La playlist della quarantena

Mario Mucedola

La playlist della quarantena

Sono ore difficili di giorni difficili. Da due settimane Emilia e Lombardia, e da oggi anche il resto dello Stivale sono sotto la stretta regolamentazione del DPCM che ha disposto ulteriori misure per il contenimento e il contrasto del diffondersi del virus Covid-19 sul territorio nazionale. In questi giorni di panico c’è chi si affolla nei supermercati come se il virus portasse alla distruzione delle aziende di pasta; altri si affollano terrorizzati nelle stazioni alla ricerca di un luogo sicuro dove andare senza tenere in conto il fatto che potrebbero essere loro stessi a peggiorare la situazione. Altri ancora hanno deciso di starsene con le mani in mano, osservare il corso delle cose e trarre beneficio da questa quarantena imposta. Si sta in casa, si guardano film, si leggono libri ma soprattutto si ascolta musica. Ecco qui dunque alcune proposte musicali da cui trarre ispirazione per affrontare il virus del momento. Lasciatevi contagiare dal ritmo!

La playlist si apre con un over-65, un fiero rappresentante della categoria che più di tutte sta facendo le spese del nuovo Coronavirus, cioè Adriano Celentano. Il bisbetico domato si arrende alle linee guida del Governo con un brano in cui racconta come fronteggia l’epidemia: “Esco di rado e parlo ancora meno”.

Adriano Celentano – Io sono un uomo libero

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Anche Max Pezzali, e in questo brano persino Mauro Repetto, sostengono come il modo migliore per arginare la diffusione del Covid-19 sia restare tra le mura domestiche ma pongono un accento ironico sul ruolo dell’informazione in questo periodo particolare.

“Ma nelle strade c’è il panico ormai, nessuno esce di casa, nessuno vuole guai ed agli appelli alla calma in tv adesso chi ci crede più?”

883 – Hanno ucciso l’Uomo Ragno

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C’è da notare come l’epidemia sia stata la scaturigine di un vivace dibattito medico-scientifico, che vede come protagonisti tanto degli attori qualificati quanto l’ultimo degli imbecilli, in un flusso di coscienza che alla lunga si sta rivelando estenuante. E anche Giovanni Lindo Ferretti, lider maximo dei CCCP, si chiede se il DPCM di cui tanto si parla in queste ore sia una formalità o addirittura una questione di qualità. Così ci elenca le sue buoni abitudini in fatto di prevenzione: “Non studio, non lavoro, non vado al cinema, non faccio sport”. Tuttavia queste buone pratiche cautelative non riescono a dargli pace, o quantomeno la consapevolezza della sua condizione. Sta bene o sta male?

CCCP – Io sto bene

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Altro giro, altro over-65, stavolta parliamo di Umberto Tozzi. Il cantante torinese, complice una delusione d’amore consumata in una notte che oh, ci pensate che negli anni ’80 anche uno come Tozzi andava in giro a trombare ma vabbè non stavamo parlando di questo, parlavamo della reazione di Umbertone al suo momento col cuore spezzato: “Chiuso, senza spifferi di felicità”.

Umberto Tozzi – Chiuso

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Questa è una canzone per tutt’e frat’ ingiustamente quarantenat’. È comprensibile come il repentino cambio forzato di abitudini tenda ad esacerbare la condizione di isolamento che si trova a vivere inevitabilmente chi, come me che scrivo, trovasi nelle zone rosse per motivi di lavoro o di studio. Uffici chiusi, le università sospese, i pomeriggi spesi nelle camere in affitto nelle vie più esterne della città, che gli affitti si sono alzati parecchio. Amici lontani e quella sensazione di reclusione sicuramente comprensibile. Diventa moralmente obbligatorio dunque affidarsi ad uno dei più famosi canti di battaglia del Sud: “Dint a ‘sta cella nun ce voglio stà”.

Francesco Benigno – Dimenticare

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La canzone successiva è un brano di un cantante che amo, Giancarlo Barbati in arte Giancane. Giovane fiore della serra chiamata “scena romana”, chitarrista per  Il Muro del Canto, solista da due soli dischi e fortemente timoroso nei confronti di ogni malattia. Il mio consiglio è di dare un ascolto ai suoi lavori, magari cominciando da questa “Ipocondria”, brano evocativo già dal titolo: “Adesso cosa farò? Son certo che morirò in questa stanza di merda, non a casa mia”.

Giancane – Ipocondria

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Con le dovute valutazioni del rischio del caso, in diversi uffici o attività produttive si è optato per una sospensione ad oltranza dei turni di lavoro. Quanto la cosa potrà incidere in termini economici e sociali, con l’utilizzo spropositato di ferie da parte dei datori di lavoro e i crescenti ricorsi alla cassa integrazione è ancora tutto da vedere; ciò che è certo è che queste ferie non hanno gusto, se prese per motivazioni sanitarie. Eppure per alcuni è una pacchia o meglio “Una nuova alba, un nuovo giorno, una nuova vita per me e mi sento bene”.

Nina Simone – Feeling Good

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Ma c’è anche chi affronta la quarantena con spirito positivo (eheh), in maniera tranquilla e niente affatto intimorita, come Father John Misty che dopo aver combinato qualche disastro in albergo canta “Dannazione, mi sento proprio bene. Tesoro, non allarmarti, è solo una mia sensazione, non c’è bisogno di andarsene in giro”.

Father John Misty – Mr. Tillman

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Di sicuro, chi sta svolgendo un ruolo decisivo nello scatenare la corsa all’Amuchina sono i telegiornali nostrani, ormai palesemente più in sintonia con i dati di ascolto che con il comune sentire, e il sensazionalismo è magistralmente immortalato da Antonello Venditti in un brano di 41 anni fa ma ancora attuale: “E fra un boccone e l’altro, un servizio dal Giappone e quando sei alla frutta, la città è distrutta”

Antonello Venditti – Il telegiornale

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Arriviamo a quel ribelle nel dna che corrisponde al nome di Piero Pelù, che in tempi non sospetti, coi suoi Litfiba aveva già difficoltà ad attenersi ai vari decreti emanati dall’esecutivo: “Febbre? No, non posso stare qui”

Litfiba – Febbre

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Pop X se vuoi leggerlo “popper” non è affatto sbagliato, per quanto sia comunemente identificato anche solo col suo nome di battesimo, Davide Panizza. Il professore trentino di Tecnologia Musicale è uno dei progetti più svitati e per questo interessanti della scena indipendente italiana. Questo brano fa parte dell’ultimo album “Antille” uscito una settimana fa, quando eravamo tutti solo “Barricati in casa da una settimana”.

Pop X – Barricati

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L’allarmismo non è mai sano, soprattutto quando a farsi coinvolgere sono i più giovani. Così diventa davvero frastornante sentire un ragazzo come Salmo, un rapper avvezzo a uno stile di vita di certo non improntato al seguire i dettami dell’Oms che canta: “Ho paura di uscire”.

Salmo – Ho paura di uscire

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Purtroppo però, al fine di evitare il contagio, le misure elaborate dalle autorità prevedono vari accorgimenti, tra i quali anche quello di estendere l’area intrapersonale a un metro. Ed è questo il motivo per cui Gabriele Lopez, giovane cantautore la cui voce suonerà familiare a quelli che almeno una volta hanno riso con Leonard di “The Big Bang Theory”, scrive un brano in cui affronta questo difficile tema: “Quando tutto sembra perdere importanza, tu mi insegni a mantenere sempre la giusta distanza”.

Gabriele Lopez – La giusta distanza

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A minimizzare però intervengono gli Afterhours, la storica band capitanata da Manuel Agnelli, che con qualche primavera alle spalle dalla loro parte, cercano di stemperare la paranoia sottolineando come non tutti i sintomi portino necessariamente a risultare positivi al tampone, in fin dei conti in molti casi “È solo febbre”.

Afterhours – È solo febbre

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Tuttavia, una volta incubato il virus, in assenza di sintomi gravi che rendano necessario il ricovero, la prescrizione è quella di restare in isolamento casalingo fino a nuovo ordine. Pertanto, in questa situazione, è quasi elementare comprendere come uno spirito libero come quello di Lucio Dalla possa sentirsi costretto in quella casa in riva al mare, dove lui “Sognò la libertà e sognò di andare via”.

Lucio Dalla – La casa in riva al mare

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Oltreoceano invece, per quanto più di trecento casi siano già stati registrati negli USA, il presidente Trump cerca di sminuire la questione epidemica invitando persino i malati ad andare regolarmente a lavoro, così può capitare che una grande artista come Tori Amos, che in questo brano ammette di aver preso un piccolo raffreddore non venga nemmeno avvisata della storia del metro di distanza e finisca per avere “ragazzi alla mia sinistra, alla mia destra, in mezzo e tu non ci sei”.

Tori Amos – Caught a Lite Sneeze

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Così come in California accade che la band dei Young The Giant affidi tutte le speranze al semplice buttar giù “un altro cucchiaio di sciroppo per la tosse”.

Young The Giant – Cough Syrup

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In Italia invece, da ieri sera bisogna uniformarsi al nuovo decreto del Presidente del Consiglio che estende i provvedimenti precedentemente adottati solo nelle zone rosse all’intero paese. Conte stesso presentandolo, ha sintetizzato il nuovo DPCM con la locuzione “Io resto a casa”. E a questo punto diventa di vitale importanza uscire il meno possibile, quindi “scusa se anche questa notte voglio stare a casa, devo salvare il mondo”.

Amari – Bolognina Revolution

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Non si può non concludere con un brano che più che attinente al virus, alla quarantena è attinente alla vita in senso stretto. Che si sia malati, raffreddati, in quarantena o semplicemente menefreghisti o altrimenti in buona salute, dopo l’ondata del Coronavirus bisognerà fare il punto della questione. Bisognerà riclassificare le priorità, rivalutare alcuni di stili di vita, maturare nuove convinzioni e miscelarle con la verità. “La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire, l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire, che non sai rinunciare a quelle quattro o cinque cose a cui non credi neanche più”

Brunori – La verità

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Fuori lista:

Non si poteva restare insensibili al fascino di una delle canzoni più ispirate di uno dei nostri concittadini più attivi nel mondo musicale. Bello Figo è abbastanza spaventato dal virus e la sua reazione sta su un foglio di carta, a cui affida il suo dolore, le sue paure e le sue speranze, tutto ciò che riguarda il Coronese virussese o Coronaovirus.

Bello Figo – Coronaovirus

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Il silenzio della città fa a pugni con la primavera che esplode

Gabriele Balestrazzi

Il silenzio. E’ la prima cosa che colpisce e sgomenta, nel riabbracciare brevemente un pezzetto di città dopo tre giorni di “clausura”. Un silenzio che mi fa un po’ paura, perchè Parma così l’ho vista e sentita solo il giorno della tragica esplosione del Cattani.

Allora era il novembre che nel silenzio già avvolge un po’ la città, quando la nebbia la nasconde e l’umidità vi penetra, come nelle ossa di chi cammina. Ma adesso questo silenzio così cupo sembra fare a pugni con la primavera che esplode, ligia al calendario e incurante di virus ed altre contrarietà. Perfino nella via Emilia, svuotata quasi completamente dalle auto, risaltano come non mai i pruni ormai fioriti: una…via Emilia “en rose”.

Davanti a un supermercato, che giustamente scagliona gli ingressi, si scopre che perlomeno abbiamo imparato a stare in fila, ordinatamente e a scacchi per rispettare le distanze di sicurezza. Sembra un flash mob oppure una di quelle scene che siamo abituati a vedere ed invidiare solo in Paesi con più senso civico del nostro. Chissà che, perlomeno, il coronavirus non ci lasci anche qualche eredità positiva come un po’ più di educazione civica o chissà se invece torneremo subito a debordare, in tutti i sensi.

Mi sposto nel parco Falcone Borsellino (altri due nomi che dovrebbero ricordarci l’esempio di persone che hanno avuto il coraggio di affrontare situazioni anche peggiori di questa nostra di oggi). Occorre un po’ sgranchirsi le gambe e la testa, e anche metabolizzare le emozioni delle storie di studentesse e studenti che sono tornati al Sud ma non sempre hanno trovato il calore delle radici e si sono trovati invece additati come untori ingrati ed incoscienti (di questo ci sarà modo di riparlare). Una camminata o una corsetta – ho sentito stamattina in radio da un infettivologo – non sono affatto da sconsigliare ed anzi possono essere salutari, purchè ovviamente si mantengano distanze e precauzioni.

Nel parco gli incontri sono radi e si finisce per salutarsi come sui sentieri di montagna. Ma nel frattempo, con gli occhi si controllano le distanze e spesso ci si allontana reciprocamente, anche se d’istinto verrebbe da stringersi la mano per incoraggiarsi a vicenda. Fiori, cielo e sole sono in linea con il calendario, eppure ci si scruta cupi e senza sorrisi, quasi col dubbio – pur in questa bellissima luminosa giornata – di essere in colpa e di fare qualcosa di sbagliato.

Bellezza e tristezza insieme. E incertezza. Per fortuna, uscendo dal parco, si incrocia poi la statua di Arturo Toscanini, ormai rassegnata – nell’era degli incivili – a restarsene senza bacchetta. Ma già solo con le mani il Maestro sembra ancora dirigere, e ci ricorda che lui seppe fronteggiare il fascismo, la stupidità dei gerarchi ignoranti che lo schiaffeggiarono e il lungo esilio. Per poi tornare trionfalmente nella sua Scala, in un concerto che fu simbolo di quella rinnovata Libertà che anche noi ora speriamo di ritrovare. Va’ pensiero…

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Morire soli

Antonio Mascolo

Morire soli, senza un parente o un amico accanto, morire senza un funerale.
Morire non curati solamente perchè hai X anni e non uno in meno.
Morire perchè l’idiozia e l’ignoranza sembrano l’indispensabile e affollato aperitivo che offriamo al virus C19.
Morire perchè ci riempiamo la bocca di elogi e superiorità ma la nostra festa nazionale è – e rimane sempre – una sola: la fuga dalla responsabilità, la fuga , l’8 settembre.

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“Mi manca il vociare della città che si muove”

Giovanni Ferraguti

Si è sempre detto che stare in casa è bello! Se lo decidi tu, ma quando devi stare fra le mura di casa per una scelta obbligata ti sembra di essere in prigione. Questo per me.

L’estendersi del  “Coronavirus”, che ha fatto precipitare  la nostra città nella “zona rossa” di pericolo, ha obbligato tutti a cambiare stile di vita. A guardare le giornate dietro le finestre. A fare un passo indietro, anzi più di un  passo indietro.  E ognuno riflette sulle  sue rinunce.. Non mi manca l’aperitivo al bar o l’arancino da Filippo, o una cena da Davide  agli Antichi Sapori, o una sera al cinema. Manca invece  l’incontro con la gente, ascoltare il loro vociare, i loro commenti, lo sguardo sulla a città, con la vita di tutti i giorni. Che può sembrare uguale ma ogni mattina  è diversa. Vedi la città che cambia anche nei suoi colori, nel suo umore;  una mattina di sole o grigia o nuvolosa,o ventosa,  ma questo cambiamento è sempre affascinante. Osservi la città  che si muove, con le sue piccole o grandi novità . Guardi Garibaldi che  sembra avere l’espressione diversa da ieri, il  teatro Regio che sembra più giallo e la Pilotta che ti appare ancor più grande,osservi le bellezze  e le trascuratezze di una città che vive, che è attiva. Guardi tristemente un negozio che ha chiuso. Ma anche il cartellone degli spettacoli al Teatro Regio.  O la gente che si gusta l’aperitivo al Bistrò di Armando in piazza Garibaldi. E documento questo scorrere della vita cittadina, ogni giorno da sempre con le mie fotografie. Già questa passione-mestiere mi manca proprio.

Adesso siamo in stand-by, dobbiamo creare  nuove giornate dietro la finestra. Mentre fuori passano poche macchine, i bus sono mezzi vuoti e i pochi passanti con le mascherine.  L’atmosfera è surreale. Sembra un film. Siamo privi dei rapporti sociali. diretti. Sarà sufficiente guardare la tv, leggere il giornale, ascoltare musica, un libro, sistemare la cantina, rimettere in ordine le nostre scartoffie. Rimpiango la rinuncia a quel corso di cucina che oggi mi sarebbe tanto utile. I miei genitori quando sollevavo un problema, un disagio, concludevano  ad una voce  che “basta la salute”. Già se pensiamo a quello, in questo caso più di salute parliamo  di sopravvivenza,  vale la pena  di stare dietro la finestra, chiusi in casa  con le nostre rinunce ; il tempo necessario per abbattere questo brutto serpente di nome Coronavirus

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Confinata a Parma, ma questo cielo non è il mio

Giorgia Persico

Di questi giorni avevo scelto di non parlarne e riservare tutte le mie emozioni al “poi” al “quando tutto finirà” ma non ce l’ho fatta. Per chi ha sempre usato prima l’inchiostro ed ora la tastiera per comunicare è difficile rimandare.

E così, caro diario è il 9 marzo 2020 e ti scrivo da Parma. La mia regione è lontana, Abruzzo, e un po’ contaminata. Il Corona virus saltella senza sosta toccando anche le mie vette, i negozi stanno chiudendo e le mie amiche hanno paura di perdere il lavoro. Le sento confuse e preoccupate: “Non ci sto capendo niente, non so più cosa devo fare” dice una di loro. “Ciao Gio come stai? Mia sorella è tornata da Udine, io sono a Roma non posso neanche salutarla, devo laurearmi” oppure “Giò aggiornami, ci manchi”.

Non sono sola in casa, vivo con Simone, Giuseppe e Francesca. L’amore fra questi due mi consola e mi rallegra, lei è rimasta sola in casa, le sue coinquiline sono “Giù” e teneramente convive nella nostra casa in Via Rosolino Pilo 4.  Sicilia, Calabria, Lombardia e Abruzzo insieme. La mia piccola famiglia. Non siamo “scesi giù” a marzo ed ora siamo bloccati nella zona rossa. Come sono le nostre giornate? Lente, silenziose, malinconie e divertenti. Sulla porta della cucina abbiamo affissato un foglio con su scritto “Biblioteca Pilo” #aitempidelcoronavirus. Simone è diventato uno statista, Francesca è quasi pronta per la laurea e Giuseppe un perfetto ingegnere gestionale. Non hanno sessioni d’esame e studiano per fermare il tempo. I telefoni squillano e ognuno dalle proprie stanze comunica: “Si sto bene”. Rassicuriamo. Temiamo per la Pasqua, avevamo tanta voglia di passare un po’ di tempo con le nostre famiglie. È probabile che resteremo qui, cucineremo noi i nostri pranzi. Uniremo i sapori delle nostre terre, “io mangio il maiale” dice Giuseppe, povera me sono vegetariana. La città è dominata dagli incoscienti, i giovani ragazzi continuano a mangiare prosciutto e bere Spritz, “Neanche a S.Ilario si vedeva tutta questa gente in giro” mi racconta Simone. La nostra proprietaria di casa non si è preoccupata di noi, basta che le versiamo i soldi a fine mese. Intorno a noi, virtualmente, vediamo ricomparire gente finita nel dimenticatoio soltanto perché, forse, si sono accorti che non torneremo a casa per un bel po’. Il premier Conte ha dato il via a banali messaggi consolatori di persone che non hanno mai riflettuto sulla nostra condizione, ebbene sì siamo confinati.  La tecnologia che ho tanto maledetto ora la benedico.

La videocamera del mio telefono è la finestra sul mio piccolo borgo puro e incontaminato. Mia madre è triste ma fiera di me, mia sorella ha l’asma e il mio vicino, Marco, con sindrome di down ha problemi respiratori, non vorrei essere colpevole di infettarli e vederli soffrire in un ospedale che forse non avrà più posti. Sorrido quando sento la voce di mio padre, convinto che dietro tutto ciò ci sia complottismo e speculazione, “torneremo tutti ad arare la terra” dice. Tante volte ho maledetto quel paese, anonimo, desolato e senza futuro ed ora sento il bisogno di respirare quell’ossigeno e fare colazione mentre le montagne mi chiudono proteggendomi. Vorrei che tutto tornasse come prima. Vorrei sfondare il vetro del telefono e dare un bacio in bocca a mio padre, mia madre e mia sorella. I miei nonni sono morti tempo fa ho una preoccupazione in meno, cinica direte, ma verità. Non so quando vi riabbraccerò, per ora penso al presente e nel frattempo mi accontento di un cielo che non è il mio, di una strada con poco verde e di un “parlare” diverso. Parma sei sempre di più la mia città ma perdonami ho bisogno di toccare le radici. Aggiornamenti in corso, un saluto Giorgia.

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Quando si diventa “straniero”

Flavia Geraldi

Giacomo Leopardi l’aveva sempre saputo. E da questa frase prendo spunto per raccontarvi la mia esperienza: la discriminazione ai tempi del CoronaVirus.

Sono le ore 12:36 del 23 febbraio quando ricevo la prima e-mail che comunica la sospensione delle lezioni fino al 28 febbraio. In casa mia scatta il panico: io e le mie coinquiline ci guardiamo, riflettiamo, non sappiamo bene cosa fare e come comportarci. Passa qualche ora, loro decidono di far ritorno nei propri paesi, prima che la situazione si aggravi. Io continuo a ponderare la mia scelta, aspetto ancora qualche giorno ma nel frattempo viene prorogata la chiusura dell’Università.

Resto sola in casa.

Sono giorni difficili e pieni di incertezze, vorrei tanto tornare al sud ma so bene che devo prendere tutte le precauzioni del caso. E qui inizia l’Odissea. Ho provato a contattare per circa due ore e mezza il numero della regione Emilia-Romagna, poi il 1500 e a seguire il Punto Bianco; dopo quasi cinque ore di attesa, finalmente riesco a parlare con chi di competenza ricevendo il “via libera”. Solo in questa fase, dopo essermi attrezzata di mascherine e gel disinfettanti di vario genere, acquisto il mio biglietto aereo, con partenza prevista il 3 marzo.

Arrivata in Sicilia e più precisamente nella mia amata Agrigento, vengo discriminata in ogni modo, accusata di essere un’incosciente, un’irresponsabile che “porta il virus dal nord”. Mi è stato detto di tornare da dove son venuta, mi sono state rivolte queste parole: «È facile vivere fuori quando i mezzi funzionano, quando tutto è più bello e gli aperitivi sono fantastici, ma abitare fuori vuol dire anche rimanerci quando succede una situazione del genere e un ragazzo, per non mettere a rischio la famiglia, gli amici, la comunità intera, resta fermo dove si trova, a casa!». Sento un brivido di freddo lungo la schiena, consapevole di non aver sbagliato e di essermi attenuta a tutte le norme di sicurezza sia prima di partire che dopo essere arrivata: ho contattato il numero verde della regione Sicilia, il medico di famiglia, la Protezione Civile e ho compilato la scheda del censimento per chi arriva da zone a rischio. Ma evidentemente tutto ciò non è bastato perché sulla mia home di Facebook iniziano a spuntare post come questo.

Partendo dal presupposto che dubito che la folla di ragazzi, avvistata ieri in una piazza della mia città, sia scesa in blocco dal nord, mi chiedo: che senso ha continuare a prendersela con chi è tornato a casa rispettando tutte le norme di sicurezza? Quando poi i primi egoisti sono coloro che risiedono ad Agrigento?

Il problema della mia isola è a monte: è più facile puntare il dito contro qualcun altro, è più semplice attaccare “lo straniero”, colui che ha deciso di tornare a casa dopo essersi ritrovato completamente da solo, in una città non sua, nel bel mezzo di un’emergenza nazionale.

E l’agrigentino medio in che luogo decide di sentenziare sugli altri? Ovviamente in un posto pubblico, non rispettando nessuna delle normative emanate dal Ministero.

Non riuscirete a farmi sentire in colpa.

Piuttosto, siciliani e non, immedesimatevi nelle situazioni, cercate di capire prima di parlare, qualcuno più fragile di me potrebbe sentirsi ferito dalle vostre parole dettate dall’ignoranza. Posso raccontare la mia esperienza, non tanto diversa da quella della maggior parte dei fuorisede che si sono trovati in enormi difficoltà.

L’Italia intera pecca di enorme superficialità e spero che il buon senso si diffonda più velocemente del virus.

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La mia vita nel “Paese delle Rane”

Marzia Galasso

A te che stai per leggere queste parole sappi che ho trovato solo oggi il giusto stimolo per mettere in ordine la matassa che, dal 7 Marzo a oggi, si è aggrovigliata sempre più rendendomi incapace di trovarne il capo perché è accaduto un fatto capace di scuotermi, ma s’inizi dal principio.

La sera del sette ero nel letto accanto al mio ragazzo e, tra noi, il computer trasmetteva un film, toccava a me quella sera scegliere ed ero felice di poter condividere con Marco una delle tante “pellicole” (mi lascerai passare il termine lettore o lettrice?) che avevo visto e rivisito ma di cui mai mi sentirei stanca. Solita routine, film alle otto, pausa per le nove e poi si riprende fino alla fine ma, quella serata, non avrebbe mai avuto fine e l’intervallo si sarebbe trasformato in un vivido attacco di panico e nel pensiero ricorrente: “Devo tornare a casa”.

Ad aver scosso così profondamente i miei nervi è stata la bozza di un decreto, dove si elencavano le città che sarebbero rientrate nella nuova area rossa e lì, grassetto su bianco, spiccava Parma. Col telefono nelle mani tremanti, dalla stanza da letto, mi sposto in cucina, dove il mio ragazzo era andato a prendersi dell’acqua e gli comunico la notizia e il pensiero martellante si mutò in parole ripetute non so più quante volte quella fatidica sera. E qui, lettore o lettrice, mi fermo per una parentesi, io sono una studentessa fuori sede, pugliese di origine e trasferitami a Parma per frequentare gli ultimi due anni universitari, ma quella sera ero da Marco che vive nel “Paese delle Rane” (un piccolo comune vicino la grande città), ora ti chiedo qual è la casa cui tanto agognavo tornare?

Ci hai pensato? Bene allora ora posso continuare la mia storia. È a Parma che pensavo di voler tornare, per rivedere le mura del mio monolocale e tutti i suoi oggetti che raccontano la mia nuova vita qui al Nord. Prendere un treno era fuori discussione, il solo pensiero della possibile ressa alla stazione, della gente con cui sarei venuta a contatto, di quel che avrei potuto portare con me a Cisternino oltre la mia valigia semplicemente mi spaventava. Allora, come detto sopra, dopo un deciso attacco di panico, ho capito che è lì che sarei rimasta, nel “Paese delle Rane”, ma non senza aver tentato di raggiungere la mia casa prima.

Ti dico già che il monolocale l’ho rivisto quella sera, che armadio, bagno e frigo sono stati svuotati del necessario che mi poteva occorrere nella nuova sistemazione, oltre che dei testi di studio, qui mi dirai che sono folle lettore o lettrice, ma è stata la prima cosa su cui mi sono fiondata entrando dalla porta lasciata spalancata mentre, in strada, mio suocero attendeva paziente vicino l’auto lasciata in divieto di sosta. Eppure, sentirei di farti un torto a saltare il viaggio in macchina perché è stato quello il momento più doloroso e, anche solo a pensarci ora mentre scrivo, mi tramano le mani e mi scende qualche lacrima.

Con una fermezza che in quell’istante non avevo, ho chiamato mio padre, gli ho fatto mettere il telefono in vivavoce così che anche mia madre potesse ascoltare, ma loro sapevano già che la zona gialla era diventata rossa. Ho preso un respiro e ho ingenuamente pensato che spiegargli la mia decisione di restare e non partire avrebbe avuto un esito positivo, che si sarebbero complimentati per la scelta secondo me razionale, mai errore fu più duro da sopportare, un’ondata di recriminazioni si riversò su di me dall’altro lato della cornetta e la telefona si terminò con: “Te lo sei meritato”.

Ora, lettore o lettrice, è così sbagliato decidere di voler spiccare il volo e vivere la propria vita? O ancora meglio, è così sbagliato essere pronti a far del bene agli altri in qualsiasi momento e circostanza? Perché non ho deciso di restare qua come atto egoistico, ho pensato a loro, alla mia mamma e a mio nonno entrambi con seri problemi di salute e, al solo pensiero di scendere, mi sono vista come la Nera Mietitrice.

Il dolore di quelle parole non è ancora svanito, e sanno le mura di questa mia nuova casa temporanea le lacrime che ho versato e continuo a versare, fanno più male quelle parole dette da chi dovrebbe esserti sempre vicino che questo stato di cose attuali. E, nonostante il pianto non si fermi mentre scrivo queste ultime righe e le mani non smettono di tremare, oggi sento di non essermi sbagliata a voler restare, di non essere quella figlia degenere ed egoista che ho pensato fossi diventata in questi pochi giorni. Il virus è arrivato anche a Cisternino, questo è l’evento che mi ha spinto a scrivere queste parole, poiché viviamo in uno stato d’incertezza, dovremmo soltanto poter contare gli uni sugli altri sempre, per quanto difficile possa essere e, questa stasera, chiamerò i miei genitori, ma da parte non ci saranno recriminazione come lo è stato da loro, semplicemente gli racconterò delle mie giornate qui nel “Paese delle Rane”. 

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Le mie prigioni

Amici,

sono giorni fuori da ogni comprensione. L’ultimo baluardo del nostro equilibrio mentale – lo leggo – è situato nei continui richiami alla responsabilità e al senso civico.

Uno degli aspetti più strani da decifrare per me sono le tempistiche: il mio richiamo alla responsabilità sui social era arrivato già mercoledì scorso, nelle vostre condivisioni invece, nelle ultime 48 ore.

Perché? C’è una percezione ritardata del fenomeno fra nord e sud. Quando il 24 febbraio è arrivata comunicazione della chiusura dell’Università, è crollato l’intero assetto della mia semplice vita a Parma: niente lezioni, niente colleghi, niente caffè, niente biblioteca o palestra. La paura mi ha fatto aggiungere all’elenco pub e uscite con amici.

Ho scelto in autonomia di limitare la mia vita sociale, ho dato fondo alla dispensa, ho smesso di prendere i bus. Le mie coinquiline hanno subito lasciato il nostro appartamento per tornare a casa e come alcuni di voi sanno, ho smesso di avere chiunque intorno.

Nelle due settimane successive sono stata due volte al parco sotto casa quando c’era il sole e una volta al supermercato quando avevo finito il tonno e le verdure.

Ho resistito abbastanza facilmente fino a pochi giorni fa, quando la prospettiva del ritorno alla normalità è svanito.

Avevo programmato tempo addietro il mio rientro in Sicilia per il 15 marzo e quello a Parma il lunedì successivo (23). Ryanair ha cancellato quest’ultimo volo. Qualcosa ha iniziato a scuotermi, non mi sentivo più padrona di niente e la tensione si ripercuoteva tutta sulla schiena. Dolori, torcicollo, mal di testa. Sono entrata in un loop di ansia e paura, mi aggrappavo solo alla consapevolezza che sarei stata presto con la mia famiglia, almeno, potevo litigare con qualcuno.

Così ho deciso di anticipare il mio volo a domenica 8 marzo. Ho chiesto a mia madre di lasciare un bagno solo per me e una stanza. Avremmo circoscritto la mia presenza in casa. E avrei osservato un altro periodo di auto isolamento. Bene. Almeno ci sarò per la laurea di Anna. Almeno, andrò sulla 113 fino alla Valtur. Almeno… questo era il tenore dei miei pensieri.

Sabato 7 marzo intorno alle 21 il castello di carta che avevo messo in piedi per sopravvivere a questa subdolo male, è andato in frantumi.

Il telefono scoppiava di notifiche e a mala pena sono riuscita a capire che entro poche ore sarei rimasta in trappola. Parma zona rossa.

Nessuno entra, nessuno esce.

Ho sentito le mura delle casa stringersi attorno a me, gli odori farsi nauseanti, la banalità dei piccoli gesti impossibili.

Ma c’era ancora un modo: scappare.

Sbagliato. Scorretto.

Vi vedo, vi leggo, vi comprendo. Sapevo tutto alla perfezione sulle norme perché in caso di pericolo, sarei stata sola. Ero sola da settimane e questo mi ha obbligata a rimanere salda e lucida. Dovevo bastare a me stessa in caso fosse accaduto qualcosa. Qualcun altro può dire lo stesso? C’è qualcuno di voi che può comprendere questo esatto scenario?

Sì. Sono gli stronzi che sono saltati sui treni.

Sono io.

Alle 21.45 ero su un treno in direzione Bologna. Mi hanno accolta parenti di parenti.

Dovevo prendere quel volo.

Ieri mattina il nostro Presidente Musumeci a cui rinnovo la mia stima per il modo in cui sta gestendo la situazione, ha deliberato la quarantena per chiunque tornasse da zone a rischio.

Ieri sera, dopo un lungo pomeriggio di tristezza,  paura, senso di colpa, appena si è formata ai miei occhi la prima costa siciliana visibile dall’aereo, ho pianto.

Sul marciapiede dell’aeroporto ho chiamato il dott. Musotto, poi Magda.

Mi hanno ringraziato per la responsabilità.

Mia sorella mi ha consegnato le chiavi della sua auto, lei è salita nell’altra con mio padre che mi salutava da lontano.

Ho indossato dei guanti in lattice prima di toccare il volante.

Ho guidato in lacrime fino a Finale.

Mi trovo in un appartamento che i miei hanno predisposto appositamente.

Mio padre ha qualche problema respiratorio, mio fratello è asmatico. Non avevo pensato a questo finché qualcun altro non mi ci ha fatto riflettere.

Non mi hanno mai detto di non tornare, ma hanno rinunciato ad abbracciarmi perché sanno che così va fatto.

Come mi sento non conta. Farò la mia quarantena in stanze vista mare, nei miei luoghi sacri.

Ho letto i post più sprezzanti in queste ore, non voglio dare adito a questi superflui commenti. Così come non cerco giustificazione: sono scappata e poi mi sono autodenunciata.

Non fa ridere?

Dunque le mie prigioni hanno cambiato mura, ma ora si intravede benissimo una fine.

Quello che non sappiamo invece è che volto ha l’infetto.

Beh, non del tutto: forse potrò dirmi pulita fra 14 giorni da questa storia. Ma sarà stato assolutamente vano se nel frattempo i contagi si innescano anche in Sicilia.

Voi che potete ancora non rimanere soli, preservatevi altrettanto.

Mi dispiace molto per tutto.

Posso unirmi all’appello di chi chiede – certamente preoccupato per l’inevitabile collasso del nostro insufficiente per quanto dignitoso sistema sanitario – di restare fermi, lontani, rinchiusi. Posso chiedere di fare come me che ho infilato i miei vestiti in un sacco nero e l’ho lasciato dietro la porta.

Quella santa donna di mia madre lo ritirerà in cambio di un piatto di lenticchie calde.

Non è così male, a volte. A volte invece, è terribile, perché non ti ricordi più come ci sei finito dentro e ti senti spezzato, triste, impotente e piccolo.

I vostri toni duri sono schiaffi, per me che sono da questa parte.

Non è la quarantena a farmi paura adesso, ma il rigetto.

L’accusa mossa di non amare la mia terra, il mio paese.

Non ho morale finale. Se c’è non l’ho capita, ma una consolazione la vedo: stavolta ci siamo accorti della nostra fallibilità.

Come singolo, come società, come istituzioni… i nostri limiti sono tangibili. E se non altro, può essere un punto per ripartire, presto.

Sto bene, resto lucida e forte, ma era giusto dare spazio al mio dolore.

C’è un pontile nel palazzo accanto e muratori appesi che quasi potrebbero saltare in casa. Mi affaccerò dopo le quattro magari, quando se ne andranno.

Se attaccano trapano, m’incazzo eh.

Dalle mie prigioni alle mie ossessioni è un attimo.

Con devozione,

Irene

IL CORONAVIRUS E NOI. FRA SUD E NORD… : leggi il diario

L’odio è il vaccino

Valentina Brioccia

«Ma dai, non esci di casa, che ridere!» ho ancora queste frasi salvate in quelle chat, le ricordo come fossero ieri, taglienti e affilate come le lame di una sciabola.

Mi hanno fatta sentire esagerata, perversa e senza coraggio. Sì, lo ammetto, ho avuto paura e ho sentito i brividi di freddo lungo la schiena, ero scoperchiata dentro ad una realtà per me nuova e senza labili confini.

A Parma, a fine febbraio, mi sono premurata di mettere per un momento in stand-by la mia vita, dolente o nolente, non avevo scelte e dovevo quindi iniziare a modificare il mio stile di vita, non mi servivano dieci regole scritte da parte dei nostri eloquenti politici per comportarmi in maniera raziocinante.

Non sono uscita per giorni e quando ho dovuto farlo ero costretta perché i beni di prima necessità a casa mia non arrivavano da soli con le ali, una toccata e fuga in quei supermercati semi deserti e con l’igienizzante che oramai era diventato una parte del mio corpo.

Pensate, ho persino parlato con i muri di casa mia. Pazzesco!

La città parmigiana nel mentre non registrava casi assai significativi, poco più di una decina, ma io pessimista e negativa quale sono mi aspettavo un boom improvviso di infetti.

«Sei ancora in tempo Valentina, prendi un aereo e così starai con la tua famiglia» è ciò che mi ripeteva quella parte di coscienza fragile e desiderosa di nuove luci.

Così ho fatto, ho preso un volo per Cagliari da più di una settimana e sono arrivata a casa mia. Sarò stata incosciente, debole anche, ma la situazione era ancora stabile e non potevo addossarmi colpe e responsabilità per un qualcosa che ancora non era sfociato del tutto.

Qui, sono uscita, sono andata al supermercato rispettando il metro di sicurezza, non ho frequentato posti affollati, sono andata a tagliare i capelli per ricevere una coccola in più e le mie amiche, Elisa, Martina e Silvia, mi hanno dimostrato ancora di più quanto grande sia la nostra amicizia invadendomi di abbracci e baci; addirittura una di loro mi ha fatto prendere in braccio suo figlio di soli cinque mesi.

Ho incontrato anche qualche parente, previo accordo telefonico, e nessuno si è posto il problema del contatto fisico, io in primis; il problema non sussisteva non presentando alcun sintomo e avendo contattato chi di dovere per spiegare tutto il mio iter mi è stato raccomandato di continuare a svolgere le normali attività con il buon senso, come già facevo, e di combattere solo contro l’ignoranza del mondo circostante, perché «il virus non l’hai portato tu e se lo riscontrerai sarà qui che l’avrai preso e non nella tua città di adozione, le persone devono saper calcolare i tempi».

Quindi, solo una cosa, rispetto all’inizio, stava cambiando. Le persone che mi deridevano, adesso, mi classificano come una potenziale untrice, non curanti del fatto che Parma sia diventata zona rossa solo dalla tarda sera di sabato.

Voglio chiedervi questo: avevate bisogno di un decreto per scatenare le vostre ire funeste?

Andate alla ricerca disperata di un capro espiatorio, deridete e calunniate per sentirvi sicuri e persone migliori di altri, ma qui, in questo istante, nessuno è più bravo di nessuno, se non tutto il personale ospedaliero che ogni giorno lotta e magari piange in silenzio, estenuati dalle grosse responsabilità che si trovano a fronteggiare.

Mi preme sottolineare questo non solo per me, ma anche per tutti quei colleghi e amici che stanno vivendo una situazione uguale alla mia, mi sento di denunciarlo e scriverlo perché siamo vittime di un’ingiustizia.

Quando voi eravate al mare a fare aperitivo in mezzo alla folla, quando parlavate di rimedi a base di mirto e ancora quando nel vostro telefono la prima emoji era quella sorridente, la maggior parte di noi, a Parma e non solo, ha lasciato le strade deserte con tanta sofferenza nel cuore.

Cosa potevate saperne e capirne, non lo stavate vivendo in prima persona e vi faceva comodo parlare con serenità e pacatezza.

Il virus cammina piano piano e in silenzio, sfortunatamente, arriva anche in Sardegna e così avete deciso di mostrarvi per ciò che siete realmente, avete indossato la toga e le vostre abilità scrittorie di giudici supremi si sono riversate nell’unico canale pubblico, che fortunatamente, vi è concesso: il tribunale facebookiano.

La gogna mediatica è ciò che si meritano ragazzi diciottenni alla loro prima esperienza da fuori sede lontano dagli affetti più cari, l’augurio che il coronavirus conquisti il nostro corpo è la giusta punizione che noi, vostri schifosi conterranei, ci meritiamo, ci state dando in pasto ai social facendoci sentire responsabili del male limitrofo. «Io avrei fatto così», «non avrei preso quel treno», bla bla bla, nelle situazioni ci devi essere dentro fino in fondo, devi viverle sulla tua pelle per poter dire cosa avresti fatto o meno. Io sto zitta, non lo so cosa avrei fatto nel momento in cui un governo incompetente fa trapelare la bozza di un decreto o che pochi giorni prima invitava la nazione a vivere come se niente di grave stesse capitando.

Tutti abbiamo sbagliato, con tempistiche diverse e con comportamenti sconsiderati. Un giorno, ognuno di noi, farà i conti con la propria coscienza e non ci sarà punizione peggiore di questa.

Tacete ora senza farci sentire untori malcapitati, non pensate che vivere in un Paese democratico significhi automaticamente essere liberi di esprimere le proprie sporche opinioni su quei canali web che vi fanno da scudo.

Intorno a voi ci sono persone e anime fragili, è perciò fondamentale pensare accuratamente quando si affrontano certi argomenti.

Ieri mi sono ritrovata a piangere, urlare e strillare tra le braccia di mio padre perché mi sono stati fatti dei rimproveri infondati, ho letto stati, quasi sicuramente indirizzati a me, pieni di odio, ma sappiate che io non porterò mai rancore per la violenza verbale che state facendo a me, anzi un giorno quando tutto questo passerà vi vorrò anche abbracciare.

Voi stessi vi ricorderete quando lanciavate, insieme alle istituzioni, gli hashtag #cagliarinonsiferma, #milanononsiferma, #torinononsiferma, #parmanonsiferma e farete a pugni con le vostre consapevolezze anche per questo.

Fermatevi, siete in tempo affinché non vi convertiate del tutto in carnefici di un qualcosa di cui ancora non si è parlato accuratamente: il supporto psicologico di cui alcuni di noi avranno bisogno alla fine di questo delirio.

Mi metterò per un’altra settimana in auto quarantena, non per chi mi accusa e mi addita come una stronza sconsiderata, ma per dimostrare a me stessa che sono forte e che le misure che avevo iniziato a adottare settimane fa, mentre dal sud ignoravano che proprio in quel momento stavano impennando vertiginosamente i contagi, devono essere rafforzate ulteriormente.

Sono certa e sicura che se queste regole fossero state prese due settimane fa probabilmente non ci sarebbero state folle nei supermercati e le resse nei treni.

In futuro, non mi sentirò così insensibile da condannare qualcuno, la cattiveria non fa parte di me, per questo dico che la rabbia sul web non fa altro che aumentare la divisione e l’abominio. Sono stati tutti comportamenti umani e come tali vanno almeno compresi.

Ogni giorno rischiamo le nostre vite, ci odiamo e puntiamo il dito contro il prossimo, evitiamo di creare un’ulteriore guerriglia tra impotenti.

È sorta la buona occasione per amarsi di più, vacciniamoci di affetto e vicinanza, rispettando sempre il metro di distanza!

IL CORONAVIRUS E NOI. FRA SUD E NORD… : leggi il diario

La ragione dice Nord, il cuore dice Sud. Ma…

Maria Cafaro

 Si dice che ci si rende conto di quello che si ha solo quando lo si perde, chissà quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, eppure sono convinta che mai nessuno le ha dato la giusta importanza. Perché? Beh perché quando le cose vanno bene, quando non si hanno problemi, anche quando si sente parlare di un virus a chilometri di distanza da noi, non si pensa mai a quanto sia preziosa la vita e tutto ciò che ne fa parte.

Fino a due settimane fa era tutto normale, per noi studenti erano gli ultimi giorni di esami e i primi di lezione, alcuni non erano ancora pronti o forse non avevano voglia di tornare sui banchi universitari, altri invece ne erano entusiasti, in ogni caso nel giro di 72 ore circa la nostra routine è iniziata a cambiare. È arrivata la prima mail del rettore che ci informava sulla sospensione delle attività didattiche, poi la seconda, la terza, siamo arrivati ad un punto in cui paradossalmente ci preoccupiamo se non ci arrivano mail. È cosi la nostra normalità, senza neanche rendercene conto, è venuta meno di giorno in giorno: niente università, niente tirocinio, le uscite sono iniziate a diminuire e il tragitto, fino a poco tempo prima odiato, casa supermercato – supermercato casa, per forza di cose è diventato il preferito, il nostro stretto necessario.

Ma poi La domanda: tornare a casa o restare a Parma?

Per giorni il dilemma è stato questo, molti non ci hanno pensato un attimo, hanno fatto le valige e in men che non si dica sono partiti. Avrei potuto fare lo stesso e poi diciamoci la verità, chi non vorrebbe tornare dalla propria famiglia in un momento come questo? In più sono anche sola a casa, le mie coinquiline sono via,una ragione in più. Invece no, mi sono seduta e ho provato a ragionare. Ho pensato ai miei genitori, loro mi hanno insegnato a riflettere prima di prendere qualunque decisione, a mantenere la calma e soprattutto a rispettare le regole.

Sì è vero, Parma è stata dichiarata zona rossa soltanto ieri, 7 marzo 2020, ma tornando a casa avrei infranto le regole, sarei venuta meno agli insegnamenti dei miei genitori, avrei potuto mettere in pericolo un intero paese. Come se non bastasse sappiamo lo stato in cui versa la sanità al Sud, non si tratta di malasanità, piuttosto di mancanza di infrastrutture sanitarie  che non riuscirebbero a fronteggiare una situazione simile.

Non avrò colto l’attimo, come direbbe Orazio, non avrò seguito il cuore, molti lo vedranno come un sacrificio, per me invece è stata ed è una scelta.

IL CORONAVIRUS E NOI. FRA SUD E NORD… : leggi il diario

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