L’amore ai tempi del coronavirus

Michela Dalla Benetta

Scocca la mezzanotte, è l’8 marzo. Squilla il telefono, un messaggio.

“Amore… Hanno chiuso le province… Scusa, non so se hai letto…”

Un messaggio che arriva dalla provincia di Padova, una zona che stanotte si è colorata tutta di rosso. Venezia, Treviso, Vercelli, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Asti, Alessandria, Pesaro e Urbino, Rimini, Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia e tutta la regione della Lombardia.

Nella mattinata di venerdì 21 febbraio sono scappata involontariamente da Parma. Con il mio solito scetticismo, non mi sono preoccupata troppo della situazione, che invece è scoppiata nelle ore successive. Non c’erano ancora casi in Veneto quando sono salita in macchina per tornare a Vicenza. Nel bagagliaio c’era una piccola valigia con lo stretto necessario per il weekend, perché ero convinta che sarei tornata lunedì per le lezioni all’università. Invece, da più di due settimane stiamo assistendo alla crescita del contagio, alla scelta di adottare misure drastiche ma necessarie.

Avevo paura di aver portato il virus ai miei familiari: mi sono chiusa in camera e mia madre mi ha convinta ad uscire dopo mezza giornata. Tutti mi hanno tenuta scherzosamente d’occhio per i giorni successivi, ma rassicurata con amore.

La chat con le coinquiline si è riempita di messaggi, perché il nostro unico desiderio di ritrovarci nella nostra amata Parma è svanito. La casa dove è nata la nostra amicizia per un po’ sarà vuota. Sono in due ad essere in zone rosse. Ognuna racconta i suoi timori, ma ogni tanto qualche discorso riporta la leggerezza, come se fossimo tutte di nuovo nella cucina della nostra casa di Parma a ridere e scherzare. Lo stesso con colleghi e amici: conoscere nuove persone vuol dire anche dover accettare nuove distanze.

Il mio pensiero va a chi non può tornare a casa, a chi non può spostarsi da dove è, a chi non può incontrarsi. A chi è da solo in questo momento difficile. Per un po’ non basterà il metro di distanza, dovremo mettere un po’ di km tra le nostre vite. Mi immagino i protagonisti del murales di Tvboy, realizzato a Milano: i due protagonisti de “Il bacio” di F. Hayez forse non potranno vedersi fino alla fine dell’emergenza. Amuchina e mascherine non basteranno, metteranno un metro tra di loro e per un po’ non ci sarà nessun contagioso abbraccio.

Ma #italianonsiferma, prende delle (si spera giuste) precauzioni. Un appello alla responsabilità di ognuno, alla bontà e alla solidarietà di tutti a resistere evitando ogni altra follia, perché già troppi avvenimenti hanno contrassegnato le ultime settimane. Questo non solo per chi subisce le decisioni del governo, ed è costretto a vivere in situazioni difficili, ma anche a chi deve comunicare i cambiamenti che avvengono nell’arco di poche ore e mi riferisco ai giornalisti. In queste settimane ho capito di aver intrapreso un percorso difficile. È cresciuta la stima verso chi non ha provocato panico e allarmismo, a chi si attiene ai fatti, ai dati, alle fonti. Stanotte il caos di Milano è stato provocato dalla bozza del nuovo decreto. Ripeto, la bozza. L’amore, in tutte le sue molteplici forme, è messo a dura prova ai tempi del coronavirus.

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Quando ti manca anche il caffè schifoso

Vincenzo Alessandro

Parma è in zona rossa.
Più correttamente: la provincia di Parma è fra le 14 province indicate dal nuovo decreto emanato dal governo stanotte. Decreto che limita fortemente la possibilità di movimento nelle zone indicate. Tuttavia è innegabile che da giorni ormai la città è in continuo mutamento per via della diffusione del virus e una misura del genere era prevedibile. Sono sicuro che a tanti, come me, cominciano a mancare cose a cui prima non si era dato rilievo, forse perché l’abitudine è la prima maschera della vita.

Mi manca il caffè scanente delle macchinette anche se da anni dico che fa schifo. Mi manca la corsa per trovare posto in biblioteche affollate da noi e dai nostri finti silenzi, il chiacchiericcio incessante e quelle occhiate che ci lanciamo quando vogliamo studiare, o vogliamo un altro caffè. Ora immagino le biblioteche nel loro assoluto, assordante, vuoto rumore di nulla. Senza occhi che si incrociano, senza gente che sussurra, solo la polvere che si posa sui libri. Mi manca perfino la folla nell’osteria che abitualmente frequento, la stessa folla che maledicevo ogni weekend perché poi, troppa fila al bancone.
Quello che non mi manca, ma che invece è come se avesse trovato nuova linfa, è il mio osservare. Osservare come il mondo in cui vivo sta cambiando sotto il peso di questa emergenza: dal barista costretto ad aprire solo il sabato perché in giro non c’è nessuno, a medici e infermieri che fanno ore di lavoro impossibili, al docente che tramite una piattaforma virtuale consola e sprona i suoi studenti, al ristoratore costretto a dimezzare i posti a sedere. A tutti quei genitori del sud (compresi i miei) in ansia, che vorrebbero abbracciare i loro figli costretti al nord ma non possono. Osservo gli irresponsabili che affollano le stazioni per scappare, non dal virus ma dalla paura di ritrovarsi isolati senza più un’abitudine con cui mascherare la loro vita.

Da studente di giornalismo osservo anche il mondo dell’informazione, di come i media stanno affrontando l’emergenza. Dai toni allarmistici delle prime settimane all’invito alla calma, all’incessante lavoro di aggiornamento sui nuovi casi, sui focolai. I racconti delle persone in quarantena nei paesi ormai fantasma del lodigiano.
Del perverso rapporto fra politica e informazione, osservo le dichiarazione dei leader, le sterili strumentalizzazioni di partito e il lavoro del governo. Spulcio il mosaico social che mi si proietta dal cellulare. Osservo le testate fare a gara sul tempo e sulle notizie, i titoli urlanti e la caccia al lettore in un mondo dove l’informazione/merce e il lettore/consumatore sono più importanti della verità, della maturità di una notizia, della correttezza.

Quando ieri sera ha cominciato a girare una bozza non definitiva del decreto approvato stanotte, ho avuto paura della velocità con cui la notizia – non ancora matura – ha cominciato a rimbalzare fra le maggiori testate italiane. Paura e sconforto. Perché in una situazione così delicata come quella attuale, il giornalismo ha il dovere morale ed etico di informare la cittadinanza in modo corretto, senza provocare allarmismi ma cercando di unire la popolazione, soprattutto di fronte questo tipo di emergenza in cui sono richiesti collaborazione e sforzo collettivo per impedire una maggiore diffusione del virus. E invece, la fretta, i titoloni, la paura di “bucare” la notizia hanno avuto come effetto, deleterio, il diffondere un testo non ancora approvato e di provocare il panico fra i lettori, i cittadini, nonché il concreto rischio di vanificare gli sforzi del Governo. Ci ritroviamo a combattere un virus dall’estrema facilità di contagio e l’intercity notte che da Milano, poche ore prima di un decreto che limita la mobilità per necessità di contenimento, percorre tutta l’Italia pieno di gente che scappa al sud.
Ed è allora giusta la rabbia del primo ministro contro la diffusione della bozza, e hanno fatto bene il Post e Valigia blu che con professionalità e correttezza hanno atteso l’ufficialità del documento prima di scrivere articoli, titoli e commenti. Gli unici raggi di luce in un mondo dell’informazione sempre più buio, l’unico appiglio di  speranza per questa professione: tutte le altre testate italiane stanno contando i click e le views di ieri sera mentre probabilmente Covid-19 è spasso su un intercity e il giornalismo, che già da anni zoppica, rischia di ritrovarsi senza la fiducia di chi i giornali li consuma e soprattutto, di chi questa professione la sta studiando e spera di praticarla, un giorno.

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Che bestia sia!

Carmen Rita Busceti

Fino ad una manciata di ore fa studiavo. Contro ogni persona che continuava a ripetermi di tornare a casa, io studiavo. Leggevo di filosofi, pensatori, di persone che con teorie tramutate poi in pratica costruivano mattoncino dopo mattoncino la democrazia, il potere sovrano odierno. Hobbes parlava di un uomo che dopo aver vissuto per anni in uno stato di natura, dopo aver oscillato tra l’insoddisfazione per un desiderio di libertà inappagante, decideva di cedere parte della propria potenza e del proprio essere ad una persona artificiale: lo Stato. Questa cessione avveniva nel mondo dell’immaginazione secondo Spinoza, in quanto l’uomo immaginando di cedere parte della propria libertà ad una rappresentanza non la perdeva davvero, non se ne privava. Per questo motivo oggi l’uomo è ancora dotato di libertà di pensiero e di parola, dalle quali sono derivate poi tutte le altre.

Rimaniamo nel mondo dell’immaginazione. Chiudiamo gli occhi e immaginiamo un mondo che da un giorno all’altro viene stravolto da un virus scoperto pochi mesi prima in una realtà lontana ma non troppo. Immaginiamo che questo scateni in alcuni paura (la maggioranza), in altri l’incredulità. Immaginiamo che si diffonda, così rapidamente da incutere timore e preoccupazione ad ogni individuo, dal più potente al più povero. Immaginiamo una realtà ai tempi dei social, nella quale l’uomo pur avendo diritto di parola se ne priva perché più forte è la paura, più forte è la difesa di coloro che ne sono pieni. Immaginiamo una nazione in cui per prevenire la diffusione vengono attuate misure straordinarie: paesi con vie d’uscita o d’entrata bloccati, luoghi pubblici deserti, quarantene e occhi sbarrati al primo colpo di tosse.

Adesso possiamo anche riaprire gli occhi.

Questa realtà è l’Italia. Questa realtà è la mia, della mia città acquisita, in attesa della chiusura dei suoi confini. Ed io che fino a poche ore fa studiavo la conquista della libertà adesso me ne ritrovo privata. Non sono libera di tornare nella mia regione, di prendere un mezzo pubblico, di pretendere un esame universitario, di vedere la mia famiglia, i miei affetti, il mio mare. Non sono libera di starnutire mentre sono in fila al supermercato perché la sera prima ho preso freddo portando giù la spazzatura. Ma loro, gli altri, che incontro per strada con le mascherine, loro, questo non lo sanno.

È il 7 marzo 2020 ed io e la mia coinquilina siamo ancora qui. Abbiamo deciso di non tornare a casa, abbiamo sperato e forse sottovalutato la gravità della situazione. Sono le 23 e abbiamo da poco appreso la notizia che ogni nostro movimento potrebbe diventare impossibile e il nostro ritorno a casa potrebbe essere rimandato. Ancora una volta. Poche ore fa passeggiavamo in via Farini, assaporando un gelato dal sapore di sud, felici del pranzo che avremmo preparato per la Festa della Donna, tra le mura di una cucina piena di cibo comprato al supermercato che è diventato il nostro “stretto necessario”.

È il 7 marzo 2020 e questa democrazia assume i tratti di una dittatura, ma necessaria. D’Altronde lo diceva anche Machiavelli che “pertanto a uno principe è necessario sapere bene usare la bestia e l’uomo”.

È il 7 marzo 2020 e io oggi più che mai ho fiducia nel mio Stato, perché nonostante tutto so che il suo unico scopo è salvaguardare la mia e la nostra incolumità. Queste costrizioni, queste misure oggi sono la bestia ma se saranno utili alla mia nazione, che bestia sia!

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Il Covid-19 ci ha insegnato che siamo fallibili

Raffaele Buccolo

Sono le ore 20 di sabato 7 marzo e come di consueto, quando torno al sud, quando torno a casa, mi trovo a passare delle ore nel bar dei miei genitori. Osservo i chicchi di caffè mentre vengono tritati. Verso un bicchiere di vino. Servo dei taralli ad un cliente. 

Una tazza di caffè, un bicchiere di vino e una bottiglia di igenizzante in gel per i clienti compongono una linea perfetta sul bancone.

“Sei fortunato, è l’ultima e non ne avremo fino alla prossima settimana” mi dice la commessa mentre mi appresto a pagare la bottiglietta di igenizzante mani. Allora inizio a riflettere. Industrializzazione e modernismo ci hanno insegnato che noi possiamo avere tutto, in quantità e tempi che noi decidiamo. Se devo pensare ad un’espressione dei nostri anni, non ho dubbi: “Non abbiamo limiti, non c’è bisogno di averne”. Da un lato si produce e da un altro si consuma. E’ una legge universale. La produzione non è un problema e l’abbiamo sempre vista come qualcosa di onnipresente ed infallibile. Non ho mai sentito l’assenza di una necessità.

Fino a 5 minuti fa.

In una semplice composizione di 4 elementi, un elemento era “l’ultimo fino alla prossima settimana”, un elemento era la fallibilità umana.

Un piccolo bisogno ha messo in crisi noi, la nostra industrializzazione, il nostro essere tecnologico, infallibile ed iperconnesso. Un gel.

Quando ero piccolo fantasticavo chiedendomi: “Come fanno ad esserci così tante auto, chi le produce, da dove vengono? Credo di non aver mai avuto una risposta veramente soddisfacente. Mai nulla era finito per davvero. Non è mai finito il petrolio, non è mai terminata la pasta, non è mai terminato il pane. Perché se c’è una cosa che non abbiamo mai vissuto, nella nostra generazione, è la mancanza. 

“Prezzi shock per l’amuchina, bottigliette da 200 ml vendute a 20 euro”. “Italia da psicosi, la corsa all’amuchina impazza, non si trova più”. Non è l’ amuchina in sé, quanto il simbolo di qualcosa che manca. Non avevamo mai avuto mancanza di una necessita. Non avevamo mai sentito questo, fino a 3 settimane fa. Mentre scrivo questo piccolo pensiero l’iPhone mi aggiorna. “Pronto un nuovo decreto per serrare 11 province del nord italia”. Chiuderà anche la mia seconda casa, e la mia terza.

Non è la prima volta che abbiamo fallito come uomini, falliamo ogni giorno, quando a 3000 chilometri dalle nostre sicurezze  si muore ancora di fame, ed i nostri eccessi sono bisogni di un altro individuo.

Non è la prima volta che abbiamo fallito, ma è la prima volta che ce ne siamo resi conto.

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Tramonto visto dalla zona rossa

Greta Contardi

Dopo dodici giorni di fermo nella famigerata “zona rossa”, vorrei provare a dissociarmi da questa parola e dal rimbombo mediatico negativo in cui mi sento travolta da due settimane a questa parte. Non mi sento di riportare i miei pensieri ed emozioni di questi giorni sospesi e che si trascinano lenti. Troppo contraddittori, non seguono un filo logico e fatico a metterli nero su bianco, una delle poche volte in cui scrivere non mi aiuta a riordinare le idee. Assomiglierebbe più a uno sconclusionato flusso di coscienza.

Vorrei raccontare piuttosto, le cose a cui mi sto aggrappando insistentemente, con tutti e quattro gli arti, per superare questo momento. Quello che voglio fare è setacciare il marasma di avvenimenti per riportare qualche cenno di umanità a cui ho assistito in questo paese, che avrebbe preferito continuare a vivere nella quiete di provincia.
Il confine fisico è segnato da camionette di autorità addette al blocco, che in questi giorni stanno assistendo a scene bellissime. I compleanni si festeggiano a distanza e con un fievole entusiasmo, ma non sarà una linea immaginaria a fermare un’amica premurosa, che affida una profumata torta al carabiniere, che a sua volta la consegna al festeggiato, e un abbraccio diventa un cenno alla distanza di qualche decina di metri.

Poi, c’è chi purtroppo, negli istanti prima del ricovero, non ha potuto preparare meticolosamente cambi ed effetti personali per affrontare il tempo indefinito della degenza in ospedale. Nemmeno i familiari possono perché residenti entro il limite invalicabile. Alle richieste di aiuto rispondono volenterosi amici anche lontani, che si macinano chilometri pur di fare da tramite per consegnare una valigia con disegni di nipoti, cambi preparati dai parenti del malato, immaginandolo magari senza un libro o un confortevole pigiama. Curare lo spirito è forse curare un po’ anche il corpo…
Ovviamente, anche gli allenamenti sportivi sono tutti sospesi, ma si sa che lo sport è una potente valvola di sfogo per chi inizia a sentire strette le quattro mura di casa. E allora…troviamoci al confine tra zona isolata e quella non, e scambiamoci due tiri di palla. A dividere il campo immaginario una volante della polizia, come ha raccontato il Corriere della sera: clicca qui per leggere.

Covid-19 e altre storie

Fabiola Stevani

Il telefono suona tutte le mattine alla stessa ora. “Come stai, novità?”. È mio padre che chiama per chiedermi come vada. Non vedo lui e mia madre da chissà quanti giorni.

Ai tempi del Covid-19 funziona così per chi, come me, vive lontana da casa.

E io, no, non sono soltanto una fuori sede. Sono ormai tre anni che vivo andando avanti e indietro da tre regioni italiane: il Piemonte, l’Emilia Romagna e la Toscana. Una vita triangolare.

Ai tempi del Covid-19 questo non è stato più possibile. Mi sono dovuta fermare. Ho dovuto obbligatoriamente lasciare fuori dalla mia vita qualcosa e qualcuno. E, purtroppo, quando è scoppiato il caso, non mi trovavo tra le mura di casa.

Attualmente non posso tornare a casa. Non posso viaggiare. Non posso tenere insieme i pezzi della mia vita. Non posso essere vicina a tutti i miei affetti per affrontare questa situazione insieme, come ero abituata a fare. Infatti, ogni quindici giorni, macinavo più o meno 700 km per vivere la vita che voglio e che mi sono scelta. Ma adesso ho dovuto appendere la valigia al chiodo.

È come avere attorno una prigione dorata, pareti di cristallo che non si possono abbattere.

Poi è successo che mi sono fermata un attimo e ho pensato che in tutta Italia chissà quante persone fanno esattamente come me: vivere contemporaneamente in regioni diverse (e distanti tra loro). Come me hanno la famiglia da una parte, la vita privata da un’altra e lo studio e/o il lavoro ancora altrove.

Ho pensato che faccio una vita frenetica e come me tanti altri. Che è logorante e che, con molta probabilità, mi farà invecchiare precocemente.

Però adesso, questo stare ferma, questo obbligo di spostarsi il meno possibile mi pesa moltissimo. Vorrei esserci e invece non ci sono.

Non ho mai avuto il “complesso del supereroe” che fa pensare di essere immune a tutto, anzi, ho sempre pensato il contrario. E questo ha, quindi, sviluppato in me una sorta di coscienza che mi evita di cadere preda di un esaurimento mentale dato dai sensi di colpa. A volte sono emotivamente razionale.

C’è la paura. La paura di aprire i social e leggere “nuovi casi di coronavirus in Piemonte“, mentre io sono lontana chilometri. Non ho quasi mai avuto paura per me. È per gli altri che mi si ferma il cuore.

C’è la razionalità. Ci sono i dati e le statistiche. C’è informarsi consapevolmente e non cadere nel panico. Perché, sì, io sono quella che se vede un ragno dentro casa fa le valigie e vende l’appartamento, ma quando c’è il panico generale, non so come, riesco a distaccarmene e ragionare.

Poi ritorna la paura. Ma stavolta è una cosa diversa. È paura degli altri, della loro incoscienza e del loro menefreghismo. Del modello, spesso tutto italiano, del non rispettare le regole. Aggirare le procedure. Non seguire le indicazioni e fregarsene altamente dei consigli degli esperti, additati come “professoroni“. Come se essere professori e saper insegnare qualcosa, sia una sorta di comportamento osceno da additare con sdegno.

Battiato canta “Povera patria schiacciata dagli abusi del potere
Di gente infame che non sa cos’è il pudore
Si credono potenti e gli va bene
Quello che fanno e tutto gli appartiene”.

E tutto gli appartiene. Anche e soprattutto la vita degli altri. Di cui non si curano, di cui non si interessano.

La loro incoscienza, la loro superficialità, il loro menefreghismo. Ecco cosa mi fa paura. E questo molto più del Covid-19. E mai come oggi mi dico che c’è bisogno di educare le persone, di far nascere dentro loro quel senso civico che manca. Quella responsabilità che, diciamo la verità, in Italia non è mai di nessuno.

Ci vediamo tra un paio di settimane“, ho detto sorridendo ai miei genitori quando sono ripartita come al solito. Non avevo idea che quelle due settimane sarebbero diventate prima il doppio e poi, dopo, chissà.

Come ci ha cambiati il coronavirus

Giuliana Presti

Oggi, dopo tre giorni di solitudine, vado a fare una corsetta al parco, la gente che incontro per strada da dieci metri di distanza comincia ad allontanarsi da me, chi aspetta l’autobus copre immediatamente la bocca al mio passaggio storcendo gli occhi, penso subito: “Forse dovevo starmene a casa?”, “Sto arrecando pericolo in qualche modo?” Che assurdità. Ma è giusto così, ci hanno detto di comportarci in questo modo, e la gente non ha torto.
Nessuno di noi si sarebbe mai aspettato di poter vivere un periodo del genere, ed invece il 2020 arriva per sconvolgerci, e metterci davanti a un avvenimento tanto drammatico da sembrare inverosimile, inventato, un film!

Tutto ha inizio in Cina. Qualcuno scopre un virus che sta pian piano uccidendo molte persone. In Italia la notizia è ancora impalpabile, qualcosa che si vocifera, qualcuno suppone, nessuno s’informa, perché tanto non ci tocca personalmente.
“Cos’è questo virus cinese? “è stato trasmesso da un serpente, un pipistrello, o è solo frutto di un esperimento di laboratorio? “
Poi un giorno l’Italia si sveglia, si decide di prendere provvedimenti, si adottano delle misure: chiusi i voli da e per la Cina, controlli negli aeroporti a tutti i viaggiatori, si inizia a parlare di prevenzione (lavarsi bene le mani, non stare a stretto contatto con gli altri) ecc… e allora iniziamo a preoccuparci un po’ di più della questione ma neanche il tempo di cominciare ad informarci per bene che in Italia arrivano i primi casi, uno che in pochissime ore diventano dieci, dieci che in pochissimi giorni diventano cento.
Quello che prima era per noi solo “il virus cinese” ora ha un nome: Coronavirus, virus mai manifestatosi nell’essere umano prima dei casi segnalati a Wuhan, mentre “COVID-19” è la malattia che esso causa, termini che sentiremo fino all’estenuazione.
Cosa succede? Qualcuno ha sbagliato qualcosa?
Qualche cosa è andata storta. Senza dubbio è difficile riuscire a condurre una situazione tale per un governo impaurito per cui tutto questo è da affrontare per la prima volta. Governo che davanti a un’epidemia si permette degli sbagli, ma veramente poteva permettersi di sbagliare per qualcosa di così delicato?
Azioni efficienti ma non efficaci, ci verrebbe da dire.

Iniziano ad allarmarsi le prime regioni coinvolte, poi tutta l’Italia, da nord a sud. I ministri prendono nuovi provvedimenti, chiudono le scuole, creano nuovi numeri di telefono per fronteggiare qualsiasi richiesta ed essere disponibili in maggior misura, limitano le attività in cui vi sia il pericolo di creare ammasso di gente.
Agli inizi di Febbraio il medico Roberto Burioni durante un’intervista affermava che il rischio di contrarre il virus in Italia fosse pari a zero, grazie alla prudenza e alle giuste precauzione del ministro Speranza. Poche settimane dopo ci siamo ritrovati ad affrontare un’altra realtà.
Moltissima gente costretta alla quarantena preventiva, per periodi di tempo variabili, prima di sei giorni, poi di almeno quattordici, altra a sottoporsi al test, considerato inizialmente efficace a primo utilizzo, poi no.
Qualcuno è tornato dalla Cina, risultato negativo in aeroporto, mandato a casa e risultato positivo in seguito? Se si, questo sarebbe stato un grave errore e forse solo uno dei tanti.
L’Italia si rende conto di un secondo errore commesso. Subito dopo aver urlato emergenza a tutti i cittadini, fa i conti con il drastico calo della borsa. Nessuno esce di casa, negozi chiusi, non si viaggia, non si fanno acquisti. L’economia si arresta ed è la prima vera vittima di questo virus, questo è un grosso problema, cosa si fa? Si fanno passi indietro, si ridimensiona la situazione e si inizia a dire che non c’è più bisogno di indossare le mascherine e di preoccuparsi, la gente comincia allora a sentirsi stupida e a non capire più.
Il governatore della Lombardia Fontana il 23 Febbraio dichiarava: “Se degenera, possibile Milano come Wuhan”, poi si accorge di averla fatta grossa e allora con l’intento di rimediare, di nuovo “Niente allarmismi, è tutto sotto controllo”. Dopo, però, si becca lui stesso la quarantena perché la sua collaboratrice risultata positiva, e in videochiamata si fa ammirare mentre cerca di indossare nel modo corretto una mascherina chiuso dentro casa. Caos, tutti parlano di lui.

Insomma, cosa ci resta di tutta questa storia?
I dati di oggi: oltre 3 mila casi in Italia, e dopo due settimane di chiusura di alcune università, decisione di prolungarla almeno fino a metà Marzo e questa volta per tutta Italia, comprendendo anche le scuole. Qualcuno non ce la fa più, soprattutto i fuorisede come me, ma si cerca di mantenersi impegnati. Qualche libro in più da divorare, qualche ricetta da provare, gli allenamenti a casa, zapping tv. Una quotidianità completamente diversa, a cui dobbiamo adattarci a tutti i costi. Ci manca l’università, le lezioni, andare al cinema o in biblioteca.
Oggi siamo preoccupati, di non saperne abbastanza, di ricevere informazione frastagliate e che mutano continuamente, preoccupati per i nostri genitori, i nostri nonni soprattutto, e anche di non poter tornare a casa per il pericolo di essere costretti in quarantena o contagiare qualcuno. Nonostante la preoccupazione però, speranza e ottimismo non ci abbandonano, ci adeguiamo alle decisioni prese e ci impegniamo personalmente a prevenire il contagio col desiderio che tutto possa tornare come prima il più presto possibile.

Marche: quando l’ironia batte la paura

Melania Grelloni

Oramai sono due settimane che sono tornata nel mio nido marchigiano, due settimane in cui il Covid-19 non ha risparmiato i “Brands”.
Sì, ho scritto bene, “Brands”. Su un tweet straniero, in cui venivano elencati i casi regione per regione, le Marche son state tradotte letteralmente.
E da qui parte il diario di una quarantena, dall’ironia.

Non posso negare che, quando il virus ha iniziato a farsi strada nei media italiani, io non fossi una di quelle persone impaurite, fissate, che disinfettava qualsiasi cosa comprata da un negozio cinese e, se poteva, evitava di entrarci.
Perché lo dico? Perché sono una persona e, come tale, ho le mie paure che molte volte sono malleabili a causa della disinformazione e dagli allarmismi. Credo sia giusto ammetterlo e far sentire meno soli chi nasconde ciò per timore di essere deriso.
Poi le cose sono cambiate, mi sono informata su più piattaforme, confrontata anche con siti medici attendibili, ma soprattutto sono tornata nelle Marche dove la risata è di casa.

L’ironia è sempre la miglior arma contro la paura e, di certo, il braccio di ferro tra Ceriscioli e Conte è stato di grande aiuto per la popolazione marchigiana.
Ovviamente a livello politico e di immagine nazionale il #cerisciowave non è stato la migliore strategia da attuare, ma non sono qui per parlarvi di diatribe fra partiti e governatori. Eppure vale la pena raccontarvi il sopracitato hashtag #cerisciowave: Ceriscioli ha firmato un’ordinanza per chiudere le scuole senza attendere il via libera di Conte e, mentre era in diretta per leggere l’ordinanza, quest’ultimo l’ha chiamato per annullarla. Inutile dire che c’è stata una seconda ordinanza poco dopo che ha confermato la chiusura, ovviamente senza il vero e proprio permesso. In pratica il #brandsexit si sta attuando lentamente.
Se ciò vi ha strappato una risata, oltre che indignazione politica, sappiate che la pagina social “Meme Marchigiani” ha sempre la risposta a qualsiasi problema, anche al Coronavirus ed alla mancanza di Amuchina: il Varnelli, liquore secco all’anice tipico delle Marche, è molto più efficace per lavarsi le mani poiché «scrosta e sgargagnifica e lea pure la vecceca dall’occhi».

Non solo hashtag, non solo dialetto, ma anche Wikipedia è dalla nostra parte o, per lo meno, dalla parte di Ceriscioli che viene definito «un’entità sovrannaturale riconosciuta regionalmente come alleato degli studenti delle Marche e fermo contestatore del premier Conte, suo nemico fin dalla prima guerra delle circolari».
Per chi non lo sapesse, in realtà, Luca Ceriscioli è il presidente della regione Marche, ma sua “Entità magnifica” va bene ugualmente.
I contagi stanno aumentando anche qui nei Brands, il pronto soccorso è vuoto, i locali non possono più fare eventi – ed il danno economico non è indifferente -, però non abbiamo lasciato i supermercati vuoti, almeno a Macerata, il che è già un grande passo avanti per l’isteria collettiva nazionale.
Inoltre, siccome ci piace sempre strafare, oltre al virus qualche giorno fa, nei pressi di Fano, è caduto un meteorite in mare lasciando una scia di fuoco in cielo.
Le Marche sono un posto fantastico, magico in tutti i sensi e l’arma migliore che possediamo non è tanto la politica, come avete potuto leggere, ma l’ironia, il dialetto, il buon cibo ed il Varnelli.

Caro Buon Senso,…

Lucia Caputo

Caro Buon Senso,

è da troppi giorni che i media, il mimetismo sociale e paura del niente ti soffocano.

Nel XXI secolo è alquanto assurdo reagire ad un’epidemia influenzale con tanto disprezzo verso i tuoi confronti. Il diverso, il nuovo spaventa sempre la coscienza umana, ma tu caro amico, sei sempre stato il salvatore in materia di etichette e false nozioni.

Ma in questo nuovo Medioevo, altro che streghe e gatti neri, i pregiudizi e i “malati” sono i tuoi nemici. Malati di lusso e agio in cui la paura di non poter controllare il diffondersi di un virus rende deboli anche i più potenti, coloro che dietro il denaro e le posizioni prestigiose hanno costruito un muro invalicabile che non aveva fatto ancora i conti con un a situazione del genere. Quelli seduti sulle poltrone di istigazione e sfruttamento delle debolezze della gente usandole a loro piacimento per innalzare sempre più la barriera tra “loro” e “noi”. Ma, anche per codeste persone, Buon Senso sei ormai andato perduto o forse mai esistito viste le condizioni in cui è ridotto il questo Paese. Condizioni disastrose dove ancora l’ignoranza dilaga e permette il diffondersi non di malattie, ma di false credenze e spaventose aspettative.

Dove un ragazzo che, come succede dagli anni ‘50, è ancora costretto ad abbandonare la propria terra per calpestare il suolo di città zeppe di persone stanche e affannate, costretto a vedere il proprio luogo d’origine spegnersi lentamente e a pesare sulle spalle dei propri genitori che soli e abbandonati tirano avanti in paesi vuoti ed invecchiati, dove la linfa vitale non scorre più. Dove le tradizioni ed i forti valori restano sprovvisti di saperi nuovi. È così che in questo clima epidemico, tanti ragazzi sono costretti a rimanere nelle loro nuove case acquisite. Perché, mio caro Buon Senso, io ti ho ascoltato, nonostante tutto.

Nonostante la mia testa dica solo, “torna perché due settimane a casa tua quando le recuperi più”.

Ma no, Buon Senso, non in tutti sei rimasto attivo.

Il panico ha raggiunto chi, tra paraocchi e lassismo, preferisce considerare gli altri come appestati piuttosto che capire che per alcuni questo panico era il motivo più bello per tornare a casa.

Casa in cui nonostante non ci sia nulla da temere, la gente chiede un bicchiere di plastica al posto di quello di vetro, perché è più “sicuro”.

Plastica che invece davvero sta diventando il virus più letale dell’umanità. Ma tu Buon Senso lo sai, e nonostante credevo estinte o per lo meno interiorizzate e superate molte paure, una non estingue mai. La paura della verità, e la verità è che tutti oggi hanno paura di tutto ma nessuno ti tiene più in considerazione per vivere meglio.

Ps. Non ti dimenticare anche di me, sei uno dei miei amici più affidabili.

Da una fuorisede qualunque

“Com’è lì al nord? Ti mando ‘nduja e amuchina?”

Carmen Rita Busceti

Se siete del sud ma vivete al nord questa domanda ronzerà nella vostra testa da giorni. C’è l’amico che lo chiede per poi rispondere “Si ma stanno esagerando, questo è allarmismo”; c’è la famiglia che consiglia vivamente di stare in casa e la mascherina no, “Non la comprate, tanto non serve dicono”; c’è l’amica che aveva pianificato il viaggio a Parma per incontrarvi e al “com’è la situazione oggi?” ci aggiunge un “Ma se vengo poi quando torno in Umbria devo avvisare il mio medico curante?”.

A queste si aggiunge la domanda assonnata del coinquilino che appena sveglio fa la sua comparsa in cucina e alla risposta “Hanno rinnovato la chiusura dell’università” ribatte dicendo: “Quindi l’esame salta. Torno a dormire”.

Se le giornate “svuotate” sono un’occasione ottima per recuperare le ore di studio perse, lo sono anche per dedicare un po’ di tempo a quelle che sono diventate le persone della quotidianità. Condividere esperienze, noia e voli cancellati, googlare gli aggiornamenti sul COVID-19 tra il caffè mattutino e la tisana della sera: frammenti della routine quotidiana di coinquilini sudisti confinati al Nord. Confinati, ebbene sì.

Quando è dilagata la paura mi sono chiesta “Cosa succederebbe se tornassi giù?”. E la regione Calabria rispose: “Si invitano i cittadini calabresi che in queste ore rientreranno dalle regioni del Nord interessate dall’espansione epidemica, oltre che dalle altre aree internazionali già definite a rischio (Cina soprattutto), a comunicare alle autorità sanitarie locali il loro rientro in modo da valutare misure di quarantena attiva volontaria presso il proprio domicilio anche in assenza di sintomi.

Niente paura ma imbarcarsi per sedici ore di viaggio forse non era l’ideale. Lascio passare qualche giorno e assisto dall’alto del mio nord al dilagarsi della paura al (mio) sud: “La coppia che rientrava dalla Lombardia è stata intercettata telefonicamente mentre era ancora in auto e messa in sorveglianza attiva a domicilio”; “Coronavirus Calabria. Sindaco “sceriffo”: arresto per chi viene dal nord”; “Coronavirus: voli cancellati per paura dei contagi”.

Chiamo mamma. Lei non mi chiede com’è la situazione. La sua domanda, la sua preoccupazione è un’altra: “Te lo spedisco un pacco con l’amuchina e la ‘nduja?”

IL CORONAVIRUS E NOI. FRA SUD E NORD… : leggi il diario

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