La nostra guerra

Francesca Rizzo

“Corre l’anno 2030

L’Italia ha venduto il Colosseo alla Francia, Venezia affonda,

2030 e un giorno sì e un giorno no scoppia una bomba

2030 e stiamo senza aria

Ma odio ce ne abbiamo in abbondanza

Prima divisero Nord e Sud, poi città e città

E pensa, adesso ognuno è chiuso nella propria stanza

L’intolleranza danza, non c’è speranza”

Corre l’anno 2020, ma a me continuano a risuonare in mente i versi di una canzone del 1996. In poco tempo, tutti noi abbiamo preso confidenza con una parola, “Coronavirus”, che da sconosciuta si è trasformata in un incubo collettivo, qualcosa che ci unisce e insieme ci separa.

Quello che sembrava un nemico lontano è diventato parte della nostra quotidianità, costringendoci a rintanarci a casa, ad avere paura di amici e familiari, possibili vettori del contagio, e figuriamoci poi degli sconosciuti. Camminando per strada ci si scansa, mentre si fa la spesa si guarda in cagnesco chi ignora le distanze e si avvicina troppo.   

Nonostante il pessimismo non sia mancato negli ultimi giorni, è solo ieri sera, mentre ascoltavo il discorso del Presidente Conte, che mi è piombata addosso una verità ineluttabile: è questa la nostra guerra. Un pensiero azzardato? No, non parlo di una guerra in campo aperto, con eserciti che si affrontano, bombe che esplodono e fucili che sparano. La nostra guerra è fatta di una reclusione forzata, che significa negozi chiusi. Bar chiusi. Ristoranti, strutture ricettive. Tutto chiuso, tutti trincerati dietro le nostre mascherine. Noi giovani, noi fortunati, che non abbiamo vissuto gli anni più bui della Storia, ci ritroviamo a pensare ad un mondo di cui finora abbiamo solo letto nei libri di fantascienza, o visto in qualche film più o meno credibile. E non è superficialità, non è la rinuncia ad uno stupido aperitivo, che pesa. La nostra guerra, ad oggi, consiste nel mettere in stand-by il nostro lavoro, il nostro futuro, i nostri progetti; nel pensare a come reagirà al lockdown un’economia già precaria. E nel realizzare che soffermarsi sull’economia è una forma quasi inconscia di autodifesa, per non pensare a cosa sta succedendo negli ospedali in questo esatto istante. Ai pazienti che “muoiono soli”, come ho letto in uno dei tanti articoli scorsi dal cellulare. A chi è lì fuori, a combattere in prima linea, mentre noi siamo qui a sperare.

Mentre l’opprimente silenzio del mondo esterno viene rotto solo da un annuncio: “Si comunica che venerdì 13 marzo 2020, a partire dalle ore 3 del mattino, si provvederà ad effettuare l’intervento di lavaggio e disinfezione stradale sul territorio di Cavallino e Castromediano. Si raccomanda di non essere presenti sulle strade al momento dell’intervento dell’automezzo”.

E ignorando  la mia coscienza, che ritrova un po’ del vecchio brio e si chiede “ma se non posso uscire di giorno, cosa ci potrei mai fare alle 3 di notte in giro?”, vado indietro col pensiero: a quanti secoli sembrano passati dalla festa per il 90° compleanno della nonna, quando in realtà sono solo pochi giorni. All’ultima pizza mangiata con gli amici, a tutte le occasioni sprecate per pigrizia, per noia.

Mi chiedo se tutto tornerà come prima, o se la paura ci resterà addosso, spingendoci a limitare i contatti al minimo. Se tornerò ad abbracciare chi è intorno a me, o se avrò sempre paura di trasmettergli qualcosa di più pericoloso dell’affetto.

“Ci riabbracceremo presto, e saranno lacrime a fiumi, ma solo di gioia”, scrivevo ieri alla mia migliore amica. E voglio crederci, con tutta la forza del sole che, nonostante tutto, continua a scaldarci.

Eppure quella canzone continua a risuonarmi in mente…

Il sesso virtuale è più salubre, in quanto che c’è

Un virus che si prende tramite il sudore

E in 90 ore si muore

L’HIV al confronto sembra un raffreddore

È un esperimento bellico sfuggito

E il risultato è che nessuno fa l’amore.

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Il nuovo sapore della libertà

Angela Nardelli

Trento. Terzo giorno di quarantena.

É sera e sono sul balcone. Tutto tace. Il mio paese, a pochi chilometri dalla città, è immerso in un silenzio assordante. Si sentono solo il cinguettio degli uccellini e qualche rara macchina in lontananza. Le luci delle case sono tutte accese e penso alle famiglie riunite davanti alla TV, o al tavolo da pranzo immersi in chiacchiere o in giochi da tavolo. Li immagino parlare di quello che sta accadendo, incollati al televisore in attesa di nuove notizie, in cerca di parole di conforto dal governo e dalle Istituzioni.

Immagino che tutti abbiano in testa un solo pensiero: un virus che si sta diffondendo a macchia d’olio su tutto il territorio, che sta cambiando le vite quotidiane di tutti. Sì, perché questo male silenzioso ha toccato ognuno di noi, ha cambiato la routine di ogni persona.

Rientro in casa e mi stendo sul letto. Ora penso alla mia famiglia.

Penso a mia sorella che vive nel paese vicino, con una bimba di sei mesi, e che oggi ci ha chiamati via Skype per salutarci e per farci vedere le risate della piccola. Sono vicini ma allo stesso tempo lontani. I decreti dicono che non possiamo vederci perché di due comuni differenti, dicono di non uscire di casa e di muoversi solo per casi di estrema necessità. Appena appresa la notizia volevo sprofondare. D’istinto ho pensato “No, non è possibile, ci sarà un modo per riuscire a vedersi”. Poi la parte razionale ha prevalso, dicendomi che è giusto così, che bisogna soffrire oggi per star meglio domani.

Penso ora ai miei nonni, distanti 10 km dal mio paese. Penso soprattutto al nonno, che ieri è stato ricoverato d’urgenza in ospedale per uno scompenso cardiaco. Lo immagino spaventato prima dell’operazione, solo nella stanza, senza nessuno accanto. Due settimane fa sarei potuta andarlo a trovare. Avrei potuto stringergli la mano e sussurrargli “Andrà tutto bene, noi siamo qui fuori ad aspettarti”. Oggi invece non è stato possibile. Lui era solo e noi in pensiero per lui a pochi chilometri di distanza. Nonno, sono lì con te.

Poi penso al mio ragazzo e alla voglia che già ho di rivederlo. Sono passati pochi giorni e già mi manca. Il pensiero di averlo così vicino e allo stesso tempo così lontano è frustrante. Ci siamo salutati con un semplice abbraccio e tornassi indietro lo stringerei ancora più forte.

Sono ancora sul letto, e mi sento strana. Da un po’ di giorni a questa parte oscillo costantemente tra due poli opposti: lo sconforto e la speranza. Sconforto perché penso a cosa voglia dire cambiare il proprio stile di vita, non poter vedere le persone di cui mi circondo nella mia quotidianità, non poter studiare nella mia amata biblioteca, non poter prendere un semplice caffè con i miei amici, non poter passeggiare per il centro storico di Trento ammirando la meraviglia dei palazzi, non poter più continuare la stagione sciistica sul Monte Bondone, la mia amata montagna sopra casa. Tante cose mi sono state tolte, come tante altre a tutti noi.

E qui scende in campo la speranza. Speranza nelle Istituzioni e nel governo, che stanno facendo tanto per prevenire il più possibile, per proteggerci, per rassicurarci e per infondere coraggio. Speranza nei medici, che sono i nostri angeli custodi in questo momento e che si sono elevati a veri e propri paladini instancabili e pronti a tutto. Speranza nel buon senso delle persone, che hanno il dovere di seguire le direttive e di cercare in tutti i modi di limitare ogni possibile contagio. Speranza nel futuro, nel miglioramento della situazione che non potrà durare per sempre.

Questi due poli opposti sono dei chiodi fissi nella mia testa, mi attanagliano durante la mia giornata, che cerco di passare facendo ciò che prima non avevo il tempo di fare, o che tenevo da parte per pigrizia o procrastinazione. Cerco di tenermi impegnata tra studio, lettura, passeggiate nel bosco vicino a casa, famiglia. Ma è impossibile non pensare a quello che ci sta capitando, non pensare a cosa sta provando la gente intorno a me, a cosa stanno sentendo i miei cari, i miei amici, il mio ragazzo.

Sta succedendo davvero? È tutto reale? Com’è stato possibile?

Io che mi ero da poco trasferita a Parma per iniziare una nuova avventura, che avevo iniziato a stringere amicizia con i miei compagni di corso; io arrivata a metà anno accademico in una città nuova, mai incontrata prima, che stavo già iniziando ad amare. Eccomi qui, di nuovo a Trento, a nemmeno due mesi dall’inizio di tutto. La nostalgia della città, dell’Università, dei compagni appena conosciuti e delle passeggiate al Parco Ducale si fa sentire.

Questo virus, ormai pandemia, ha portato alle persone molta solitudine, sofferenza e sconforto, ma una parte di me, quella speranzosa, mi dice che tutto passerà e che saremo più forti di prima.

In queste circostanze l’uomo per natura è portato a reagire, a rialzarsi, a comprendere che ha le forze per sopportare e per uscire dal dolore. Siamo forti perché siamo uniti anche nella distanza.

Ecco che la libertà assume ora un nuovo aspetto, si colora di nuove sfumature. Da ora in poi la scorgeremo nelle piccole cose, in un abbraccio in pubblico, in un bacio, in una stretta di mano, in un aperitivo in compagnia.

Quando tutto sarà finito, sono sicura che daremo più valore alla vita, alla leggerezza di una chiacchierata, alla visita ai nostri cari, all’importanza dei medici, allo studio, alle Istituzioni. Tutto diventerà più bello, più vivo, più nostro.

Per arrivare a ciò ognuno di noi deve fare dei sacrifici, deve pensare a chi sta lottando per noi, deve dare il proprio piccolo contributo alla nazione e al mondo intero.

Dalla finestra della mia camera guardo fuori, sono le 23:02 e la luce della finestra che prima ho visto accesa si è spenta. Sta finendo un altro giorno e domani la battaglia giornaliera di ognuno ricomincerà.

Penso di nuovo a mia nipote, a mio nonno, al mio ragazzo. Li rivedrò fra alcune settimane, ma li penso in ogni momento.

Allora mi ripeto questa frase che mi porto appresso da giorni e che mi fa spuntare un sorriso: “Tutto andrà bene Angela, tutto andrà bene Italia, tutto andrà bene Mondo”.

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Solo bagaglio a mano

Giorgia Lo Pinto

Riesco a scrivere solo adesso. Mi ci sono voluti tre giorni per metabolizzare quello che stava succedendo. Troppi per un giornalista, troppo pochi forse per un essere umano.

Risuonano ancora nella mia testa quelle parole: “Parma è diventata zona rossa: vietato l’ingresso e l’uscita dalla città.”

Penso. Ripenso. Sono da sola in una città che mi accolta soltanto pochi mesi fa. “Devo tornare dalla mia famiglia” – ho pensato – “Subito. Prendi un bagaglio a mano, di quelli piccoli, riempilo del necessario, compra un biglietto e vai. Ma poi… fermati un attimo Giorgia, pensa! Pensa ai tuoi cari, alla tua famiglia. Pantelleria è il tuo punto felice, ti darà sicurezza in questa situazione. Ma ci sono solo seimila anime lì. Se torni rischi di contagiare tutti. Non c’è un ospedale, solo un piccolo pronto soccorso. Chi si ammala, che fine farà? E se ad ammalarsi fosse proprio un tuo parente, come reagiresti?”

Pochi pensieri. Sparsi. Veloci. No – mi sono detta – non posso farlo!

E allora quel bagaglio a mano non lo riempio di vestiti. Me ne costruisco uno immaginario. Ci metto dentro coraggio, razionalità, tanta fiducia e soprattutto il tempo. Quel tempo che passa così veloce da non accorgersene. Andiamo così di corsa in questa vita, siamo così poco attenti alle piccole cose che il tempo se ne va. Fermarsi vuol dire farci i conti, con quel tempo. Vuol dire pensare. Fare introspezione. Ripensare agli errori, alle cose non dette, a quelle passate che non ritornano, alla vita. E probabilmente non siamo pronti a tutto questo. Ma siamo obbligati a farlo e, una volta finita la paura, saremo più forti. Più convinti di noi stessi. Amanti delle cose belle davvero, che poi sono quelle più semplici. Fuori, quindi, dal nostro bagaglio le cose superflue. Quelle di cui ci riempiamo le giornate che però ci fanno dire “E ora? Cosa mi resta?”.

Fermiamoci. Tutti insieme. Restiamo. Resistiamo. Io ho deciso di farlo e ne sono fiera.

Venerdì farò forza alla mia coinquilina che si laureerà online, senza l’abbraccio dei suoi cari. Anche se non sarà la stessa cosa, avrà da me comprensione, forza, fedele amicizia e tutto l’amore che vorrei ricevere io se fossi la protagonista di un evento così bizzarro, ma nonostante tutto, unico.

Andrà tutto bene. Lo dico a me stessa e a tutti voi.

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Finestra aperta e voglia di urlare

Eleonora Andena

Lodi, 11 marzo 2020.

Ore 7.22

Ho una strana sensazione questa mattina.

Una sensazione che anche per me, che di emozioni ci vivo, non è decifrabile.

Una sensazione che non è di gioia per aver consegnato ieri sera la tesi di laurea dopo due anni intensi, fatti di insegnamento a scuola di giorno, giornalismo freelance nel tempo libero e studio la sera.

Una sensazione che non è di felicità per essere riuscita a finire con passione un percorso che due anni fa avevo iniziato unicamente per passione.

Una sensazione che non è adrenalinica, come sono sempre io.

E’ una sensazione Inconsistente ma Piena.

Piena di Freddo perché pur aprendo le finestre e godendo di questa giornata di sole so che il sole è meglio vederlo rimanendo in casa.

Piena di Vuoto perché mi mancano i miei studenti, a dispetto di quelli che dicono che gli insegnanti si stanno facendo una doppia vacanza.

Piena di Paura, perché pur avendo una Big Family il Papà rimane sempre uno e se ha un pacemaker non è difficile capire perché questa emozione mi vive dentro.

Piena di Mancanze, perché solo io so quanto mi mancano alcuni abbracci.

Piena di Sfiducia perché un giorno ci viene indicata una strada da seguire e la sera stessa viene tutto modificato.

Ora sono le 8.16 e sono sempre qui, con il mac tra le mani, la finestra aperta alla luce, il caffè sul tavolo (che ormai sarà gelato) e una gran voglia di urlare.

Perché a questo caos non riesco a mettere ordine. E non credo di essere l’unica in questo momento.

P.S.

Che poi ad urlare non ci sono mai riuscita. Per questo ho sempre amato scrivere. Forse la scrittura serve anche per questo J

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Ed è subito sera

Teresa

Un cuore che smette di battere, un corpo morto che sbatte sul suolo.

Un’ambulanza che sfida le logiche del tempo e che, con rassegnazione, si immobilizza di fronte all’impotenza del non poter fare più nulla.

Ieri sera, un mio ex compagno di liceo è morto.

A riferirmelo le tante persone che sono imprigionate in cui piccolo paese del sud d’Italia con soli quattro posti letto in terapia intensiva, nel raggio di quasi sessanta chilometri. Un paese composto da poco più di sei mila anime, strette nel silenzio e nella solitudine dell’incertezza più totale; severamente guidati dall’imperativo della quarantena, uniti nello scongiurare che il peggio si realizzi. Un paese mutilato che ha visto partire i suoi figli, e che ora, insulta e condanna quei pochi che sono tornati.

Mi tornano in mente i momenti atroci vissuti, dopo aver appreso che il cuore di mia nonna aveva smesso di battere. Dopo le prime ore trascorse nella forte necessità di elaborare, intimamente, il lutto da sola, a darmi conforto sono state le persone a me più care. Amici e conoscenti che, in quei momenti, hanno toccato con mano l’impossibilità di cercare parole utili per rassicurare una sofferenza causata dalla scomparsa di una persona che smette di essere presente, di vivere.

Dove trovare le parole? In quale repertorio cercarle?

Quante volte, dopo la notizia di una morte, abbiamo pensato: “Quanto mi dispiace! Ma è inutile scrivere un messaggio. Cosa scrivere in questi momenti?! Tanto dopo vado a casa sua. L’abbraccio a cui mi abbandonerò vorrei fosse totalizzante, sentito. Attraverso il contatto proverò a trasmettere tutta la mia empatia e la mia vicinanza. Sarò presente, concreta e visibile di fronte ai suoi occhi. Sarò lì, bacerò le sue lacrime, mi renderò disponibile per alleviare almeno in parte il suo dolore”.

E ora immagino sua mamma, sola nella cameretta che ha sistemato chissà quante volte pensando: “ah, questo figlio, com’è disordinato! Tutto io devo fare in questa casa”. Immagino questa mamma piegata dal dolore, guardare ancora più in basso, nell’abisso dell’irreparabile, pregare forte, sentitamente, con il desiderio irrealizzabile -e spezzato dalla bruttezza della realtà- che un giorno possa dire ancora, dopo aver atteso il ritorno di suo figlio: “come sei disordinato, oggi non esci prima di aver sistemato tutto”.

Immagino i suoi familiari, distanti fra di loro all’interno di in una piccola chiesa, accarezzati solo dal suono impotente delle preghiere del parroco. Soli in una chiesa in cui si sentirà troppo forte il rimbombo causato dall’assenza di tutte quelle persone che invece vorrebbero dimostrare vicinanza ai familiari, abbracciarli e consolarli.

La vita è feroce, crudele, imprevedibile; la palpabilità di questa evidenza, in questi giorni, ci sta divorando.

E non trovo, nella vastità dei pensieri che corrono all’impazzata nel mio cervello, una sola e ferma riflessione che riesca a frenare il pessimismo di questo momento così doloroso.

Sono lontana centinaia di chilometri da te, mio caro ex compagno di classe; sono lontana centinaia di chilometri da te, mamma chiusa in un dolore inimmaginabile. Sono lontana da tutti voi, miei cari compaesani che, distanti, ci schiaffeggiate con parole feroci o ci accarezzate con premurose raccomandazioni affidate ad un telefono.

Sono così terribilmente lontana, eppure sono lì.

Questo voglio dirvi mentre un’ossimorica giornata di sole comanda il mondo su di me: dimostriamo l’amore che proviamo affinché nessuno possa sentirsi solo o abbandonato. Siamo tutti fratelli e sorelle, fragili nella nostra solitudine, e tutti bisognosi di amore. Non dimentichiamolo.

E così, trafitta da un raggio di sole, mi accorgo che è subito sera.

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Benvenuti a Parma, Capitale dell’insulto

Gabriele Balestrazzi

“Non tornare più”, “codarda”, “egoista”, “irresponsabile”, “immatura viziata”, fino all’immancabile “bambocciona” e all’elegantissimo “vada a fare in c…”. Mi sono fermato qui, fra gli oltre 250 commenti postati sulla pagina facebook della Gazzetta: e probabilmente, se è ancora come ai miei tempi, molti hanno scritto anche cose peggiori, che ora giacciono giustamente nel cestino virtuale di via Mantova.

Sono (anzi mi tocca dire “siamo”) i Parmigiani. La croce gialloblù deve essere stata fraintesa da qualcuno, se in ogni campo dello scibile umano sui social parmigiani non si leggono opinioni, ma irrevocabili sentenze come quelle che avete appena letto.

Di che cosa stiamo parlando? Di Irene, una ragazza siciliana studentessa fuorisede nella nostra città. Diversamente da tante colleghe e colleghi, aveva resistito fino al weekend in quella che ritiene con affetto (e spero continuerà a ritenere) la sua seconda città. La città “della rinascita”, come ho letto una volta da un’altra studentessa; la città dell’opportunità, come mi sento dire agli esami da chi – alla mia domanda su un possibile ritorno nell’amata Terra d’origine – mi risponde “Professore, da noi non c’è nulla…!”.

Ha aspettato e resistito fino al weekend, dopo un volo prenotato e improvvisamente cancellato. Poi ne ha fissato uno nuovo, domenica da Bologna. Aveva ormai le valige pronte, quando è arrivata l’indiscrezione (non la notizia nè il provvedimento ufficiale) che inseriva Parma nella zona rossa, o zona protetta come poi si è meglio chiarito. Che fare? Aspettare il giorno dopo col rischio di trovarsi “imprigionata” nella nostra città dove nel frattempo ogni attività universitaria era stata interrotta?

La scelta è stata quella di provare a partire subito, farsi ospitare la notte da amici di Bologna e poi partire con l’aereo regolarmente prenotato. Sapendo che l’arrivo in Sicilia avrebbe probabilmente comportato una auto-quarantena: assolutamente precauzionale, visto che la studentessa non ha avuto alcun problema di salute o di contatti a rischio. Per tradurre ancor meglio, la ragazza siciliana non aveva nulla di diverso dai coetanei che nelle stesse ore si ammassavano in via Farini senza giudizio per il rito dell’aperitivo. O dai parmigiani di ogni età che all’indomani (e a provvedimento del governo diventato ufficiale) si sarebbero risversati senza giudizio nei supermercati o in Cittadella, come ampiamente documentato dalle foto dei siti web parmigiani.

Eppure, eccola qui sottoposta al Tribunale del popolo parmigiano. Ecco Irene che “se fossi in te mi seppellirei dalla vergogna”, ecco Irene “fuggita come un coniglietto pasquale”. Fino a chi, basandosi sull’articolo di una persona che non conosce, ritiene di poterne radiografare anche l’Isee: “Qui non abbiamo neanche la prima casa, figurarsi la seconda, vista mare, per fare la quarantena. Non tutti hanno la tua fortuna cara studentessa privilegiata”.  

Con anche qualche immancabile pennellata di non trattenuto razzismo: “Avete voluto tornare al sud? Restateci”; “Che vadano loro nei campi a 1 euro all’ora, così avremo meno bisogno di immigrati in Italia”. Fino alla condanna senza appello: “il tuo egoismo mi disgusta”.

Lo ripeto: sono oltre 250 i commenti all’articolo postato dalla Gazzetta, e quasi tutti con questi toni. Ma allora il cronista che racconta Parma da 40 anni e che ne ricorda i mille slanci che hanno fatto notizia anche fuori dai nostri confini si chiede: siamo sicuri che sia stata Irene ad abbandonare Parma? O ad abbandonarla non sono invece, giorno dopo gjorno, quei parmigiani che si credono eredi della nostra cultura solo perchè postano piatti di anolini o di cavàl pìst? O perchè scrivono qualche frase in dialetto, spesso anche sbagliata?

Siamo ancora una volta Capitale: delle sentenze e sempre più spesso anche degli insulti. Con una presunzione che da tempo appartiene al nostro Dna e che da tempo viene ridicolizzata dai fatti: io amo ricordare gli esempi del calcio, dove saccenti parmigiani liquidarono Ancelotti come un allenatore “che non sa leggere le partite” e il più recente D’Aversa come “un allenatore da Lega Pro”… E due anni fa, non c’era un sindaco uscente incapace che qualunque candidato avrebbe disarcionato..? Come siano andate le cose, dal calcio alla politica, lo sappiamo tutti. Ma la presunzione e l’abitudine alla sentenza sono rimaste, semmai imbarbarite nel frattempo da un linguaggio che di parmigiano ha ben poco. Perchè la Parma vera è quella del dalmata Padre Lino dal cuore generoso, più che quella di certi social tastieristi che hanno di pramzan solo la carta d’identità.

Sia chiaro: il problema non è ritenere che Irene possa aver sbagliato, ci mancherebbe: ognuno ha diritto di esprimere la proprio opinione e di criticare. Anche se chi commenta non sa che il viaggio a Bologna è avvenuto su un treno semivuoto (probabilmente l’ultimo così, prima che la fuga di notizie facesse il suo effetto) e quello in aereo con mille precauzioni in più rispetto alle incoscienti movide di casa nostra. Ma ammettiamo anche che Irene abbia fatto – però sicuramente in buona fede, se qualcuno ha letto davvero e con attenzione il suo articolo – la scelta sbagliata. Ebbene: un parmigiano vero la prenderebbe da parte e le direbbe “Nàni, forse era più prudente restare. Ma ormai sei lì: trovate il modo di stare insieme in famiglia e poi ci rivediamo qui nell’Università che stai onorando con impegno e sacrifici” (altro che seconde case sul mare: chi arriva qui lo fa con mille acrobazie, affrontando parmigianissimi affitti talvolta vergognosi – e magari in nero – e magari con voli di ritorno a prezzi da strozzino, come è avvenuto nell’indifferenza generale lo scorso Natale).

Ma tutto questo invece non scandalizza i giudici parmigiani da tastiera. Per loro l’importante è scaricare il livore sul singolo viaggio di una 24enne: anche se non si conoscono che in piccola parte la cosa e le persone di cui si parla. Tu però non preoccuparti, Irene: ti aspettiamo ai Paolotti, nell’Oltretorrente dove ancora troverai la “tua” Parma, la più vera e generosa. Ti aspettiamo per darti e ricevere un po’ di Sapere e per costruire insieme il sogno tuo e di tanti altri ragazzi che il Sud lo lasciano e forse dovranno lasciarlo in futuro: questo sì che è il vero scandalo che dovrebbe scuoterci. Tu fai che la quarantena ti faccia più forte, respira senza sensi di colpa il sole e il mare della tua splendida terra, e poi ci vediamo qui con gli altri: c’è un mondo, sempre più arido, da cambiare insieme!

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Il Covid-19 raccontato da una persona a rischio

Fabiola Stevani

In seguito al mio articolo sul Covid-19, ho ricevuto questa testimonianza da parte di una cara amica che, per ragioni di privacy, ha chiesto esplicitamente di restare anonima.

“Sono una persona più a rischio in caso di contagio. Da mercoledì mi sono messa in quarantena, un po’ perché sono raffreddata (in modalità apnea continua), un po’ perché il mio medico mi ha detto chiaramente: “Non devi uscire“.

Sono una persona più a rischio in caso di contagio. Leggo tutti i giorni, a qualsiasi ora, notizie sul virus. Leggo tutti i giorni anche le sciocchezze di gente che non capisce il rischio enorme che c’è ora in Italia e ne sottovaluta la portata.

Sono una persona più a rischio in caso di contagio. Ho avuto negli anni due pneumotorace e i miei polmoni non sono esattamente delle rocce. So cosa si prova ad avere i polmoni collassati, la mancanza di forza, l’affanno, il senso di vertigine dopo soli cinque scalini fatti, la mancanza di fiato pur restando sdraiati nel letto.

Sono una persona più a rischio in caso di contagio. Le persone fuggite da Milano, dopo che questa era stata dichiarata zona rossa, non capiscono il danno enorme che possono aver provocato. I nostri ospedali sono al collasso. E se anche uno solo di loro risulterà positivo al virus, avrà sicuramente contagiato molti di quelli con cui è stato a contatto sul quel maledetto treno. Un treno che non sarebbe dovuto partire.

Sono una persona più a rischio in caso di contagio. Ma nessuno può sentirsi immune a questo virus.”

C.R.

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Diario di un’incosciente

Rita Gaviano

Mi presento, mi chiamo Rita, ho 26 anni, non scrivo ufficialmente per Parmasofia ma sono una di voi.

Ho iniziato a pensare a questo articolo oggi alle 4,05 quando, presa d’assalto da certi sogni ho deciso, non riuscendo più a dormire, di mettere nero su bianco la mia storia dopo aver letto in questi giorni le esperienze dei miei colleghi.

Questo articolo nasce estrapolando alcuni pensieri dal mio diario personale chiamato per l’occasione “Diario di un’incosciente”.

Voi vi chiederete perchè di un’incosciente?

Ebbene da quando ho deciso di tornare nella “rossa” Parma, “incosciente” è diventato il mio secondo nome, o forse addirittura il primo.

Tutto è iniziato quando il 5 febbraio casualmente mi sono imbattuta in un prezzo stracciato del biglietto aereo per tornare a casa mia, a Cagliari, la città del sole, per il 5 marzo e trattenermi per il fine settimana, troppo poco tempo me ne rendo conto, ma dopotutto sempre meglio di niente no?

Mi ritengo fortunata perchè a differenza di molti altri miei colleghi, costretti a prendere pullman e/o treni per molte ore, io ho la comodità di poter prendere un aereo e nel giro di un’ora essere a casa mia.

Ciò che è successo alla fine del mese di febbraio lo sappiamo tutti, il Coronavirus, il Covid-19, si è scatenato come una furia sull’Emilia-Romagna, sulla nostra bella Parma e sta seminando il panico.

Scuole chiuse, università chiuse, tutti a casa per almeno una settimana, che sono diventate due, poi tre e chissà ancora quanto tempo dovrà passare prima che la normalità rientri nei nostri canoni.

La mia famiglia mi chiama “Torna a casa Rita, torna qua, cosa ci fai a Parma? Una vacanza qui ti farebbe bene, respiri l’aria di mare, riabbracci le tue amiche”, ovviamente la situazione non era grave come questi giorni; ma io sono testarda, una dote che ho scoperto aver acquisito solo di recente e finchè non ho avuto la conferma ufficiale della chiusura dell’università per la seconda settimana non me la sono sentita di anticipare la partenza.

Nella serata di sabato 29 febbraio arriva finalmente la conferma da parte del rettore, nell’immediato cambio il biglietto, felice di poter stare con la mia famiglia per un’intera settimana.

Sono felice ma allo stesso tempo preoccupata; Christian, il mio fidanzato con cui vivo a Fornovo di Taro, a 23 Km da Parma, mi ha incoraggiata e rassicurata, e così dopo una frettolosa serata a preparare i bagagli arriva il giorno della partenza, domenica 1 marzo alle 9,30.

C’è pochissima gente in aeroporto, il personale porta guanti di lattice e mascherine, molti altri passeggeri lo stesso, ma nessun controllo sanitario.

Ho un attimo di panico e penso “sto facendo una cazzata a tornare a casa? Sto agendo da persone responsabile? E se avessi contratto il virus in modo asintomatico?”

Assorta nei miei pensieri non mi accorgo neanche che le gambe mi hanno portato sopra l’aereo e che quasi automaticamente sono alla ricerca del mio posto, l’ho fatto così tante volte. Ma quel giorno l’ho fatto probabilmente da incosciente.

Mi siedo,  vicino a me una signora, anch’ella con la mascherina, si sentono degli starnuti, dei colpi di tosse, cala il gelo.

Si perchè la paura fa questo, ci fa rabbrividire per uno starnuto.

In un secondo momento la mia vicina di posto, probabilmente accaldata e stanca di respirare la sua stessa aria dentro la mascherina, toglie fuori il naso e fa un respiro profondo; io la guardo allibita, un’altra persona che non ha capito la vera utilità delle mascherine, che la usa tanto per fare, almeno è quello che mi auguro ancora oggi dopo quasi dieci giorni.

Atterro a Cagliari in anticipo, una situazione stranissima perchè Ryanair non è mai in anticipo, ma essendoci stati pochi passeggeri le procedure sono state più svelte.

Pensavo che i controlli all’aeroporto fossero solo una leggenda, invece con stupore mio e non solo, sono stati fatti.

Nessuna misura drastica s’intenda, solo la misurazione della temperatura, ma meglio di niente.

Mio padre mi accoglie a braccia aperte, mia mamma e mia nonna sono sorprese di vedermi entrare a casa perchè quasi nessuno sapeva del mio arrivo anticipato.

Quella settimana è stata quasi perfetta: l’amore e gli abbracci della mia famiglia, le confidenze con le mie più care amiche, l’odore del mare, il maestrale, il parco dei tulipani. In una parola SARDEGNA.

Ho scritto “quasi” perfetta perchè non sono mancati momenti in cui qualcuno, vedendomi, è entrato nel panico, coprendosi la bocca e il naso con la sciarpa per non respirare l’aria che stavo respirando io e tenendosi a debita distanza.

Rassicurare serve a poco, la gente non capisce e anche se non detto ad alta voce, mi sono sentita come la strega cattiva portatrice del virus che poteva benissimo starsene rintanata al nord.

Ma io cerco di essere una roccia, mi racconto che questi gesti non mi possono scalfire ma la realtà è diversa, fa male si, e da quel momento ho iniziato a desiderare di tornare a Parma.

La vacanza cagliaritana è volata così in fretta che neanche me ne sono accorta, finchè la notizia di sabato 7 marzo mi ha riportato alla triste realtà delle cose.

Ultima sera con la mia famiglia, una cena tipica di quelle che ti fanno leccare i baffi; il telefono, senza suoneria è lontano, molto lontano perchè a casa mia è la regola: niente telefono a tavola, si parla tra di noi.

Non appena finisco di mangiare lo riprendo in mano e trovo una sfilza di messaggi, prima di aprirli mi sono chiesta “Cosa succede adesso?”, il primo messaggio che apro è quello di Christian “Amore stanno chiudendo la Lombardia e altre 11 province, Parma è zona rossa” il mio cuore ha perso un battito;  apro i messaggi delle altre chat stessa cosa, leggo l’incredulità nelle parole dei miei colleghi e dei miei amici.

Sono spiazzata. In queste settimane sto seguendo le notizie più assiduamente del solito, per una sera non l’avevo fatto, ho preferito un programma d’intrattenimento, sono stata presa alla sprovvista, totalmente impreparata a quella che, nel corso di quelle ore così decisive, sarebbe stata la mia scelta incosciente.

Cambio canale, ascolto le notizie, chiamo Christian, abbiamo entrambi le lacrime agli occhi ma cerchiamo di parlare con calma e rassicurarci a vicenda; poi la bozza.

Attimi di odio e di crisi, pensando cosa fare e cosa non, ma infondo sapevo già.

Io volevo affrontare tutto questo non al sicuro con la mia famiglia in Sardegna, ma con il mio compagno qui nella provincia di Parma.

Al cuore non si comanda e avrei fatto di tutto per rientrare il giorno dopo in Emilia, nella mia casa d’adozione universitaria.

Mi sono opposta fortemente alle richieste dei miei genitori di restare, ma in fin dei conti il mio volo per Parma non era stato annullato, il decreto non era ancora ufficiale e una piccola speranza c’era.

La stanchezza mi assale, il pianto mi ha ridotto uno straccio, crollo sul letto e dormo fino al suono della sveglia; è domenica 8 marzo e sono le 5,30.

Leggo le notizie “Conte ha firmato, le province chiuse sono 14” .

Di nuovo il panico mi assale, ma ricordate che sono testarda e incosciente; nonostante tutto all’aeroporto ci sono andata, credo di non aver pregato così tanto intensamente  da anni, ebbene io quell’aereo l’ho preso alle 7,35 e alle 8,40 ero al Giuseppe Verdi.

Controlli? Nessuno, di nessun genere.

Tutto è stato fatto troppo in fretta, per organizzare dei blocchi serve del tempo.

Certo sulla tangenziale non c’era anima viva, certo i supermercati erano pieni ma rispettosi delle nuove norme imposte.

So che la situazione è e sarà difficile, so che la maggior parte di voi mi darà della stupida per non essere rimasta in Sardegna con mamma e papà a proteggermi, ma io volevo tornare.

La sera stessa ho ricevuto chiamate, rimproveri e messaggi premurosi da persone che da anni mi ignorano e che mi hanno lasciata molto perplessa.

Dicono “Ma noi lo facciamo per il tuo bene, vogliamo solo proteggerti, non vogliamo metterti alla gogna”, ma chi è al sicuro oggi? Anche in Sardegna i casi aumentano giorno dopo giorno.

Sono stata accusata di essere una che fugge, ma per quale motivo?

Io non sono fuggita dal virus, ho fatto l’esatto opposto! Gli sono andata incontro.

E’ davvero così sbagliato scegliere di affrontare questa situazione con la persona che si ama?

Ed eccomi qua, io Rita detta l’incosciente, sono a casa da due giorni in quel di Fornovo, rispetto le norme imposte e mi riguardo.

Sono preoccupata? Chiaramente.

Mi manca la mia famiglia? Certo che si.

Ma ho fatto una scelta, per favore non condannatemi.

Sono le 5,13 e ora che ho scritto mi sento meglio, forse riuscirò a concedermi altre due/tre ore di sonno.

Buonanotte.

Costretti nella adorata/odiata casa

Francesca Acquaroli

È un momento sicuramente difficile per tutti: abbiamo dovuto cambiare la nostra routine, abbiamo dovuto abbandonare temporaneamente le nostre abitudini e siamo stati costretti a rimanere tra le quattro mura della nostra adorata/odiata casa. Però, nonostante questo grigio permanente che ci circonda e che ci scorre nelle vene, tiriamoci su il morale affacciandoci alla finestra ad ammirare gli Appennini in lontananza. Quanta bellezza sprigionate mie bellissime Marche ❤️

(post su Facebook)

IL CORONAVIRUS E NOI. FRA SUD E NORD… : leggi il diario

Eddai…Torna a casa!

Eleonora Puggioni

7 marzo 2020, ore 20.30: “Domani mattina dovrebbe partire un volo da Parma per Cagliari: costasse anche un milione, torna a casa!”.

Sono settimane che i miei genitori, preoccupati, mi chiedono di tornare. A dire il vero mia madre, divorata dall’ansia, mi chiama tatticamente da quando sono scoppiati i primi casi in Cina: “Guarda che arriva anche qui, ma cosa ci fai lì da sola, qua saresti in compagnia, ci siamo noi”. E io, con fare arrogantello, le ho sempre risposto che era troppo esagerata, che il virus non sarebbe arrivato qui in Italia con tanta facilità, che in fondo non si può mettere in pausa la vita per una minaccia percepita a milioni di anni luce da te. Ma come sempre accade e per chissà quale magia, la mamma ha sempre ragione. Non c’è niente da fare. Ed eccoci qua, a distanza di solo poche settimane, il Covid-19 non solo è arrivato in Italia, ma Parma stessa rientra tra le province del Nord Italia dichiarate “Zona arancione”.

Che significa esattamente “zona arancione”? Secondo il decreto ufficiale saranno chiuse scuole e università, centri di cultura (musei, cinema, teatri etc.), verranno annullati tutti gli eventi culturali e sportivi; i bar garantiranno il servizio dalle sei alle 18; i centri commerciali resteranno chiusi i fine settimana e non ci si potrà spostare. Non si potrà entrare o uscire dalla città se non in casi di emergenza sanitaria o comprovate esigenze lavorative. E tutto questo fino al 3 aprile, almeno.

Ecco qua. Panico! In quel momento, la voce di mia madre risuonava nelle orecchie: “Te l’avevo detto io!”

Neanche a dirlo, la mattina del 7 marzo, ancora ignara di tutto ciò che sarebbe successo da lì a poche ore, all’ennesima richiesta, una piccola parte di me aveva pensato di dare retta ai miei genitori, e partire.

Ma poi il dubbio: e se avessi incubato qualcosa? E se portassi con me la malattia?. Il dubbio che corrode e che ti fa ragionare. È questo il tanto ricercato – soprattutto in questi giorni – senso civico? Perché diciamolo, pensare di affrontare una tale emergenza in una città che ti ha adottato, ma che non è la tua, non è semplice. Ma è anche vero che se esistono tali misure, io in primis, non sono nessuno per violarle e pensare al mio tornaconto personale. “Scappa prima che sia ufficiale!” Sì, ma io devo proteggere i miei cari. Perché di questo si tratta. Io sono nata in Sardegna, la mia famiglia è lì, in un piccolo paese di settemila anime in provincia di Cagliari, e sebbene nessun posto sia al sicuro in questo momento, mi piace pensare che nel mio piccolo posso fare qualcosa per evitare di peggiorare la situazione. Un piccolo sacrificio per tenere le persone che amo al sicuro. E lo so, posso solo immaginare la preoccupazione di avere una figlia lontana in una zona che agli occhi del mondo è diventata pericolosa. Te l’avevamo detto! Dovevi tornare prima! Ora è troppo tardi. Sì, ora è tardi. Ma sento il peso della responsabilità: io devo proteggere voi.

E all’inizio di questa vicenda, che fosse per incoscienza, per la curiosità di sapere cosa sarebbe successo o il senso di responsabilità verso ciò che ho qui a Parma, io ho scelto consapevolmente di rimanere. E anche quando la sera del 7 marzo la pubblicazione della bozza del decreto che annunciava l’imminente chiusura ha causato il panico –  sappiamo che è successo alla Stazione Centrale di Milano –  io consapevolmente ho deciso di rimanere a Parma.

Che sia chiaro, non mi sento di rimproverare (e chi sono io per farlo?) tutti quei ragazzi, studenti, lavoratori fuori sede che si sono lanciati nel primo – e ultimo – treno disponibile per tornare a casa. A volte il panico prende il sopravvento; avranno proiettato la loro immagine in camerette fatiscenti, fredde, solitarie. Si saranno sentiti soli, in trappola, senza vie d’uscite se non per quell’ultimo treno intercity delle 23.20.

Ora tutte quelle persone dovranno prendersi la responsabilità di tenere al sicuro i loro cari, mettendosi in quarantena almeno per 14 giorni, in forma preventiva. Perché il potenziale collasso del sistema sanitario potrebbe riversarsi su tutti noi con la forza di uno tsunami.

E allora sta a noi, ad ognuno di noi, intervenire per contenere questo nemico invisibile che, come un tarlo nella nostra mente, si sta insinuando nella quotidianità, intaccando inesorabilmente le nostre abitudini e certezze.

La nostra vita, per come la conoscevamo,  momentaneamente deve subire un arresto. Io lavoro in una piccola biblioteca sociale nel quartiere San Leonardo, abbiamo annullato tanti eventi, abbiamo messo in stand by progetti, iniziative; la realtà di ognuno di noi, nessuno escluso, al momento non può proseguire il suo normale cammino.

Ma qualcosa si può fare: stiamo insieme (ad un metro di distanza, si intende), parliamoci, condividiamo, amiamo. Non lasciamoci soli, impariamo a rispettare le regole per amore nostro e dell’altro. Capiamo davvero il senso del rispetto e della condivisione! Perché quando tutto questo finirà, saremo ammaccati ma ancora una volta pronti a ripartire.

O così si spera.

IL CORONAVIRUS E NOI. FRA SUD E NORD… : leggi il diario

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