Cara mia Parma, prometto che ritornerò

Massimiliano Erculeo
Cara mia Parma,
non è stato semplice ricominciare da te, il nostro inizio è stato un crescendo, mi affascinavi con la tua bellezza, il tuo profumo di cultura e i tuoi suoni eleganti dell’Opera, ma non riuscivi a farti spazio nel mio cuore, faticavamo in due, io da buon “terrone” radicato alla mia terra salentina, tu con aria ducale e ornamentata di buone maniere.
Sono arrivato a te quasi un anno e mezzo fa e di tempo ne è volato. Già, il tempo, occorreva solo del tempo e quando questo ci è venuto incontro abbiamo iniziato a volerci bene. Sei entrata nel mio cuore e in te, nelle tue mani ho riposto i miei sogni per il futuro. Io con te, tu con me, abbiamo ricominciato a crederci.
Vederti spenta, silenziosa, deserta, leggere sui giornali della tua grande difficoltà in questo brutto momento mi riempie il cuore di tristezza, io lo so, ti ho tradita, ti ho lasciata sola, non ero con te quando hai iniziato a spegnerti e non sono con te a combattere questa dura battaglia, ma prometto che ritornerò e che ci aiuteremo ancora una volta insieme a Ricominciare!
Te lo devo.
Con il pensiero, dalla mia amata Puglia, a te che sei diventata il lato destro del cuore.
Sii paziente.
Tutto passerà.
Sarai il simbolo Capitale di questa dura battaglia per tutti.
Coraggio cara Parma mia.❤
#andratuttobene
IL CORONAVIRUS E NOI. FRA SUD E NORD… : leggi il diario
Pamflè

Dario Amighetti
“Sembra che la storia non sia altro che un enorme fenomeno naturale, un’eruzione, un terremoto del quale rimangono vittime tutti, chi ha voluto e chi non ha voluto, chi sapeva e chi non sapeva, chi era stato attivo e chi indifferente. Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi fatto anch’io il mio dovere […] sarebbe successo ciò che è successo?”
Queste sono le parole di Antonio Gramsci che ho trovato all’inizio del libro “Oltretorrente” di Pino Cacucci. Averle trovate è stato un buon pretesto per far scorrere le dita ormai atrofiche sulla tastiera. Queste parole, espresse in un momento storico diverso e in un diverso contesto, riecheggiano e risuonano come un monito nelle orecchie di chi non è troppo sordo per poterle sentire. Gramsci parlava da partigiano agli indifferenti, agli insipienti, a tutti coloro che non si preoccupavano di assumere una posizione netta e vivevano da parassiti, nutrendosi dell’ignoranza e dell’autocommiserazione. Sono passati più di cento anni da allora e la situazione non è molto cambiata, anzi, per quanto possibile è diventata ancor più critica. All’indifferenza, alla vigliaccheria e al parassitismo si è aggiunta una componente pericolosissima e talvolta letale: la presunzione. La presunzione è l’anticamera dell’ignoranza e dunque è il vettore di un virus ben più difficile da debellare. Se noi oggi, a distanza di cento anni appunto, provassimo a sturarci le orecchie da quel cerume che è il nostro tanto vituperato lassismo forse riusciremmo a porci la fatidica domanda: se avessi fatto anch’io il mio dovere sarebbe successo ciò che è successo? Probabilmente la risposta non la troveremmo e a tal fine potrebbe tornarci utile “il libro delle risposte” del buon Nino Frassica e chissà che quella giusta non sia: “Se rispondessi rovinerei la bellezza della tua domanda”! L’unica cosa che ci resta dunque è il dubbio, e avere la certezza di avere un dubbio di questi tempi è già qualcosa. Il dubbio, dunque, è un beneficio di cui godere, un germe o un piccolo germoglio che radicandosi continuerà a crescere fino a fiorire. La realtà però è ben diversa, quasi distopica, e la sola cosa che cresce in questo momento è la consapevolezza che oltre ad un vaccino per il coronavirus serva un rimedio serio per l’ignoranza e l’ottusità che ci ammorbano da troppo tempo ormai. Il quadro clinico è sempre più complesso e differisce da malato a malato: c’è chi somatizza e mostra subito i sintomi e chi invece è asintomatico. C’è chi crede di essere immune e ostenta tutta la sua impavida immunità e c’è chi è consapevole di essere profondamente malato e se ne fotte cercando – da buon untore – di contagiare gli altri (solo dopo aver controllato che in giro non ci siano monatti)! Si sono delineate, dunque, delle vere e proprie categorie di soggetti classificabili in base allo stato di avanzamento della malattia. In particolare è stata posta l’attenzione sugli ultimi due soggetti, classificati dagli scienziati come “Homo Coljionis” e “Homo Coljionis Coljionis”, si riconoscono perché hanno una particolarità che li differenzia dagli altri: camminano sempre in coppia. È raccomandabile – a detta degli esperti – mantenere una certa distanza quando l’incontriamo per strada ed evitare qualsiasi contatto di natura fisica, parafisica, social, telecinetica, poiché la loro carica virale è talmente elevata che riuscirebbero a contagiarci anche solo col pensiero. Ci sono stati avvistamenti a Palermo, a Napoli, a Milano ad Ancona nelle Marc… dove???
Si scusate, un avviso importante: LE MARCHE ESISTONO, sono state scoperte da un indigente genovese, tale Colombo Di Cristoforo, che cercava spicci per terra per un pezzo di focaccia.
La situazione rischia di sfuggire di mano alle autorità e ai governi che cercano di circoscrivere l’epidemia. Gli esperti consigliano al resto della popolazione (ormai decimata) di chiudersi in casa a leggere saggi e romanzi di Umberto Eco, mentre per quanto riguarda la televisione sono caldamente consigliati gli interventi di Massimo Cacciari ed Ernesto Galli Della Loggia a Otto e mezzo, che per l’occasione sarà trasmesso a reti unificate h24. L’OMS dichiara: “Siamo sicuri che in breve tempo riusciremo a frenare i contagi e stanare tutti i Coljionis e i Coljionis Coljionis che ancora vanno in giro indisturbati. A tal fine è pronto un piano di mobilitazione mai visto prima. Le pene più severe verranno comminate a tutti quei Coljionis che in assembramento (ricordiamoci che vanno sempre in coppia o a multipli di due) nei locali bevono vodka e Red Bull, negroni sbagliato e moscow mule col cetriolo! Per la prevenzione verrà distribuito a tutti un kit che comprende: dieci brani di Battiato, l’opera omnia di Herbert von Karajan, un estratto de “La strada di Swann” di Proust e un santino di Lilli Gruber da tenere sempre nel portafogli come autocertificazione”.
La verità è che c’è poco da scherzare, perché ormai è da tempo che mala tempora currunt.
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La sottrazione di noi stessi

Simona Pellegrini
Scrivo dal balcone del terzo ed ultimo piano di una casa popolare. Una casa popolare di un piccolo quartiere, messo maluccio, a dir la verità. Un quartiere di una piccola (e mi verrebbe da dire, lo dico ma non lo penso, insignificante) frazione che, a sua volta, fa parte di un altrettanto, ormai, piccolo comune. Il comune di una piccola regione che è la Lucania. A me piace chiamarla così, con il suo secondo nome, che per noi lucani è in realtà il primo e l’unico.
Bene, in questa piccola matrioska di luoghi dalla quale scrivo, è già primavera. Ed io mi sento già vecchia, in questo mondo piccolo. Un mondo così piccolo in cui, anche nella più sperduta via del più sperduto paesello, risuona comune una sola parola: coronavirus.
Scrivo e credo che in questo preciso momento, e chissà per quanto tempo ancora, sebbene le nostre bocche siano animate dalle stesse frasi e i nostri cervelli attraversati dalle medesime paure; beh in questo preciso momento, e chissà per quanto tempo ancora, dicevo, non siamo mai stati così lontani. E non mi riferisco alla distanza di sicurezza né, tanto meno, alla quarantena. Quelle, sono misure che passeranno. Passeranno nonostante il dolore della lontananza e delle perdite. Così come passa tutto. Così come questo stesso tempo passerà alle cronache e alla storia come «il tempo del coronavirus»: il nemico invisibile che non ci hai poi tanto scosso fino a quando dilagava e uccideva in Cina. Il problema allora era costituito dalle ripercussioni economiche: la più grande potenza mondiale che crolla sotto i colpi di una “cosa” che nemmeno si vede, mentre il resto del pianeta piange i miliardi bruciati in borsa. Ora piangiamo quelli e i nostri morti.
Ecco, il punto sta tutto qui. I nostri e i loro morti. Le nostre e le loro tragedie. Noi e gli altri. Finché «l’altro» da odiare e respingere non è diventato tuo cugino che torna da Milano. Quel cugino di cui fino a ieri ignoravi l’esistenza e che adesso speri resti bloccato in stazione. Maledetto incosciente che scappa dal nord. E mentre il virus si avvicina, insieme a tuo cugino, anche lui su un Frecciarossa di ultima generazione, ti dimentichi del resto. In questo siamo rimasti fedeli a noi stessi. E così distratti non abbiamo visto i bambini di Idlib morire di freddo in un campo profughi, né la Grecia respingere i migranti a colpi di bastone. Il virus non ci ha resi più umani, né lo farà quando, saziatosi dei nostri morti, se ne andrà via.
Tutti i più grandi hanno scritto sull’opportunità della crisi. Io da questo balcone da cui vedo Taranto e il mare, su questo balcone dove mi sento già vecchia, dico che la crisi non ci renderà migliori. Ci lascerà solo più fragili, acuendo la distanza tra noi e loro.
Terzani nel 2001, in una lettera aperta a Oriana Fallaci, diceva che noi occidentali, sul palcoscenico del mondo, siamo i soli protagonisti e i soli spettatori «e così attraverso le nostre televisioni e i nostri giornali, non ascoltiamo che le nostre ragioni, non proviamo che il nostro dolore».
Il covid-19 viene e verrà combattuto da valenti medici e ricercatori, da tutti quelli infermieri che distrutti si addormentano di testa a un tavolo. Le armi e la voglia di lasciarci questa scia di paura alle spalle ci permetteranno di andare avanti.
Ma chi si occuperà di tutto quello di cui non ci preoccupiamo? Di tutto quello che non impaurendoci non ci interessa? Della miseria e della fame, che non essendo contagiose, abbracciano, indisturbate, il resto del mondo. Abbracciano e uccidono tutti quelli che potrebbero essere, ma per pura fortuna non sono, i nostri figli, i nostri fratelli e i nostri padri. Chi urlerà con sdegno il nome di tutti i bambini morti di freddo in tutte le baracche di tutti i campi profughi del pianeta? Quel freddo così più facile da sconfiggere rispetto a una pandemia. Chi guarderà a tutto quello che, per converso, non ci tocca. A ciò che resta in questo mondo dopo la sottrazione di noi stessi.
Su questo balcone, in questo preciso momento, e chissà per quanto tempo ancora, mi sento vecchia perché non ho speranza. Speranza di cambiamento in questa umanità ammalata, da sempre, dello stesso male. Irriducibile e violento. L’indifferenza.
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L’isolamento ai tempi di Skype

Lara Boreri
In questi giorni la parola isolamento è sulla bocca di tutti, sono certa che ognuno di noi la pronuncia almeno un paio di volte al giorno. Alcuni di noi hanno la fortuna di non essere soli, di essere insieme alla famiglia. Ma c’è anche chi, come me, vive solo: in questo caso la parola “isolamento” diventa un gigante, che riempie le giornate. In casa c’è sempre quel silenzio assordante, quel vuoto che riempie ogni angolo. Vuoto e silenzio che in circostanze normali possono essere rotti, basta uscire di casa o invitare un amico, ma che ora sono una presenza ingombrante.
Come provare a spezzare questo silenzio? Fortunatamente siamo nel 2020 ed esiste internet. Ultimamente ho rivalutato molto Skype, l’avevo sempre usato solo per qualche colloquio di lavoro ogni tanto o per qualche intervista a persone che non potevo raggiungere fisicamente, ma non era mai entrato nella mia vita quotidiana. Da quando è iniziato l’isolamento, però, mi sono accorta che è forse l’unico spiraglio che mi fa intravedere quella che solitamente è la mia quotidianità. Allora via libera a videochiamate lunghe ore, a volte senza nemmeno parlare, mentre ognuno fa ciò che farebbe se fossimo in una situazione ordinaria. Ma almeno dà la sensazione di non essere isolata da sola. Ormai al mattino è di rito prendere il caffè con almeno 4-5 amici, leggere il giornale tutti assieme e poi spesso lasciare la webcam accesa per tutta la mattina, mentre ognuno fa ciò che farebbe normalmente. A volte basta dare uno sguardo al tablet per vedere che non sono da sola.
Molti potrebbero pensare che questo voglia dire essere maniacalmente attaccati a internet, esserne dipendenti. Per me invece vuol dire cercare di rendere questo isolamento più leggero, di provare a rendere le mie 4 mura meno strette, di “evadere” dalla solitudine. Skype non risolve certo tutti i problemi, non è come avere qualcuno fisicamente accanto. Non può e non potrà mai sopperire alla presenza fisica, ma in questo momento basta a rendere il silenzio meno assordante.
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Ci ruba la vita, ma anche la morte

Gabriele Balestrazzi
Il professore supertifoso, con idee politiche opposte alle mie ma con la stima di tutti, che avrebbe meritato di vedersi attorno tutti noi nell’ultimo viaggio. E poi il simpatico pizzaiolo-scrittore, la moglie del sindaco che sapeva sempre sorridere e trovare la soluzione del buon senso… Fino alla notizia di un amico, strappato alla vita in poco tempo.
Ci angoscia, inevitabilmente, soprattutto il rischio che tutti corriamo: il contagio, l’isolamento, purtroppo la morte. Ieri a Parma se ne sono andate per il coronavirus 8 persone: è l’evento più tragico dal giorno della tragedia del Cattani all’Ospedale. E già basterebbe questo dato a raggelarci, sapendo ovviamente che quel freddo numero contiene otto persone, storie, ramificazioni di affetti.
Ma c’è anche l’altro aspetto ad angosciare. Non solo la morte, che sta in agguato ogni giorno come unica certezza per tutti noi. No, è anche una morte lontana, solitaria: senza neppure l’ultimo abbraccio, le ultime parole, l’ultimo sorriso. Sembra davvero, nell’era che credevano ormai dominata dalla Scienza e dalle Tecnologie, che anche nel terzo millennio non si possa sfuggire a una versione solo un po’ più moderna della peste manzoniana, che ci colpiva da lettori ma che sembrava lontana per sempre.
Subdolo virus: oltre alla vita ci rubi anche la morte e il suo senso. Ma con pazienza ne verremo fuori, e forse allora avremo almeno fatto nostra l’essenza vera della morte e della vita. E forse ne usciremo migliori: lo dobbiamo promettere a chi non c’è più e non ci sarà più, e a chi si sentirà derubato anche solo di un addio.
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Stendi il virus

Sofia D’Arrigo
Quattro semplici mosse: realizza un bel messaggio, stendilo al balcone, fotografalo, condividi sui social.
Si chiama Stendi il virus, l’ultima stravagante forma di resilienza messa in atto da un gruppo di giovani in un piccolo paese delle Madonie, in Sicilia, a Finale (PA).
“Come si combattono paure e incertezze? – si legge sulla pagina dell’evento . Mettendo in atto una enorme opera di resistenza individuale.
E se la paura è di tutti? Toccherà rassicurarci”.
La loro quotidianità di piccola realtà di provincia è drasticamente cambiata in poche ore. Si sentono straniti, preoccupati, incerti o ignari come tutti.
Ma – sottolineano – “Siamo anche una comunità che ha costruito casa per casa mura adiacenti ad altre mura e palazzi con vista sul palazzo di fronte.
C’è ancora un modo per arginare questa fottuta paura, se sapremo trasmetterci l’un l’altro un messaggio di fiducia e di lotta armata a denti stretti”.
Così chiedono a chiunque voglia partecipare di stendere al balcone un messaggio positivo.
L’idea parte dall’associazione Iniziativa Territoriale Pollina, composta per lo più da giovani che vivono altrove per motivi di studio e lavoro, ma che mantengono un potente legame con la loro realtà di appartenenza. Un messaggio di fiducia può rivelarsi fondamentale per quanti, poiché costretti in casa, potrebbero sentirsi spaesati o sconfortati.
“Pensiamo che le conseguenze psicologiche di questi avvenimenti non vadano sottovalutate – ci spiegano – in paese ci conosciamo tutti, è giusto in questo momento dimostrare di saper essere una comunità prossima ai bisogni dell’altro, dove chi resiste meglio può offrire un supporto a chi è più fragile, perché nessuno venga colpito ulteriormente da questo momento difficile”.
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I baci da lontano e le scuse per non avvicinarsi alla nonna

Giorgia Tocco
“Pronto?”
“Nonna sono io, oggi vengo solo per il pane poi scappo. Ho da studiare!”.
A Pauli Arbarei, il mio paesello di ormai non molti abitanti, è il quarto giorno di quarantena e io sono già a corto di scuse.
Fabio pranza a casa, mamma ha lasciato pronto, mi sono alzata tardi…Tutto per entrare il meno possibile in contatto con mia nonna: quella santa donna ne deve sopportare tante oltre alla cataratta che tormenta mio nonno, e farsi snobbare dall’unica nipote che le è vicina è sicuramente l’ultima cosa che desidera.
I miei nonni sono arzilli, anche troppo. Ogni mio velato tentativo di protezione viene esorcizzato da tre semplici parole: non succede niente.
Qui il tempo sembra non passare mai, e con esso le notizie. Tutti sembrano vivere in una insolita tranquillità, che ammetto mi abbia cullato parecchio, ma io imperterrita continuo a spiegare la situazione cercando di ingoiare il groppone che si ingrossa a ogni mio imperativo rivolto a mio fratello, impassibile, che aspetta sul divano di sedersi a tavola per mangiare con loro. “Poi te lo mando subito a casa dai, è appena tornato da lavoro! Non succede niente“.
A Pauli Arbarei questa calma mi innervosisce, queste parole altrettanto, perchè quasi ci credo.
“Va bene, ma stai attento. Io è meglio che torni, ci vediamo domani nonna”. Le mando un bacio da lontano, lei sorride e ridacchia come al solito.
Non succederà niente.
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La nostra guerra

Francesca Rizzo
“Corre l’anno 2030
L’Italia ha venduto il Colosseo alla Francia, Venezia affonda,
2030 e un giorno sì e un giorno no scoppia una bomba
2030 e stiamo senza aria
Ma odio ce ne abbiamo in abbondanza
Prima divisero Nord e Sud, poi città e città
E pensa, adesso ognuno è chiuso nella propria stanza
L’intolleranza danza, non c’è speranza”
Corre l’anno 2020, ma a me continuano a risuonare in mente i versi di una canzone del 1996. In poco tempo, tutti noi abbiamo preso confidenza con una parola, “Coronavirus”, che da sconosciuta si è trasformata in un incubo collettivo, qualcosa che ci unisce e insieme ci separa.
Quello che sembrava un nemico lontano è diventato parte della nostra quotidianità, costringendoci a rintanarci a casa, ad avere paura di amici e familiari, possibili vettori del contagio, e figuriamoci poi degli sconosciuti. Camminando per strada ci si scansa, mentre si fa la spesa si guarda in cagnesco chi ignora le distanze e si avvicina troppo.
Nonostante il pessimismo non sia mancato negli ultimi giorni, è solo ieri sera, mentre ascoltavo il discorso del Presidente Conte, che mi è piombata addosso una verità ineluttabile: è questa la nostra guerra. Un pensiero azzardato? No, non parlo di una guerra in campo aperto, con eserciti che si affrontano, bombe che esplodono e fucili che sparano. La nostra guerra è fatta di una reclusione forzata, che significa negozi chiusi. Bar chiusi. Ristoranti, strutture ricettive. Tutto chiuso, tutti trincerati dietro le nostre mascherine. Noi giovani, noi fortunati, che non abbiamo vissuto gli anni più bui della Storia, ci ritroviamo a pensare ad un mondo di cui finora abbiamo solo letto nei libri di fantascienza, o visto in qualche film più o meno credibile. E non è superficialità, non è la rinuncia ad uno stupido aperitivo, che pesa. La nostra guerra, ad oggi, consiste nel mettere in stand-by il nostro lavoro, il nostro futuro, i nostri progetti; nel pensare a come reagirà al lockdown un’economia già precaria. E nel realizzare che soffermarsi sull’economia è una forma quasi inconscia di autodifesa, per non pensare a cosa sta succedendo negli ospedali in questo esatto istante. Ai pazienti che “muoiono soli”, come ho letto in uno dei tanti articoli scorsi dal cellulare. A chi è lì fuori, a combattere in prima linea, mentre noi siamo qui a sperare.
Mentre l’opprimente silenzio del mondo esterno viene rotto solo da un annuncio: “Si comunica che venerdì 13 marzo 2020, a partire dalle ore 3 del mattino, si provvederà ad effettuare l’intervento di lavaggio e disinfezione stradale sul territorio di Cavallino e Castromediano. Si raccomanda di non essere presenti sulle strade al momento dell’intervento dell’automezzo”.
E ignorando la mia coscienza, che ritrova un po’ del vecchio brio e si chiede “ma se non posso uscire di giorno, cosa ci potrei mai fare alle 3 di notte in giro?”, vado indietro col pensiero: a quanti secoli sembrano passati dalla festa per il 90° compleanno della nonna, quando in realtà sono solo pochi giorni. All’ultima pizza mangiata con gli amici, a tutte le occasioni sprecate per pigrizia, per noia.
Mi chiedo se tutto tornerà come prima, o se la paura ci resterà addosso, spingendoci a limitare i contatti al minimo. Se tornerò ad abbracciare chi è intorno a me, o se avrò sempre paura di trasmettergli qualcosa di più pericoloso dell’affetto.
“Ci riabbracceremo presto, e saranno lacrime a fiumi, ma solo di gioia”, scrivevo ieri alla mia migliore amica. E voglio crederci, con tutta la forza del sole che, nonostante tutto, continua a scaldarci.
Eppure quella canzone continua a risuonarmi in mente…
“Il sesso virtuale è più salubre, in quanto che c’è
Un virus che si prende tramite il sudore
E in 90 ore si muore
L’HIV al confronto sembra un raffreddore
È un esperimento bellico sfuggito
E il risultato è che nessuno fa l’amore”.
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Il nuovo sapore della libertà

Angela Nardelli
Trento. Terzo giorno di quarantena.
É sera e sono sul balcone. Tutto tace. Il mio paese, a pochi chilometri dalla città, è immerso in un silenzio assordante. Si sentono solo il cinguettio degli uccellini e qualche rara macchina in lontananza. Le luci delle case sono tutte accese e penso alle famiglie riunite davanti alla TV, o al tavolo da pranzo immersi in chiacchiere o in giochi da tavolo. Li immagino parlare di quello che sta accadendo, incollati al televisore in attesa di nuove notizie, in cerca di parole di conforto dal governo e dalle Istituzioni.
Immagino che tutti abbiano in testa un solo pensiero: un virus che si sta diffondendo a macchia d’olio su tutto il territorio, che sta cambiando le vite quotidiane di tutti. Sì, perché questo male silenzioso ha toccato ognuno di noi, ha cambiato la routine di ogni persona.
Rientro in casa e mi stendo sul letto. Ora penso alla mia famiglia.
Penso a mia sorella che vive nel paese vicino, con una bimba di sei mesi, e che oggi ci ha chiamati via Skype per salutarci e per farci vedere le risate della piccola. Sono vicini ma allo stesso tempo lontani. I decreti dicono che non possiamo vederci perché di due comuni differenti, dicono di non uscire di casa e di muoversi solo per casi di estrema necessità. Appena appresa la notizia volevo sprofondare. D’istinto ho pensato “No, non è possibile, ci sarà un modo per riuscire a vedersi”. Poi la parte razionale ha prevalso, dicendomi che è giusto così, che bisogna soffrire oggi per star meglio domani.
Penso ora ai miei nonni, distanti 10 km dal mio paese. Penso soprattutto al nonno, che ieri è stato ricoverato d’urgenza in ospedale per uno scompenso cardiaco. Lo immagino spaventato prima dell’operazione, solo nella stanza, senza nessuno accanto. Due settimane fa sarei potuta andarlo a trovare. Avrei potuto stringergli la mano e sussurrargli “Andrà tutto bene, noi siamo qui fuori ad aspettarti”. Oggi invece non è stato possibile. Lui era solo e noi in pensiero per lui a pochi chilometri di distanza. Nonno, sono lì con te.
Poi penso al mio ragazzo e alla voglia che già ho di rivederlo. Sono passati pochi giorni e già mi manca. Il pensiero di averlo così vicino e allo stesso tempo così lontano è frustrante. Ci siamo salutati con un semplice abbraccio e tornassi indietro lo stringerei ancora più forte.
Sono ancora sul letto, e mi sento strana. Da un po’ di giorni a questa parte oscillo costantemente tra due poli opposti: lo sconforto e la speranza. Sconforto perché penso a cosa voglia dire cambiare il proprio stile di vita, non poter vedere le persone di cui mi circondo nella mia quotidianità, non poter studiare nella mia amata biblioteca, non poter prendere un semplice caffè con i miei amici, non poter passeggiare per il centro storico di Trento ammirando la meraviglia dei palazzi, non poter più continuare la stagione sciistica sul Monte Bondone, la mia amata montagna sopra casa. Tante cose mi sono state tolte, come tante altre a tutti noi.
E qui scende in campo la speranza. Speranza nelle Istituzioni e nel governo, che stanno facendo tanto per prevenire il più possibile, per proteggerci, per rassicurarci e per infondere coraggio. Speranza nei medici, che sono i nostri angeli custodi in questo momento e che si sono elevati a veri e propri paladini instancabili e pronti a tutto. Speranza nel buon senso delle persone, che hanno il dovere di seguire le direttive e di cercare in tutti i modi di limitare ogni possibile contagio. Speranza nel futuro, nel miglioramento della situazione che non potrà durare per sempre.
Questi due poli opposti sono dei chiodi fissi nella mia testa, mi attanagliano durante la mia giornata, che cerco di passare facendo ciò che prima non avevo il tempo di fare, o che tenevo da parte per pigrizia o procrastinazione. Cerco di tenermi impegnata tra studio, lettura, passeggiate nel bosco vicino a casa, famiglia. Ma è impossibile non pensare a quello che ci sta capitando, non pensare a cosa sta provando la gente intorno a me, a cosa stanno sentendo i miei cari, i miei amici, il mio ragazzo.
Sta succedendo davvero? È tutto reale? Com’è stato possibile?
Io che mi ero da poco trasferita a Parma per iniziare una nuova avventura, che avevo iniziato a stringere amicizia con i miei compagni di corso; io arrivata a metà anno accademico in una città nuova, mai incontrata prima, che stavo già iniziando ad amare. Eccomi qui, di nuovo a Trento, a nemmeno due mesi dall’inizio di tutto. La nostalgia della città, dell’Università, dei compagni appena conosciuti e delle passeggiate al Parco Ducale si fa sentire.
Questo virus, ormai pandemia, ha portato alle persone molta solitudine, sofferenza e sconforto, ma una parte di me, quella speranzosa, mi dice che tutto passerà e che saremo più forti di prima.
In queste circostanze l’uomo per natura è portato a reagire, a rialzarsi, a comprendere che ha le forze per sopportare e per uscire dal dolore. Siamo forti perché siamo uniti anche nella distanza.
Ecco che la libertà assume ora un nuovo aspetto, si colora di nuove sfumature. Da ora in poi la scorgeremo nelle piccole cose, in un abbraccio in pubblico, in un bacio, in una stretta di mano, in un aperitivo in compagnia.
Quando tutto sarà finito, sono sicura che daremo più valore alla vita, alla leggerezza di una chiacchierata, alla visita ai nostri cari, all’importanza dei medici, allo studio, alle Istituzioni. Tutto diventerà più bello, più vivo, più nostro.
Per arrivare a ciò ognuno di noi deve fare dei sacrifici, deve pensare a chi sta lottando per noi, deve dare il proprio piccolo contributo alla nazione e al mondo intero.
Dalla finestra della mia camera guardo fuori, sono le 23:02 e la luce della finestra che prima ho visto accesa si è spenta. Sta finendo un altro giorno e domani la battaglia giornaliera di ognuno ricomincerà.
Penso di nuovo a mia nipote, a mio nonno, al mio ragazzo. Li rivedrò fra alcune settimane, ma li penso in ogni momento.
Allora mi ripeto questa frase che mi porto appresso da giorni e che mi fa spuntare un sorriso: “Tutto andrà bene Angela, tutto andrà bene Italia, tutto andrà bene Mondo”.
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