Nel limbo, fra Sardegna e Parma

Giorgia Tocco

04/03/2020. Lo dice la schermata del mio pc, l’orizzonte che per la maggior parte del tempo si staglia di fronte ai mei occhi. Oggi è il 4 marzo, ma non so quando sia cominciato. I giorni sono tutti uguali, la routine si annulla in quei tre movimenti che scandiscono meccanicamente le mie giornate: alzarmi dal letto, vivere alla giornata, riaddormentarmi. Solo quando al mattino distolgo lo sguardo mi accorgo che è già sera; mi perdo in numerose ricerche della qualunque, in sessioni di studio a metà, in puntate di serie tv che ormai vanno avanti ad inerzia, quasi in cerca di un senso che, forse, si compierebbe solo al loro termine.

Sembra ieri quando, trovandomi già in Sardegna per una laurea, apprendevo nel salotto della mia amica di essere scampata per pochi giorni al delirio sociale e mediatico che si è creato in quello stesso fine settimana di febbraio, mentre ancora incredula ascoltavo i messaggi vocali e rispondevo alla telefonata delle mie sfortunate coinquiline incastrate nel fronte parmigiano. Questa è una guerra, e fin’ora è stata devastante. E’ una guerra all’ultima mascherina tra gli ipocondriaci, è una lotta per l’ultima scorta di cibo tra gli indemoniati che fanno le file al supermercato, è uno scontro all’ultimo insulto tra chi nell’ipocrisia cerca di trovare un colpevole, sempre se ne esista veramente uno

Ma più di tutto, è una guerra all’ultima informazione, quella fatta nel modo più rapido ma anche più subdolo, omettendo ciò che veramente conta per creare scompiglio, confusione, panico e allarmismo in cambio di visibilità o visualizzazioni su internet.

Non mi trovo nella zona rossa, ma sono isolata anche io. Qui nel mio paesino di nemmeno 600 abitanti, il pandemonio non è ancora all’ordine del giorno e la gente vive tranquillamente secondo i propri ritmi, ma qui per me non c’è più niente. Mi trovo confinata in un limbo, un gigantesco punto interrogativo che si riduce a due opzioni: restare o ripartire?

Entrambe le soluzioni non portano a delle scelte ottimiste. Tornare significa rischiare un potenziale contagio, l’isolamento vero e proprio, fare i conti con ciò che si deve e ciò che si vorrebbe fare; rimanere equivale a perdere contatto con le proprie abitudini, mettere in stand-by la vita universitaria e la routine da ‘fuorisede’ per quella tradizionale in cui riuscire a vedersi con i vecchi amici è sufficiente a non impazzire. <<Alla fine è come quando torni per le vacanze estive>>, mi dicono. Spesso cerco di convincermi che hanno ragione, negando quel confine sottile tra una vacanza, un tempo determinato di cui si assapora ogni momento, e l’arresto forzato di ogni attività propria di questi giorni, in cui la mia casa è una gabbia dorata dove poter fingere che tutto vada bene e di aver fatto la scelta migliore, cosciente del fatto che ora non conta più ciò che giusto o sbagliato, ma solamente le attese.

Sta a noi decidere quanto farle durare.

IL CORONAVIRUS E NOI. FRA SUD E NORD… : leggi il diario

Cerchiamo un centro di gravità permanente…

Sofia D’Arrigo

Mercoledì.
Stamattina mi sono svegliata pensando agli anziani che vivono da soli e che avranno appreso dalla TV che devono restare in casa. Il mio palazzo ne è pieno.
Oddio – ho pensato – dovrei dargli una mano, potrei andare io al supermercato per loro.
E altri pensieri in perenne contrasto tra potenza e atto.
Leggo e straparlo. Forse più per esorcizzare le mie paure, irrazionali, a tratti psicotiche: mi sono accorta di avere i dorsi delle mani screpolati, probabilmente a furia di lavarle.
Rido anche e canto Battiato sotto la doccia, che in fondo mai come in questi giorni cerco un centro di gravità permanente.

#teloleggo

“L’isolamento è il mio coronavirus”

Valentina Brioccia

Sentire mancare il terreno sotto ai piedi, il respiro venire meno, il cuore battere all’impazzata, gli incubi la notte, i pensieri negativi che fanno da sveglia la mattina sono i sintomi peggiori di un virus chiamato paura e alienazione.

Il caos e la frenesia generalmente rendono irrequieti, disturbano il nostro sistema nervoso tanto da spingerci alla ricerca della pace più assoluta nei posti più ambigui e desolati, quelli che nessuno conosce e dove mai penserebbe di andare.

Il casino dei clacson, le grida dei ragazzini sotto casa, le persone che ti vengono addosso in mezzo alla folla, le file nei negozi, erano e sono la cura necessaria contro un silenzio assordante sempre più violento e forzato, non ricercato, ma obbligato. Un silenzio che parla e grida un nome: coronavirus.

Ha invaso le nostre vite, ha bloccato i nostri ritmi, le vie si sono svuotate, ma gli ospedali si sono riempiti, fino a non contenere più tutti quegli infetti. Le tv sono impazzite, i tasti del telecomando consumati facendo zapping da un canale all’altro alla ricerca dell’ultima notizia, rincorrendo una speranza e un appiglio.

Le giornate scorrono senza che qualcosa di concreto sia fatto, si gironzola per casa, si pulisce perché la mente possa pensare ad altro, ci si riunisce in un abbraccio tra coinquilini pensando a quei genitori lontani che mostrano tutte le loro fragilità e preoccupazioni in quelle telefonate ormai fredde e malinconiche.

E poi, si torna lì, su quel divano blu, di fronte a una finestra che dà su Via Mazzini, ma non è la stessa di sempre, anche il cielo con il sole è diventato cupo. Perfino il telefono si è accorto dell’ossessione, arriva una notifica che segnala che il tempo trascorso incollata allo schermo è aumentato del 28%, ma se prima le ricerche erano svariate e molteplici, adesso nella cronologia l’unica pagina è quella di Sky Tg24.

Tutti ti implorano di fare rientro in Sardegna, «qui sei al sicuro» dicono, e incalzano, le amiche strette, «abbiamo paura che non ti facciano tornare, chiuderanno gli aeroporti». Se prima il bivio aveva due strade, adesso queste sono raddoppiate se non triplicate.

Respiri profondamente e ti affidi a quella parte della coscienza che ancora resiste e sopravvive, ti autoconvinci che l’università riaprirà e la tua routine potrà continuare da dove l’avevi lasciata. Ma, non è così, le lezioni, gli esami, gli articoli da scrivere non esistono, la creatività è partita per un viaggio lontano, la mente è arida. Non puoi prendere una decisione, se parti sei un incosciente perché potresti essere infetto e trasportare il virus, se rimani devi farti forza, come e in che modo non si sa.

Intorno, le amiche e colleghe, si pongono le stesse domande, i dubbi sono gli stessi, donne forti, ma anche fragili; addirittura, da Treviso, si è disposte a pagare 300€ di biglietto aereo pur di fare rientro a casa il primo giorno utile. Follia? Forse. Paura e panico? Certamente.

Nel mentre il numero dei contagi aumentano, anche in Emilia – Romagna i casi positivi ai test crescono giorno dopo giorno, è tra le regioni più colpite.

Quello che inizialmente si definiva timore sfocia in pazzia.

Nei supermercati scoppia una terza Guerra Mondiale, in coda fuori dai locali muniti di mascherine e poi, pronti, partenza, via… gli scaffali vengono svuotati, nei banchi frigo non rimane più niente, inizia a formarsi il ghiaccio, le code alle casse sono di trenta minuti se non di più, ma non importa, si è disposti a tutto pur di riempire quei carrelli.

“Non stare in posti affollati e a contatto ravvicinato con altri soggetti”, è questa una delle regole guida istituite dal Ministero della Salute per prevenire e contenere i contagi. Purtroppo, i fatti parlano e adesso non si combatterà più solo contro il coronavirus, ma anche la beata ignoranza delle persone.

È ancora una volta l’ironia sul web che funge da antidepressivo, le vignette sono tante, i meme altrettanti, gli unici formati di pasta rimasti su quegli scaffali sono le farfalle e le penne lisce, dicono che il coronavirus abbia fatto capire una cosa, ovvero quanto agli italiani non piacciano determinati tipi di pasta.

Il sarcasmo arriva fin dalla Sardegna, si offrono addirittura di spedirti pacchi colmi di cibo, la percezione che hanno di questa situazione è completamente diversa da quella che si respira al nord e centro Italia, non si capisce fino in fondo come ci si possa sentire.

Hai bisogno di aria, vivi sola e per forza di cose devi uscire a comprare ciò che ti occorre. Con tutte le buone intenzioni e speranze indossi un’armatura e percorri via D’Azeglio, quella che ti ha sempre condotta verso l’università. Le persone che camminano per strada le puoi contare sulle dita di una mano, i volti incavati, gli sguardi persi, non sanno perché hanno messo il naso fuori dalla porta, cercano i tuoi occhi per trovare risposte, ma non sei d’aiuto.

Scoraggiamento e senso di desolazione pervadono il corpo e l’anima, ancora una volta è stato inutile.

“Villa Mazzini”, così la chiamano le mie amiche, inizia a svuotarsi, dopo mille tentennamenti il sud ti richiama e l’eco è sempre più forte.

Se inizialmente la paura era quella di contrarre il virus, ora temo che siamo giunti ad una battuta d’arresto per le nostre vite.

I media manipolano e le persone non sanno informarsi adeguatamente, ogni notizia è presa per buona, i dati dell’OMS sono aria fritta, sono più le persone che guariscono, ma questo non si sa o non si vuole sapere.

È la fine di quei bivi, vivere un’altra settimana in mezzo al nulla è impossibile. Ryanair mi offre un biglietto per Cagliari il 1° marzo a 40€, afferro l’occasione e compilo i campi necessari in modo quasi meccanico. Sto meglio. Mi sento sollevata, vedrò il mio mare cristallino, che è sempre stato la cura contro ogni malessere, salirò nelle cime delle montagne che fanno da sfondo a casa mia e ricomincerò a respirare a pieni polmoni.

L’aereo tocca terra, il vento di maestrale è fortissimo, pioviggina, ma dentro di me c’è il sole. Prima di uscire dall’aeroporto, da lontano, intravedo dei colori sgargianti, sono i medici che devono controllare la temperatura corporea, «inutile» penso, «potrei essere asintomatica» mi ripeto.

Passo, non c’è niente di preoccupante che possa e debba bloccarmi.

Vedo sorrisi, spensieratezza, tutto quello che a Parma mi stava mancando.

Non riesco a pensare e pormi il problema che il virus possa arrivare fin qui, sbagliavo. “Primo caso di coronavirus in Sardegna” leggo nelle testate giornalistiche locali. Mi agita pensare a come il popolo sardo possa accogliere una notizia simile, non so se saremo satirici o esagerati, i due estremi che da sempre ci appartengono.

Su Facebook vedo un’immagine, è la foto ad un foglio bianco appeso fuori da un bar: “in questo locale: no amuchina, no mascherina, solo cannonau e mirto. Qui si muore da eroi”.

Sorrido, un po’ mi sento in colpa, ma al contempo sono appagata dal fatto che non si sia creato un allarmismo inutile in una situazione che non è ancora degenerata.

Il 12 risalirò su quell’aereo che mi riporterà a Parma, la città che a settembre 2019 ha sancito l’inizio della mia rinascita.

Non so come sarà, se la situazione sarà migliore, nel frattempo faccio ricarica di abbracci riparatori, riempio la valigia di goliardia e tenacia e ricomincio.

La quarantena a Sud dello stivale

Giorgia Persico

Foto di supermercati vuoti, mascherine con bucce d’arance e video su come si lavano le mani invadono i nostri social.

Nel meridione italiano alcuni iniziano a discriminare lo studente o il lavoratore del Nord, “statevi a casa”. Una continua diatriba senza logiche, vittima di un’ossessiva paura verso una poco più che un’influenza.

Ma a Sud della nostra Italia cosa sta accadendo?

Esseri umani colpiti da bombe in Siria. Famiglie costrette a rifugiarsi nelle montagne siriane, non trovano però il bucolico contado boccacciano ma solo freddo e gelo, causa di morte. Un papà fa credere a sua figlia che quel terribile frastuono è un gioco quasi a ricordare l’espediente di Benigni nella Vita è bella.

La realtà però è lontana da una proiezione cinematografia. Ad Idlib, nella zona nord occidentale della Siria, Russia e Turchia continuano a combattere. Metà delle vittime sono donne e bambini. 900 sono i morti a meno di tre mesi dallo scoppio della guerra.

Meinie Nicolai, direttrice generali di Medici Senza Frontiere, afferma: “Abbiamo chiesto più e più volte alle parti coinvolte nel conflitto siriano, ai loro alleati e al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di fare tutto il possibile per porre fine a queste violazioni. Rinnoviamo il nostro appello con il più alto livello di urgenza. I civili e le infrastrutture civili devono essere protetti e il nostro appello al rispetto delle regole della guerra si rivolge sia ai gruppi di opposizione che alle forze armate turche che al governo siriano e ai suoi alleati, inclusa la Russia, principale alleato militare”.

Medici Senza Frontiere sul sito web informa che tre ospedali vicino alla linea del fronte hanno ricevuto 185 feriti e 18 persone già morte. Era solo il 25 febbraio.

E ancora, Cristian Reynders, coordinatore operazioni per la Siria nord-occidentale chiede: “Quante madri dovranno ancora tenere in braccio il loro bambino mentre le bombe cadono ovunque? Quanti padri dovranno rassicurare i loro figli e farli ridere, mentre gli spari esplodono tutto intorno? C’è una cosa in cui le persone in Idlib continuano a sperare: preservare la vita. Ma le loro speranze si abbassano ogni minuto, di giorno in giorno”.

E mentre Putin ed Erdogan decidono le sorti, migliaia di uomini potrebbero dar vita ad un grande esodo, la storia davvero non insegna, la popolazione siriana sarà costretta ad occupare altre zone della Siria arrivando anche a rifugiarsi nella Turchia del nord.

A Sud-Ovest della Siria, in Egitto si trova Patrick George Zaky. Chissà a cosa starà pensando? Anche lui vorrebbe fuggir via non da un virus ma da una prigione reale, di ferro. La sua di valigia era arrivata in aeroporto ma l’hanno portato via. Arrestato.

Ragazzo attivista per i diritti delle persone Lgbt, del Cairo, frequentava il Master Gemma dell’Università di Bologna, i genitori non vedendolo dallo scorso agosto avevano pensato di regalare, a lui, un biglietto, ma lì ad Al-Mansura Patrick non è mai arrivato.

Il giovane lavorava per Egyptian Initiative for Personal Rights, Ong che ha dato notizia dell’arresto. Le accuse a quanto riporta TPI sono le seguenti:

Diffusione di false notizie per disturbare la quiete pubblica; incitamento a proteste non autorizzate, con l’obiettivo di screditare il prestigio dello Stato e disturbare la pace e la sicurezza pubblica; propaganda per rovesciare il governo e cambiare i principi basilari della costituzione; utilizzo di account social per destabilizzare l’ordine pubblico e soprattutto promozione di comportamenti violenti e crimini di matrice terroristica.

Lo studente era stato manager della campagna presidenziale di Khaled Ali, uno degli oppositori del presidente Abdel Fattah al-Sisi, difendeva con decisione i diritti delle donne, omosessuali e minoranze. Non si conoscono con nitidezza i motivi dell’arresto, una mente scomoda per il paese egiziano. Il giornale ufficiale del paese Akhbar Elyom trova scandaloso e “perverso”, sempre secondo quanto riporta TPI, l’impegno verso gli omosessuali.

Potrebbe essere questo il movente dell’arresto?

Patrick di fronte ai giudici ha urlato la sua innocenza, i suoi capelli sono stati tagliati ed il suo occhio sembra infetto. Trasferito nel carcere di Mansoura le visite sono state negate fino al 5 marzo. I suoi amici e la sua famiglia non hanno idea di quali siano le sue condizioni di salute.

Nel frattempo, in questo periodo, la nostra Penisola ha sentito il passo, in diverse piazze, di giovani studenti uniti per liberare Patrick, a quattro anni dal caso Regeni, occuparsi di diritti umani è condanna e tortura.

In Via Salaria a Roma, vicino l’ambasciata d’Egitto, si trovava un murales, è stato rimosso. L’abbraccio di Giulio mentre sussurra nell’orecchio di Patrick “stavolta andrà tutto bene”, restano piccole macchie bianche. Lo ridisegneremo noi, di nuovo, nelle nostri mente e nel nostro cuore, sì Patrick andrà tutto bene.

Amnesty Internation – che riporta la vicenda del giovane giorno dopo giorno, dal suo arresto quella mattina del 7 febbraio, ammanettato e bendato per 17 giorni fino al rigetto della richiesta di scarcerazione, – chiede di unirci e firmare l’appello dando la possibilità di lasciare un messaggio per Patrick.

I colori rosso e blu del Bologna, nella tribuna, hanno ospitano un grande striscione “Giustizia per Patrick” ed anche nella terra della sua prigionia l’Ong egiziana, dove lavorava, ha chiesto libertà. “Non vi è alcuna ragione” dicono.

Vestiamoci di Patrick, noi studenti, noi essere umani noi tutti. Non oscuriamo le nostre coscienze con preoccupazioni fini a sé stesse e fini a troppi programmi TV, illuminiamole con quella candela di Amnesty e la stessa, insieme, la libereremo dal filo spinato che la circonda.

Patrick tornerai a casa, tu forse più di tutti ne hai il forte bisogno e desiderio e voi bambini/e, donne e uomini siriani avrete un posto sicuro dove dormire la notte.

La chiamano Mimì…

Gabriele Balestrazzi

Struggente. Adorabile, grintosa, tenera, complicata. Che bel ritratto televisivo ha proposto ieri sera Raitre su Mia Martini.

Un racconto tenuto insieme con asciutta ma evidente partecipazione da una bravissima Sonia Bergamasco, e poi cucito con tante voci fra cui ovviamente la sua, unica ed inconfondibile. Domenica Bertè da Bagnara Calabra, e la sua storia fra il 1947 e un troppo precoce 1995, sono scorse via sullo schermo in una trasmissione di contenuto e di delicatezza.

Ovviamente, i momenti più toccanti sono sempre quelli in cui ascolti la voce e vedi lo sforzo, e la naturalezza insieme, con la quale Mia Martini cavava fuori i suoi suoni, fino alla gioia pur contenuta in un breve ed esausto sorriso finale. Perfino quando le sue versioni non convincono appieno (Imagine, Emozioni) ti resta dentro l’impegno sincero e generoso, di cui comunque c’è tanto da conservare. E poi le “sue”: da quell’incredibile Almeno tu nell’universo alle tante altre. E il duetto con Murolo, e una straordinaria Donna cannone, e – a ritroso – il lacerante ma straordinario Padre davvero dei primi successi.

E poi la storia di Mimì, come oggi la chiamano affettuosamente tutti: eppure furono tanti anche a voltarle le spalle, con quella storia della “iella” assurda e crudele. Impossibile non amarla, anche se è già volato via un quarto di secolo. Incredibile ancor oggi, per me, ripensare di essere stato per 5 minuti, complici una telecamera ed un microfono di provincia, un minuscolo pezzo di quella vita, sotto le stelle di Piazza Duomo che ancora brillavano della sua musica e della sua voce. Cinque minuti che furono per Mimì di sorrisi e di gioia per aver regalato a quella Piazza un concerto meraviglioso, fino a quel bacetto sulla guancia dell’intervistatore che rimane ancor oggi uno dei regali più belli e più dolci del mio mestiere.

“Questa non è una bambola”: il surreale rito delle Corajisime

Maria Cristina Mazzei

Catapultati in una scena quasi surreale, degna di un quadro di René Magritte, la Calabria si fa protagonista delle Corajisime, bambole di pezza, ciondolanti dai balconi ad annunciare la fine e con sé il nuovo inizio, di un cammino tutto ultraterreno.

La paura incombe, oggi più che mai. Siamo stati inghiottiti, contagiati emozionalmente. Il caos prende il nome di un virus e le nostre abitudini, distrutte improvvisamente. E solo ora, prendiamo coscienza della nostra condizione di prigionieri, ora che i nostri luoghi preferiti ci sono stati reclusi. Ora che la nostra condizione di umana dignità è stata macchiata, per sempre.  E più l’ansia della paura si avvicina, della consapevolezza amara della caducità della vita, che non ci resta altro, se non di rifugiarci nel grembo della nostra fantastica immaginazione.

Non solo bambole

Corajisima è una donna. Si trova in Calabria ed altrove lungo tutto il meridione, assumendo forme e nomi altri. Il fantoccio, simile alle bizzare bambole vudù, simboleggia una signora in lutto per la morte di suo fratello o suo marito (non ci è dato saperlo) Carnevale. Dopo le abbuffate trimalchioniche e le dissolute feste dionisiache, Carnevale crepa, abbandonando nella povertà Corajisima. È questo un intimo intreccio tra mondo pagano e cristiano, basti pensare che tali eventi corrispondono al martedì grasso e mercoledì delle ceneri.

Le bambole segnano, simbolicamente, l’inizio del cammino quaresimale fatto di privazioni spirituali e carnali. Originariamente interamente cucite a mano, oggi, sempre più spesso sono bambole in plastica vestite alla maniera tradizionale: delle vesti neri in segno di lutto. Alla loro base sono sorrette da una patata o una arancia, infilzate da sette penne che vengono settimanalmente sfilate per simboleggiare l’avvicinarsi della Pasqua, divenendo una sorta di rudimentale calendario. Nelle loro mani sorreggono invece un fuso ed una conocchia, simbolo dell’impegno dell’uomo a rispettare questo tempo di privazioni.

 Sospese fuori dalle abitazioni queste brutte e inquietanti donne prendevano il posto invece dei tanti salumi appesi nelle abitazioni Calabresi. I bambini ne erano impauriti, i familiari infatti raccontavano storie tremende. Si diceva che per punire i più golosi “donna Corajisima” da mezzanotte cominciava ad aggirarsi nelle case per scottare la gola con l’acqua bollente. Bisognava dormire con la bocca chiusa!

Ad arricchire il collo del pupazzo una corona di fichi secchi, uvetta, castagne, sardine, aringhe, code di baccalà monito della dieta stretta e rigorosa che si doveva mantenere nel periodo quaresimale fatta di legumi frutta secca e pesce. Sopravvivenze esistenti ancora oggi, capaci di narrare storie mitiche ed esemplari, che parlano di ragioni del cuore che la ragione non conosce. Una riflessione laica sull’importanza di un procedere lento e riflessivo in una società iper-velocizzata che non si dà più tempo, e si lascia divorare così facilmente dal caos. Che sia una quaresima dell’anima per tutti!

Le poesie di Pessoa sono sincere menzogne

Sofia D’Arrigo

Annullarsi, scegliere altre vite, reinventarsi. La crisi dell’identità dell’io come la conosciamo nella società odierna, dove la realtà virtuale si sovrappone quasi completamente a quella reale, Pessoa la viveva già. E le sue poesie ne sono testimonianza.

Pessoa poeta eteronimo

Una delle più note caratteristiche che appartiene allo scrittore è l’abbondante uso della eteronimia: l’opportunità cioè di incarnare personalità fittizie a cui attribuire la creazione di sempre nuovi scritti. Non semplici pseudonimi, ma veri e propri personaggi con un vissuto altro da quello dell’autore “zero”, e frutto della sua isteria, che non si manifesta tanto in comportamenti inusuali e irrazionali, ma nella furia creatrice che ogni individualità mette in atto. 

Come può inseguire l’ideale della sincerità chi, per sua stessa ammissione, si è espresso artisticamente attraverso delle personalità fittizie?

Il problema della sincerità

Un lutto ci rende tristi, ma solo perché così fan tutti. Spesso i sentimenti sono il risultato di una prassi sociale. Per questo Pessoa distingue due livelli di sincerità: quella legata all’esperienza quotidiana, ma generata da numerose convenzioni, e che pertanto non esiste. Mentre a raccontare la realtà è la sincerità intellettuale dei sentimenti, quella che si avvera nella nostra vita interiore, esprimendo ciò che si pensa e si sente. In altre parole, solo chi scava dentro di sé e analizza ogni anfratto recondito dell’animo, può avere l’ardire di definirsi onesto: “Non so se sono perfettamente lucido – scrive Pessoa ad Armando Cortes Rodrigues – Penso di essere onesto. Ho almeno quell’amarezza dello spirito provocata da quella pratica antisociale della sincerità. Sì, penso di essere sincero. Spesso, credo fermamente, passo ore intellettuali a intromettermi in me stesso.”

E come dare struttura a questa complessità se non inventando varie forme di realtà, ciascuna rispondente al proprio personaggio, pronti però a interpretare drammi reali.

Nell’insincerità degli eteronimi risiede l’unica maniera di esprimere ciò che il poeta sente e vive.

Il poeta è un fingitore

Tuttavia, potrebbe non bastare. Il piano del sentire e il piano del comunicare non si incontrano facilmente. “Ogni emozione veritiera è una bugia per l’intelligenza, perché non occorre in essa – torna ancora a spiegarsi Pessoa – Esprimersi è dire ciò che non si sente”. Poiché i sentimenti non sono comprensibili intellettivamente, ne possiamo esprimere il valore ma non la loro essenza. Per questo la sincerità è il maggior ostacolo per uno scrittore: egli elabora e può affinare la sua sensibilità che non può prescindere dal proprio sentire, ma resta un fingitore.

Lilli Gruber: “È ora di dire basta a un mondo che non ci vuole”

Valentina Brioccia

Lilli Gruber non è una che le manda a dire, senza veli o inibizioni porta sempre in scena il suo pensiero.

Un grido, quasi disperato, quello che lancia con l’uscita del suo ultimo libro “Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone” in cui questo potere femminile è spesso svilito e sottovalutato da un neo-maschilismo sempre più in voga.

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