ho conosciuta da poco ed è un Capricorno come te) a rincorrerli questi maledetti ( o benedetti, non saprei ancora come definirli) sogni. Sono qui, accasciata sull’angolo della mia scrivania da studentessa fuorisede, in una delle città più colpite dall’Emergenza Sanitaria, Parma, sono qui affranta da ciò che sta succedendo attorno a noi, delusa dalla falsa morale di cui si dipingono le persone su queste vetrine per poi dimostrarsi meschine e superficiali nella vita reale. Sono qui, priva di parole, di commenti nei confronti di chi, nella mia stessa condizione, ha deciso di vestirsi con abiti più grandi dei propri per aspirare a condizioni di vita migliori a spese del prossimo. Sono qui, rinchiusa in quattro mura di una stanza troppo umida per i tuoi gusti, di una casa troppo vecchia per i tuoi standard, sono qui, in una condizione di abbandono e mestizia in cui persone che dovrebbero aver maturato il senso civico, il rispetto per l’altro, le buone maniere da osservare per il bene della comunità, fanno ciò che gli pare e si dimostrano strafottenti nei confronti dei ‘ corretti’. Papà caro, al risveglio ho pensato che averti vicino, nei silenzi e nei tuoi non abbracci, è stato per me l’insegnamento più bello: vivere secondo i miei principi, le mie necessità, i miei desideri più grandi, più profondi, più veri. Ti ringrazio per tutto ciò che non mi hai detto, non mi hai insegnato e per i momenti in cui hai preferito fossi io a scegliere quale strada seguire. Non vorrei essere una persona diversa da quella che sono, lo avrai capito oramai, da quando imperterrita ho urlato con sorrisi e lacrime le mie volontà. Vorrei spalancare la porta e vederti arrivare, come in tutti quei momenti alla stazione , quando a casa è tutto pronto per il mio arrivo, ma tu mi accompagni per i sentieri di campagna e i tuoi orticelli, per avere del tempo solo tuo e mio, il tempo nostro. Vorrei sentire il profumo degli asparagi colti nei giorni soleggiati e delle mandorle sbucciate per le mie scorte parmigiane. Vorrei sedere al tuo fianco, a tavola, e leggere una poesia, nonostante io sappia non ti aggrada, insisterei affinché tu l’ascoltassi. Vorrei abbracciarti e darti tanti bacini con schiocco sulle guance, strapazzarti le orecchie, rassicurarti che staremo bene e sarà presto l’ora di averti vicino, sempre. Vorrei poter chiudere gli occhi e riaprirli accanto a te. Al momento potrei solo chiederti di vederci in videochiamata e salutarci con i convenevoli, so bene quanto non sopporti parlare al cellulare in presenza di altri. Non ti chiederò nulla, sta tranquillo, ti ringrazierò a vita per ciò che mi hai trasmesso: il bene è incommensurabile se attorno a me e a te c’è gente come me e come te. Ti vorrei salutare pensando che sarà presto tutto finito e saremo presto tutti insieme, per festeggiare te e poi me, ma al momento la mia parte razionale prevale sulla sognatrice. C’è da tenere duro e mantenersi forti e coraggiosi, a distanza, pensando che solo uniti riusciremo, ancora una volta, a tenere alta la testa.  

22 marzo, ore 8.00

Piango.
Tu dormi.
Piango.
Tu sei in guardia medica.
Piango.
Tu assisti una donna che si prepara al parto.
Piango.
Tu vai a lavoro in un negozio di beni primari.
Piango.
Tu escogiti piani organizzativi per i turni in ospedale.
Piango.
Tu impasti per la prima volta acqua, sale e farina.
Piango.
Tu dormi dopo una notte insonne.
Piango.
Tu hai cercato una sola motivazione degna di tutta questa agitazione.
Perché voi là fuori siete a spasso, chiacchierate, bevete, sorridete?
E noi qui
a piangere
e a leggere
che altri cento posti in ospedale saranno pronti per nuovi malati da curare.
Piango.
Perché infiniti.
Abbracci finiti.  

Antonella Scarati, studentessa universitaria pugliese a Parma.

Appuntamento al banco frigo. Come due spie

Sara Lasagni

Giovedì mattina, undicesimo giorno di quarantena, mi sveglio con l’angoscia: è uscito un nuovo decreto del Presidente del Consiglio. Nuove restrizioni. Non so per quanto ancora riuscirò a sopportare questi annunci, ma questo, per me, è forse il divieto peggiore. Niente più passeggiate. Ci si può spostare solo intorno a casa per un raggio di 200mt.

Mi si spezza il cuore. Tra me e il mio fidanzato ci sono 2 km, un’assurdità. Talmente vicini che da settimane non faccio che andarci a piedi e ormai c’è venuto il solco a forza di percorrere la stessa strada. E adesso? Nell’emergenza le passeggiate erano l’unico momento d’aria che
mi prendevo per poterlo vedere. Ma non solo, per noi erano un momento importante, facevano parte dell’allenamento pre cammino di Santiago. Dopo anni che ci pensavamo, questo era l’anno buono per realizzare uno dei nostri sogni, ma adesso il virus sembra mettere a rischio anche questo obiettivo. Di certo, ci ha già tolto l’unico momento della settimana in cui riuscivamo a vederci. Uno da una parte della strada e l’altro dall’altra, senza alcun tipo di effusione, solo tante chiacchiere e tante risate.

Mi alzo sconsolata, gli chiedo se anche lui ne è al corrente e mi conferma: non è un brutto sogno. Per la nostra sicurezza, ci hanno tolto anche quell’unico momento. Le videochiamate non bastano e mi sale un pianto inspiegabile. In fondo si tratta solo di un piccolo sacrificio, eppure quanto pesa. Cerco un pensiero felice a cui aggrapparmi: anche lui sente la mia
mancanza e quando tutto sarà finito ci abbracceremo come non abbiamo mai fatto. Ma stamattina non basta. Talmente triste che anche la colazione è amara.

Poi, d’un tratto, mentre mi lavo i denti una folgorazione. Devo averlo letto da qualche parte, qualcuno lo deve aver già fatto. Lo chiamo immediatamente: “Devi fare la spesa oggi?” “Sì ma dopo pranzo.” “No vieni, ci vado adesso perchè dopo non riesco.” “Ok, ma ho bisogno di
un quarto d’ora mi sono appena alzato” “Fa niente, ti aspetto nel parcheggio.” Venti minuti dopo è lì, in fila davanti a me. In attesa come tutti gli altri, con il carrello a separarci, ma è lì. Il suo viso serio, ma gli occhi felici e io mi sento già più tranquilla. Andrà davvero tutto bene. Parliamo come sempre, con un leggero imbarazzo perché non possiamo dirci tutto quello che vorremmo, troppe persone in fila e un silenzio pieno d’incertezza.

Entrano due alla volta, con calma, ormai è prassi. Nessuno si lagna, le persone scambiano commenti sulle mascherine introvabili, ma per lo più si sta in silenzio. Tocca a noi, entriamo insieme. Cerchiamo di non stare troppo vicini, ma di non perderci di vista. Tra i banchi della verdura confrontiamo le liste, decidiamo quali reparti fare, ma alla fine li passiamo tutti. Una scusa per avere più tempo per stare insieme. Metto nel carrello la cioccolata e lui i biscotti, gli chiedo del lavoro, lui mi ricorda che devo studiare. Passiamo dalle ricette di cucina alle serie tv, passando per il bollettino familiare. A casa tutto bene, mi dice. Non succede niente
di particolare in questi giorni. Di particolare c’è solo la situazione.

Ci sembra di essere due spie del KGB durante la guerra fredda. Parliamo piano e cerchiamo di fare la spesa in un tempo consono per non ostacolare altre persone. Eppure non ci sfugge un particolare: tutte le persone che incrociamo ci guardano con diffidenza. O meglio tutti ci guardiamo
reciprocamente con diffidenza, come se sospettassimo che il cliente della gastronomia prima di noi possa contagiarci.
Arriviamo alla cassa. Non smetto di sorridere, almeno oggi è qui con me. Non posso toccarlo, non posso stargli troppo vicina, ma è qui. E anche lui è felice quanto me. Lo vedo nel sorriso che sfodera chiamandomi “mortadella”. Un briciolo di quotidianità in tutta questa situazione assurda.
Ha fatto la spesa per quindici giorni e io spero solo che questa emergenza duri meno perché sta diventando davvero difficile non poter condividere le mie giornate con lui e sapere che abbiamo perso la nostra routine.

L’eco di chi non si arrende

Valentina Brioccia

“Ho affrontato tante battaglie, questa è un’aggiunta o forse è niente a confronto”.
Una frase tagliente, che fa riflettere. Cosa si cela davvero dietro quelle lotte quotidiane con la vita? Per Chiara nell’agosto 2019 un fulmine a ciel sereno – letteralmente così perché si trovava in vacanza in Puglia – ha fatto irruzione nella sua vita. Era lì da tanto tempo quel male, nella parte dell’emisfero sinistro del cervello, stava in silenzio, e un giorno ha deciso di
gridare forte facendo andare in tilt il corpo di una ragazza ventiquattrenne.

Le convulsioni improvvise e continue in mezzo a quel centro commerciale semi deserto sono state una sveglia, un campanello d’allarme suonato in extremis.
Chiara in quel momento ha rischiato che le venisse rubata la vita, poteva morire. Una vacanza distrutta, lacerata e segnata dai pianti, quelle sabbie così fini stavano sprofondando pian piano, non era più tutto così luccicante.
Tutte le certezze vanificate dalle tac e radiografie che continuavano a dare esiti cupi e bui, ma non certi, fino al giorno della conferma ufficiale.

Ha un nome lui, si chiama tumore lo stronzo che senza consultare nessuno ha deciso di dare una frenata al ciclo della vita e di sconvolgere gli animi delle persone care. Gli ospedali per la ragazza sono diventati una casa, sa bene le realtà nascoste di quelle mura, le vede e le vive da parecchi mesi e quei medici sono i suoi eroi, dopo i genitori e la sorella.
Gli aghi dei prelievi oramai fanno meno male di un pizzicotto, la radioterapia piano piano si porta via i suoi lunghi capelli che lei ha sempre amato e allora si parte alla ricerca di quella parrucca che la faccia sentire sempre bella e armoniosa. Ha sempre amato truccarsi, vestirsi
all’ultima moda e uscire impeccabile, nulla doveva essere fuori posto. È ancora così, lei è sempre la stessa: sorride, conforta le amiche, piange e ama, a dire il vero il suo cuore è cresciuto a dismisura.

Lei che ogni giorno percorre un gradino in più verso quell’ardua salita, affiancata dal suo ciclo chemioterapico infonde certezza, positività e speranza a chi, forse, per la prima volta da quando ha visto la luce della vita, è stato messo a dura prova da un virus invisibile.
Dovrebbe essere il contrario, ma non è così, i fragili d’animo sono sempre le persone che in realtà hanno goduto, fino ad ora, di ogni minuto su questa terra senza mai esserne grati.

Le giornate di Chiara avevano già vissuto momenti di stand by, di up e down. Potrebbe tornare a riviverle, ma a lei chi gliele dà le convinzioni scientifiche e mediche al 150%? Lei malata oncologica ha persino fatto fatica a trovare i dispositivi adatti per proteggersi, non le sono stati assicurati nemmeno una mascherina e un paio di guanti.
È costretta ad uscire, neanche vorrebbe se non dovesse per forza fare visita al laboratorio analisi. È un soggetto a rischio e per logica dovrebbe scoraggiarsi, non vedere più il cielo a colori, invece no il suo inno è che «positività porta positività».
A chi oggi si dispera perché rinchiuso in quelle quattro mura di casa sua, che sì, si fanno sempre più soffocanti, a quelli che imperterriti continuano a evadere dagli obblighi morali e civili imposti dalla legge, a coloro che vivono di negatività, aumentata dalle bufale sui social, è giusto dire: Chiara ad agosto avrebbe voluto essere voi, ma le è stata preclusa
questa possibilità e molti, nella sua stessa situazione, vorrebbero vivere in totale libertà per godere ancora di più di un’esistenza che è diventata un’incognita.

Fermatevi. Riflettete. Cercate di essere più empatici, amate senza mezze misure, godete di ciò che avete ancora a disposizione, scandite i minuti e le ore che passano con il sorriso delle persone che avete ancora accanto e quando potrete correrete più forte che mai per ritrovarvi in quell’abbraccio che vi ricomporrà.
È il bene che cura il male, quindi sorridetegli a questo nemico.
La fine non è arrivata, parola di Chiara, che un virus lo combatte ogni giorno da sette mesi.

SALGOALSUD.IT : leggi il nostro diario a più mani

Quindi Irene torna a casa

Che ne è stato di Irene, la studentessa che ha scelto di lasciare Parma poche ore prima che diventasse zona rossa la notte del 7 marzo? Al rientro in Sicilia – ha raccontato – è stata destinata come tanti alla quarantena obbligatoria (e non più fiduciaria), dopo l’autodenuncia alle autorità locali. Trascorsi i 14 giorni imposti dal decreto, per lei sono valide le regole che nel frattempo sono state emanate per tutti.

Sto bene. L’ho ripetuto spesso, ad alta voce, ovviamente al telefono. L’ho scritto nei messaggi di chi andava rassicurato, agli amici, molti, che in questi strani giorni, ho ritrovato. La mia quarantena tra migliaia di quarantene, conseguenza degli odiati ritorni.

Sto bene. Del resto, siamo stati tutti consegnati al riparo che dobbiamo tutelare, con l’unica differenza che al netto di indicazioni univoche, siamo riusciti – more solito – a fare parti anche stavolta. Io giusto, tu sbagliato. Io buono, tu cattivo. E su questa dicotomia necessaria abbiamo trascorso il nostro tempo. Persino io, che per giorni ho cercato una giustificazione assoluta a un gesto che è sempre stato in mio diritto compiere…

Sto bene. Se importa agli odiatori. Così virulenti e pieni di livore, da procurare tutti insieme, solo noia. Come se un prezzo da pagare non l’avessi avuto anche io. Ma ho compreso, ho accolto, ho taciuto e chi invece, ha scelto di distinguere, mi ha promesso un caffé. Entrambi mi hanno insegnato qualcosa: che bisogna avere la pazienza di spiegare e che bisogna rimanere onesti, anche quando la nostra storia è miseria.

A chi urla “Bestie”, disteso in terrazza a prendere il sole, non ho più niente da raccontare. Sto bene. E tuttavia, non consegno nessun epilogo. Tra gli innumerevoli furti di questo grave momento, viene a mancare anche il tempo. Non sussistono scadenze infatti, per l’anomalia che stiamo vivendo. A scandire le mie giornate è piuttosto la fiammella di una stufa a gas, che mi tiene compagnia mentre leggo o per lo più, guardo il muro. Lì, nello spazio nullo dove si posano i miei occhi, si compie la battaglia più ardua.

Non è come la guerra – abbiamo letto da più parti – abbiamo il cibo e la televisione. Per chi rifugge il silenzio e i pensieri tra canzoni, crostate e fake-fitness, può darsi. Ma avere il mostro alle spalle, non significa che non stiamo combattendo già: come fai, costretto a casa, con l’agenda sbiadita e la vita rimandata, a non incontrarti e scontrarti con te stesso? Se ti sei accorto di non piacerti, o che magari non sei contento, soddisfatto, forte abbastanza? E non è questa forse una storia che merita tutta la nostra attenzione? Specie perché – stronzi e non – accomuna tutti gli onesti.

Quindi Irene torna a casa, volendo. Invero, aspetterò ancora un po’: ci sono questioni aperte, con la vita e con la morte, con i miei dubbi e le convinzioni che ho perso quella notte. Desidero riconciliarmi dopo tutto questo male, ma il bosco è ancora fitto.

Sto bene. Per maggiori dettagli rivolgersi al cielo.

Irene

COM’ERA COMINCIATA…

COM’ERA PROSEGUITA…

#Insiemecelafaremo a distruggere il capitalismo.

Maria Cristina Mazzei

Appare triste a molti, che si possa solamente ora, in tempi di quarantene (non sempre rispettate) ritornare a riflettere, nell’oscurante società moderna, sulla condizione umana. Ma in realtà abbiamo già vinto la guerra e nemmeno ce ne siamo accorti.

Difatti abbiamo appreso (consciamente/inconsciamente), la necessità di scardinare la gerarchia di valori e comportamenti, innalzando un’ ode alla lentezza per distruggere il liquido turbocapitalismo. Perché ci siamo accorti di un’abile sirena, che con sinuoso canto, nella falsa verità di migliorarci non ha fatto altro che farci ammalare. Lasciandoci sfuggire dalle mani, la “natura delle cose” convincendoci che “l’inferno sono gli altri”. E con la nostra febbre a quaranta, ci muoviamo (se siamo noi a muoverci) tra allucinazioni melmose, convinti di poter combattere e pure di farlo da soli. Andando alla ricerca di un capro espiatorio sul quale riversare la nostra volgare paura. Un processo di spostamento irrazionale e nello stesso tempo razional-strumentale di una angoscia indefinita ad un oggetto/soggetto concreto, perché noi uomini non accettiamo di perdere il controllo, che simpatico paradosso!

Ma caduto l’ Ego-mostro Individualismo, apprendiamo che l’individualità, nella sua accezione positiva, si coglie proprio attraverso il sentirsi. Il sentire nel senso che io riesco a capire che l’altro è simile a me, come me, ma diverso da me, pur nella comunanza di un rapporto reciproco. Abbiamo iniziato dunque, a rivalutarci finalmente come “esseri vincolati”, in continua relazione. Scoprendoci: empatici.

La filosofa Edith Stein, studiosa del padre della fenomenologia Husserl, condusse una ricerca virtuosa nel riconoscere l’importanza dell’ empatia, intesa come momento della percezione umana, attraverso la quale l’uomo riconosce di essere circondato da un mondo esterno, con il quale può legarsi empaticamente. Questo legame è capace di farci comprendere che l’altro sta vivendo; sta vivendo qualcosa che anche noi possiamo vivere.

Quel tempo in cui l’uomo si è fermato, almeno per un po’, è bastato alla natura per tornare ad essere la protagonista indiscussa della bellezza.

La terra respira e ringrazia.

Forse è il caso di imparare a farlo anche noi.

Didattica online, che gaffe studenti e professori

Sofia D’Arrigo

La telecamera non perdona. Siamo così poco avvezzi alle nuove modalità imposte dall’emergenza COVID 19, da trasformare normali pratiche come lezioni o cerimonie in perle assolute di colore. E al tempo dei social non c’è privacy che tenga: in pochi secondi hanno fatto il giro d’Italia e non in bici, ma sui telefoni degli italiani.

È il lato oscuro della didattica online, quel luogo magnifico dove microfoni e videocamere portano allo scoperto atroci verità. Per esempio?

Questa è la reazione di uno studente appena proclamato dottore magistrale con voti 103 su 110 da una commissione dimentica anch’essa di essere on air e che anticipa il verdetto con un mega sbadiglio.

La commistione lezioni e vita casalinga disturba il pranzo di una studentessa che non le manda a dire alla prof., ma il microfono acceso ancora una volta – ci scommettiamo – fa sprofondare la ragazza tre metri sotto terra quando la docente le rinfaccia l’insulto appena subito.

A finire sulla graticola sono però anche i docenti, vittime di loro stessi e dell’opzione “Condividi schermo” che rivela alcuni siti preferiti dal prof.

Non eravamo pronti, si sa. Emozioni e modi di essere di ciascuno sono finiti all’improvviso nello spazio ristretto di un imbuto, quello di Internet, che ci ha abituati a libertà e poche regole, perché tanto dietro uno schermo chi ci vede e chi ci sente?

L’italiano è poco disciplinato per sua indole, e non tutti nasciamo Sgarbi, non possiamo permetterci di praticare l’insulto libero, ma questo i malcapitati lo avranno imparato a loro spese.

Resta da apprezzare un’altra significativa verità: non serve certo rincorrere abbonamenti e maratone Netflix per rendere lieve la reclusione, se la vita reale continua ad essere così spassosa.

Quel Camposanto di carta ci chiede di non dividerci

Gabriele Balestrazzi

Ventotto tombe di carta. Ventotto sorrisi perduti, con le loro storie di affetti, di lavoro, di amicizie, di difficoltà.

Ventotto oggi, ventotto ieri, prima quattordici, diciotto, undici; domani lo sa il Fato… Li scrivo in lettere, perchè i numeri che quotidianamente attendiamo come una sentenza sono l’ultimo affronto del destino per quelle vite che, fra qualità e difetti come ognuno di noi, hanno costruito porzioni di piccola o grande storia parmigiana. Nomi conosciuti e stimati, nomi meno noti, a volte semplicemente visi che ricordi di avere incrociato da qualche parte, chissà dove: e anche questi ti tolgono dentro qualcosa.

Quante volte gli amici venuti da fuori si stupivano e ironizzavano su quella pagina finale di giornale con le foto dei morti. Ma i nostri vecchi, con la loro saggezza, hanno sempre sfogliato la Gazzetta dal fondo, perchè in una comunità nessuna notizia sul governo e sul mondo è mai tanto importante quanto sapere del conoscente o del coetaneo che non c’è più.

Guardo, sbigottito come tutti voi, le pagine che da sempre per me sono state lezione e poi palestra del mio mestiere. Le pagine che mille volte ho sfogliato nello stanzino delle raccolte della Gazzetta, per ritrovare storie dei decenni passati, per ammirare o provare a copiare le idee della Gazzetta e delle sue tante grandi firme, oggi fanno quasi paura, anche se più che mai l’informazione vera è preziosa rispetto alle fake news.

Oggi ci si aggira fra quelle pagine come in un Camposanto. E fa male a tutti sapere che neppure la morte in questi giorni riesce a conservare la sua dignità e la pietà che accompagna il distacco dalle famiglie e dagli amici. Anche per questo, i volti ed i sorrisi che ci guardano dalla carta ci dicono una cosa importante: non dividiamoci, non facciamo polemiche, non lamentiamoci. Restiamo uniti, perchè solo così verremo fuori da questo incubo.

Guardo il mondo alla finestra, ma non mi annoio

Annarita Zappulla

Coronavirus: Non si parla d’altro da settimane, settimane che diverranno mesi prima che possa un respiro di sollievo, forse, mettere a tacere tutte le paure. Quando grandi, quando piccole… ma pur sempre da gestire. Quello che sta accadendo è surreale, sembra il trailer di quei film che al solo
pensiero di guardarli si è assaliti dall’angoscia – per come temi finiranno- e dall’ansia di vederli finire. Anche se in questo caso sarebbe stato meglio non fosse mai iniziato. Merita una riflessione quanto questa situazione ci stia facendo riscoprire la nostra impotenza, quindi la nostra umanità.
Che troppo spesso dimentichiamo.

Sopraffatti dall’ossessione di portare a termine le giornate così come le avevamo programmate, a discapito di tutto e tutti, non viviamo. Udite bene, non si vive. Non si vive perché non godiamo del tempo che pensiamo e ci illudiamo di gestire, ma lo subiamo dimenticando di assaporarlo.
Il terrore che attanaglia chiunque viva con apprensione questo momento, o perché semplicemente timoroso d’esser contagiato, o perché già perfettamente consapevole di esserlo, non mi aveva ancora, prima di adesso, lontanamente sfiorata. Non mi ero mai accorta veramente della tensione e del pericolo che iniziavano ad infittirsi attorno a noi, noi tutti indistintamente. “Indistintamente”, anche questo appuntiamoci adesso di ricordare.

Ho dato il mio ultimo esame il 29 Gennaio, pochi giorni dopo ho fatto rientro a casa, quando la preoccupazione che qualcuno iniziava a tentare di seminare pareva soltanto un gioco. Al Nord sembrava una situazione più che gestibile, al Sud, nella mia Sicilia, inesistente: “Coronavirus
cosa?” avrebbero risposto, ridendo, a chi glielo avesse chiesto. Sono state settimane tranquille quelle successive, successive al mio rientro intendo, un po’ per ignoranza, un po’ perché siamo tutti quanti affetti dalla sindrome d’onnipotenza, che ci fa credere siano sempre troppo lontane da noi le
catastrofi e le tragedie. Insomma… mangiavo, dormivo ed uscivo. Senza troppi pensieri.

Fino a quando, però, le televisioni non hanno iniziato a parlarne ogni giorno di più, sempre di più. Prendi il telecomando e cambi canale, ma ad ogni cambio canale c’è chi ti ricorda di lavare le mani, chi ti spiega come farlo con dei tutorial in diretta, chi ti invita ad evitare i posti affollati, chi ti
suggerisce di stare a distanza da chiunque condivida i tuoi stessi spazi. Allora lì inizi a farti due domande, ma anche in quel caso non ho avuto tempo di cercare le risposte. Biglietto Roma-Los Angeles, viaggio già programmato da settimane ma non da me. Vengo quindi travolta
dall’entusiasmo di chi sta per andare dall’altra parte del mondo e senza preavviso. Immaginate la felicità, un po’ come Pinocchio nel paese dei balocchi.
Il nemico si rivela e si insinua nella case di tutta Italia, da Nord a Sud, quando io sono già via. Sento per telefono i miei genitori, le mie sorelle, leggo articoli, mi arrivano notizie di decreti. Anche lì, ero lontana, mi trovavo in un angolo di paradiso apparentemente intoccabile, avvertivo la
tensione ma non l’accusavo. Non potevo, non riesci a comprendere ciò che non vivi o hai vissuto, mai fino in fondo. Non è menefreghismo, o disinteresse nei confronti delle sorti delle persone che più ami al mondo, è semplicemente assenza di percezione del pericolo, fino a quando il pericolo
non viene a bussare anche alla tua porta. Non è stato sufficiente un intero oceano a tenerlo a distanza.

Ero lì, Palm Desert, da dieci giorni quando Trump ha annunciato di bloccare entro la mezzanotte di Venerdì 13 voli da e per l’Italia, in America avevano iniziato a registrare i primi casi di Coronavirus.
Trump, quel cicciotto nano e biondo che di nulla sembra aver paura, iniziava ad averne. Panico.
Andare via prima del previsto? O aspettare invano notizie che sfatino il pericolo? Cos’è più prudente fare?
Venerdì 13 Marzo, 16.30: biglietto Los Angeles-Roma. Ultimo o penultimo volo disponibile, adesso non ricordo, prima che l’Italia potesse apparirmi patria irraggiungibile. Adesso aspetto di ultimare i miei giorni di quarantena, sola nella villetta di campagna, dove con la mia famiglia trascorro le mie estati. Sono qui da circa una settimana ed ho compreso quanto il tempo sia prezioso, quanto tanto ce ne sia stato dato e quanto meriti di essere abbracciato.
No, non mi annoio. Non faccio programmi, resto a casa e me lo godo

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