Riesco a scrivere solo adesso. Mi ci sono voluti tre giorni per metabolizzare quello che stava succedendo. Troppi per un giornalista, troppo pochi forse per un essere umano.
Risuonano ancora nella mia testa quelle parole: “Parma è diventata zona rossa: vietato l’ingresso e l’uscita dalla città.”
Penso. Ripenso. Sono da sola in una città che mi accolta soltanto pochi mesi fa. “Devo tornare dalla mia famiglia” – ho pensato – “Subito. Prendi un bagaglio a mano, di quelli piccoli, riempilo del necessario, compra un biglietto e vai. Ma poi… fermati un attimo Giorgia, pensa! Pensa ai tuoi cari, alla tua famiglia. Pantelleria è il tuo punto felice, ti darà sicurezza in questa situazione. Ma ci sono solo seimila anime lì. Se torni rischi di contagiare tutti. Non c’è un ospedale, solo un piccolo pronto soccorso. Chi si ammala, che fine farà? E se ad ammalarsi fosse proprio un tuo parente, come reagiresti?”
Pochi pensieri. Sparsi. Veloci. No – mi sono detta – non posso farlo!
E allora quel bagaglio a mano non lo riempio di vestiti. Me ne costruisco uno immaginario. Ci metto dentro coraggio, razionalità, tanta fiducia e soprattutto il tempo. Quel tempo che passa così veloce da non accorgersene. Andiamo così di corsa in questa vita, siamo così poco attenti alle piccole cose che il tempo se ne va. Fermarsi vuol dire farci i conti, con quel tempo. Vuol dire pensare. Fare introspezione. Ripensare agli errori, alle cose non dette, a quelle passate che non ritornano, alla vita. E probabilmente non siamo pronti a tutto questo. Ma siamo obbligati a farlo e, una volta finita la paura, saremo più forti. Più convinti di noi stessi. Amanti delle cose belle davvero, che poi sono quelle più semplici. Fuori, quindi, dal nostro bagaglio le cose superflue. Quelle di cui ci riempiamo le giornate che però ci fanno dire “E ora? Cosa mi resta?”.
Fermiamoci. Tutti insieme. Restiamo. Resistiamo. Io ho deciso di farlo e ne sono fiera.
Venerdì farò forza alla mia coinquilina che si laureerà online, senza l’abbraccio dei suoi cari. Anche se non sarà la stessa cosa, avrà da me comprensione, forza, fedele amicizia e tutto l’amore che vorrei ricevere io se fossi la protagonista di un evento così bizzarro, ma nonostante tutto, unico.
Andrà tutto bene. Lo dico a me stessa e a tutti voi.
Una sensazione che anche per me, che di emozioni ci vivo, non è decifrabile.
Una sensazione che non è di gioia per aver consegnato ieri sera la tesi di laurea dopo due anni intensi, fatti di insegnamento a scuola di giorno, giornalismo freelance nel tempo libero e studio la sera.
Una sensazione che non è di felicità per essere riuscita a finire con passione un percorso che due anni fa avevo iniziato unicamente per passione.
Una sensazione che non è adrenalinica, come sono sempre io.
E’ una sensazione Inconsistente ma Piena.
Piena di Freddo perché pur aprendo le finestre e godendo di questa giornata di sole so che il sole è meglio vederlo rimanendo in casa.
Piena di Vuoto perché mi mancano i miei studenti, a dispetto di quelli che dicono che gli insegnanti si stanno facendo una doppia vacanza.
Piena di Paura, perché pur avendo una Big Family il Papà rimane sempre uno e se ha un pacemaker non è difficile capire perché questa emozione mi vive dentro.
Piena di Mancanze, perché solo io so quanto mi mancano alcuni abbracci.
Piena di Sfiducia perché un giorno ci viene indicata una strada da seguire e la sera stessa viene tutto modificato.
Ora sono le 8.16 e sono sempre qui, con il mac tra le mani, la finestra aperta alla luce, il caffè sul tavolo (che ormai sarà gelato) e una gran voglia di urlare.
Perché a questo caos non riesco a mettere ordine. E non credo di essere l’unica in questo momento.
P.S.
Che poi ad urlare non ci sono mai riuscita. Per questo ho sempre amato scrivere. Forse la scrittura serve anche per questo J
Un cuore che smette di battere, un corpo morto che sbatte sul suolo.
Un’ambulanza che sfida le logiche del tempo e che, con rassegnazione, si immobilizza di fronte all’impotenza del non poter fare più nulla.
Ieri sera, un mio ex compagno di liceo è morto.
A riferirmelo le tante persone che sono imprigionate in cui piccolo paese del sud d’Italia con soli quattro posti letto in terapia intensiva, nel raggio di quasi sessanta chilometri. Un paese composto da poco più di sei mila anime, strette nel silenzio e nella solitudine dell’incertezza più totale; severamente guidati dall’imperativo della quarantena, uniti nello scongiurare che il peggio si realizzi. Un paese mutilato che ha visto partire i suoi figli, e che ora, insulta e condanna quei pochi che sono tornati.
Mi tornano in mente i momenti atroci vissuti, dopo aver appreso che il cuore di mia nonna aveva smesso di battere. Dopo le prime ore trascorse nella forte necessità di elaborare, intimamente, il lutto da sola, a darmi conforto sono state le persone a me più care. Amici e conoscenti che, in quei momenti, hanno toccato con mano l’impossibilità di cercare parole utili per rassicurare una sofferenza causata dalla scomparsa di una persona che smette di essere presente, di vivere.
Dove trovare le parole? In quale repertorio cercarle?
Quante volte, dopo la notizia di una morte, abbiamo pensato: “Quanto mi dispiace! Ma è inutile scrivere un messaggio. Cosa scrivere in questi momenti?! Tanto dopo vado a casa sua. L’abbraccio a cui mi abbandonerò vorrei fosse totalizzante, sentito. Attraverso il contatto proverò a trasmettere tutta la mia empatia e la mia vicinanza. Sarò presente, concreta e visibile di fronte ai suoi occhi. Sarò lì, bacerò le sue lacrime, mi renderò disponibile per alleviare almeno in parte il suo dolore”.
E ora immagino sua mamma, sola nella cameretta che ha sistemato chissà quante volte pensando: “ah, questo figlio, com’è disordinato! Tutto io devo fare in questa casa”. Immagino questa mamma piegata dal dolore, guardare ancora più in basso, nell’abisso dell’irreparabile, pregare forte, sentitamente, con il desiderio irrealizzabile -e spezzato dalla bruttezza della realtà- che un giorno possa dire ancora, dopo aver atteso il ritorno di suo figlio: “come sei disordinato, oggi non esci prima di aver sistemato tutto”.
Immagino i suoi familiari, distanti fra di loro all’interno di in una piccola chiesa, accarezzati solo dal suono impotente delle preghiere del parroco. Soli in una chiesa in cui si sentirà troppo forte il rimbombo causato dall’assenza di tutte quelle persone che invece vorrebbero dimostrare vicinanza ai familiari, abbracciarli e consolarli.
La vita è feroce, crudele, imprevedibile; la palpabilità di questa evidenza, in questi giorni, ci sta divorando.
E non trovo, nella vastità dei pensieri che corrono all’impazzata nel mio cervello, una sola e ferma riflessione che riesca a frenare il pessimismo di questo momento così doloroso.
Sono lontana centinaia di chilometri da te, mio caro ex compagno di classe; sono lontana centinaia di chilometri da te, mamma chiusa in un dolore inimmaginabile. Sono lontana da tutti voi, miei cari compaesani che, distanti, ci schiaffeggiate con parole feroci o ci accarezzate con premurose raccomandazioni affidate ad un telefono.
Sono così terribilmente lontana, eppure sono lì.
Questo voglio dirvi mentre un’ossimorica giornata di sole comanda il mondo su di me: dimostriamo l’amore che proviamo affinché nessuno possa sentirsi solo o abbandonato. Siamo tutti fratelli e sorelle, fragili nella nostra solitudine, e tutti bisognosi di amore. Non dimentichiamolo.
E così, trafitta da un raggio di sole, mi accorgo che è subito sera.
“Non tornare più”, “codarda”, “egoista”, “irresponsabile”, “immatura viziata”, fino all’immancabile “bambocciona” e all’elegantissimo “vada a fare in c…”. Mi sono fermato qui, fra gli oltre 250 commenti postati sulla pagina facebook della Gazzetta: e probabilmente, se è ancora come ai miei tempi, molti hanno scritto anche cose peggiori, che ora giacciono giustamente nel cestino virtuale di via Mantova.
Sono (anzi mi tocca dire “siamo”) i Parmigiani. La croce gialloblù deve essere stata fraintesa da qualcuno, se in ogni campo dello scibile umano sui social parmigiani non si leggono opinioni, ma irrevocabili sentenze come quelle che avete appena letto.
Di che cosa stiamo parlando? Di Irene, una ragazza siciliana studentessa fuorisede nella nostra città. Diversamente da tante colleghe e colleghi, aveva resistito fino al weekend in quella che ritiene con affetto (e spero continuerà a ritenere) la sua seconda città. La città “della rinascita”, come ho letto una volta da un’altra studentessa; la città dell’opportunità, come mi sento dire agli esami da chi – alla mia domanda su un possibile ritorno nell’amata Terra d’origine – mi risponde “Professore, da noi non c’è nulla…!”.
Ha aspettato e resistito fino al weekend, dopo un volo prenotato e improvvisamente cancellato. Poi ne ha fissato uno nuovo, domenica da Bologna. Aveva ormai le valige pronte, quando è arrivata l’indiscrezione (non la notizia nè il provvedimento ufficiale) che inseriva Parma nella zona rossa, o zona protetta come poi si è meglio chiarito. Che fare? Aspettare il giorno dopo col rischio di trovarsi “imprigionata” nella nostra città dove nel frattempo ogni attività universitaria era stata interrotta?
La scelta è stata quella di provare a partire subito, farsi ospitare la notte da amici di Bologna e poi partire con l’aereo regolarmente prenotato. Sapendo che l’arrivo in Sicilia avrebbe probabilmente comportato una auto-quarantena: assolutamente precauzionale, visto che la studentessa non ha avuto alcun problema di salute o di contatti a rischio. Per tradurre ancor meglio, la ragazza siciliana non aveva nulla di diverso dai coetanei che nelle stesse ore si ammassavano in via Farini senza giudizio per il rito dell’aperitivo. O dai parmigiani di ogni età che all’indomani (e a provvedimento del governo diventato ufficiale) si sarebbero risversati senza giudizio nei supermercati o in Cittadella, come ampiamente documentato dalle foto dei siti web parmigiani.
Eppure, eccola qui sottoposta al Tribunale del popolo parmigiano. Ecco Irene che “se fossi in te mi seppellirei dalla vergogna”, ecco Irene “fuggita come un coniglietto pasquale”. Fino a chi, basandosi sull’articolo di una persona che non conosce, ritiene di poterne radiografare anche l’Isee: “Qui non abbiamo neanche la prima casa, figurarsi la seconda, vista mare, per fare la quarantena. Non tutti hanno la tua fortuna cara studentessa privilegiata”.
Con anche qualche immancabile pennellata di non trattenuto razzismo: “Avete voluto tornare al sud? Restateci”; “Che vadano loro nei campi a 1 euro all’ora, così avremo meno bisogno di immigrati in Italia”. Fino alla condanna senza appello: “il tuo egoismo mi disgusta”.
Lo ripeto: sono oltre 250 i commenti all’articolo postato dalla Gazzetta, e quasi tutti con questi toni. Ma allora il cronista che racconta Parma da 40 anni e che ne ricorda i mille slanci che hanno fatto notizia anche fuori dai nostri confini si chiede: siamo sicuri che sia stata Irene ad abbandonare Parma? O ad abbandonarla non sono invece, giorno dopo gjorno, quei parmigiani che si credono eredi della nostra cultura solo perchè postano piatti di anolini o di cavàl pìst? O perchè scrivono qualche frase in dialetto, spesso anche sbagliata?
Siamo ancora una volta Capitale: delle sentenze e sempre più spesso anche degli insulti. Con una presunzione che da tempo appartiene al nostro Dna e che da tempo viene ridicolizzata dai fatti: io amo ricordare gli esempi del calcio, dove saccenti parmigiani liquidarono Ancelotti come un allenatore “che non sa leggere le partite” e il più recente D’Aversa come “un allenatore da Lega Pro”… E due anni fa, non c’era un sindaco uscente incapace che qualunque candidato avrebbe disarcionato..? Come siano andate le cose, dal calcio alla politica, lo sappiamo tutti. Ma la presunzione e l’abitudine alla sentenza sono rimaste, semmai imbarbarite nel frattempo da un linguaggio che di parmigiano ha ben poco. Perchè la Parma vera è quella del dalmata Padre Lino dal cuore generoso, più che quella di certi social tastieristi che hanno di pramzan solo la carta d’identità.
Sia chiaro: il problema non è ritenere che Irene possa aver sbagliato, ci mancherebbe: ognuno ha diritto di esprimere la proprio opinione e di criticare. Anche se chi commenta non sa che il viaggio a Bologna è avvenuto su un treno semivuoto (probabilmente l’ultimo così, prima che la fuga di notizie facesse il suo effetto) e quello in aereo con mille precauzioni in più rispetto alle incoscienti movide di casa nostra. Ma ammettiamo anche che Irene abbia fatto – però sicuramente in buona fede, se qualcuno ha letto davvero e con attenzione il suo articolo – la scelta sbagliata. Ebbene: un parmigiano vero la prenderebbe da parte e le direbbe “Nàni, forse era più prudente restare. Ma ormai sei lì: trovate il modo di stare insieme in famiglia e poi ci rivediamo qui nell’Università che stai onorando con impegno e sacrifici” (altro che seconde case sul mare: chi arriva qui lo fa con mille acrobazie, affrontando parmigianissimi affitti talvolta vergognosi – e magari in nero – e magari con voli di ritorno a prezzi da strozzino, come è avvenuto nell’indifferenza generale lo scorso Natale).
Ma tutto questo invece non scandalizza i giudici parmigiani da tastiera. Per loro l’importante è scaricare il livore sul singolo viaggio di una 24enne: anche se non si conoscono che in piccola parte la cosa e le persone di cui si parla. Tu però non preoccuparti, Irene: ti aspettiamo ai Paolotti, nell’Oltretorrente dove ancora troverai la “tua” Parma, la più vera e generosa. Ti aspettiamo per darti e ricevere un po’ di Sapere e per costruire insieme il sogno tuo e di tanti altri ragazzi che il Sud lo lasciano e forse dovranno lasciarlo in futuro: questo sì che è il vero scandalo che dovrebbe scuoterci. Tu fai che la quarantena ti faccia più forte, respira senza sensi di colpa il sole e il mare della tua splendida terra, e poi ci vediamo qui con gli altri: c’è un mondo, sempre più arido, da cambiare insieme!
In seguito al mio articolo sul Covid-19, ho ricevuto questa testimonianza da parte di una cara amica che, per ragioni di privacy, ha chiesto esplicitamente di restare anonima.
“Sono una persona più a rischio in caso di contagio. Da mercoledì mi sono messa in quarantena, un po’ perché sono raffreddata (in modalità apnea continua), un po’ perché il mio medico mi ha detto chiaramente: “Non devi uscire“.
Sono una persona più a rischio in caso di contagio. Leggo tutti i giorni, a qualsiasi ora, notizie sul virus. Leggo tutti i giorni anche le sciocchezze di gente che non capisce il rischio enorme che c’è ora in Italia e ne sottovaluta la portata.
Sono una persona più a rischio in caso di contagio. Ho avuto negli anni due pneumotorace e i miei polmoni non sono esattamente delle rocce. So cosa si prova ad avere i polmoni collassati, la mancanza di forza, l’affanno, il senso di vertigine dopo soli cinque scalini fatti, la mancanza di fiato pur restando sdraiati nel letto.
Sono una persona più a rischio in caso di contagio. Le persone fuggite da Milano, dopo che questa era stata dichiarata zona rossa, non capiscono il danno enorme che possono aver provocato. I nostri ospedali sono al collasso. E se anche uno solo di loro risulterà positivo al virus, avrà sicuramente contagiato molti di quelli con cui è stato a contatto sul quel maledetto treno. Un treno che non sarebbe dovuto partire.
Sono una persona più a rischio in caso di contagio. Ma nessuno può sentirsi immune a questo virus.”
Mi presento, mi chiamo Rita, ho 26 anni, non scrivo ufficialmente per Parmasofia ma sono una di voi.
Ho iniziato a pensare a questo articolo oggi alle 4,05 quando, presa d’assalto da certi sogni ho deciso, non riuscendo più a dormire, di mettere nero su bianco la mia storia dopo aver letto in questi giorni le esperienze dei miei colleghi.
Questo articolo nasce estrapolando alcuni pensieri dal mio diario personale chiamato per l’occasione “Diario di un’incosciente”.
Voi vi chiederete perchè di un’incosciente?
Ebbene da quando ho deciso di tornare nella “rossa” Parma, “incosciente” è diventato il mio secondo nome, o forse addirittura il primo.
Tutto è iniziato quando il 5 febbraio casualmente mi sono imbattuta in un prezzo stracciato del biglietto aereo per tornare a casa mia, a Cagliari, la città del sole, per il 5 marzo e trattenermi per il fine settimana, troppo poco tempo me ne rendo conto, ma dopotutto sempre meglio di niente no?
Mi ritengo fortunata perchè a differenza di molti altri miei colleghi, costretti a prendere pullman e/o treni per molte ore, io ho la comodità di poter prendere un aereo e nel giro di un’ora essere a casa mia.
Ciò che è successo alla fine del mese di febbraio lo sappiamo tutti, il Coronavirus, il Covid-19, si è scatenato come una furia sull’Emilia-Romagna, sulla nostra bella Parma e sta seminando il panico.
Scuole chiuse, università chiuse, tutti a casa per almeno una settimana, che sono diventate due, poi tre e chissà ancora quanto tempo dovrà passare prima che la normalità rientri nei nostri canoni.
La mia famiglia mi chiama “Torna a casa Rita, torna qua, cosa ci fai a Parma? Una vacanza qui ti farebbe bene, respiri l’aria di mare, riabbracci le tue amiche”, ovviamente la situazione non era grave come questi giorni; ma io sono testarda, una dote che ho scoperto aver acquisito solo di recente e finchè non ho avuto la conferma ufficiale della chiusura dell’università per la seconda settimana non me la sono sentita di anticipare la partenza.
Nella serata di sabato 29 febbraio arriva finalmente la conferma da parte del rettore, nell’immediato cambio il biglietto, felice di poter stare con la mia famiglia per un’intera settimana.
Sono felice ma allo stesso tempo preoccupata; Christian, il mio fidanzato con cui vivo a Fornovo di Taro, a 23 Km da Parma, mi ha incoraggiata e rassicurata, e così dopo una frettolosa serata a preparare i bagagli arriva il giorno della partenza, domenica 1 marzo alle 9,30.
C’è pochissima gente in aeroporto, il personale porta guanti di lattice e mascherine, molti altri passeggeri lo stesso, ma nessun controllo sanitario.
Ho un attimo di panico e penso “sto facendo una cazzata a tornare a casa? Sto agendo da persone responsabile? E se avessi contratto il virus in modo asintomatico?”
Assorta nei miei pensieri non mi accorgo neanche che le gambe mi hanno portato sopra l’aereo e che quasi automaticamente sono alla ricerca del mio posto, l’ho fatto così tante volte. Ma quel giorno l’ho fatto probabilmente da incosciente.
Mi siedo, vicino a me una signora, anch’ella con la mascherina, si sentono degli starnuti, dei colpi di tosse, cala il gelo.
Si perchè la paura fa questo, ci fa rabbrividire per uno starnuto.
In un secondo momento la mia vicina di posto, probabilmente accaldata e stanca di respirare la sua stessa aria dentro la mascherina, toglie fuori il naso e fa un respiro profondo; io la guardo allibita, un’altra persona che non ha capito la vera utilità delle mascherine, che la usa tanto per fare, almeno è quello che mi auguro ancora oggi dopo quasi dieci giorni.
Atterro a Cagliari in anticipo, una situazione stranissima perchè Ryanair non è mai in anticipo, ma essendoci stati pochi passeggeri le procedure sono state più svelte.
Pensavo che i controlli all’aeroporto fossero solo una leggenda, invece con stupore mio e non solo, sono stati fatti.
Nessuna misura drastica s’intenda, solo la misurazione della temperatura, ma meglio di niente.
Mio padre mi accoglie a braccia aperte, mia mamma e mia nonna sono sorprese di vedermi entrare a casa perchè quasi nessuno sapeva del mio arrivo anticipato.
Quella settimana è stata quasi perfetta: l’amore e gli abbracci della mia famiglia, le confidenze con le mie più care amiche, l’odore del mare, il maestrale, il parco dei tulipani. In una parola SARDEGNA.
Ho scritto “quasi” perfetta perchè non sono mancati momenti in cui qualcuno, vedendomi, è entrato nel panico, coprendosi la bocca e il naso con la sciarpa per non respirare l’aria che stavo respirando io e tenendosi a debita distanza.
Rassicurare serve a poco, la gente non capisce e anche se non detto ad alta voce, mi sono sentita come la strega cattiva portatrice del virus che poteva benissimo starsene rintanata al nord.
Ma io cerco di essere una roccia, mi racconto che questi gesti non mi possono scalfire ma la realtà è diversa, fa male si, e da quel momento ho iniziato a desiderare di tornare a Parma.
La vacanza cagliaritana è volata così in fretta che neanche me ne sono accorta, finchè la notizia di sabato 7 marzo mi ha riportato alla triste realtà delle cose.
Ultima sera con la mia famiglia, una cena tipica di quelle che ti fanno leccare i baffi; il telefono, senza suoneria è lontano, molto lontano perchè a casa mia è la regola: niente telefono a tavola, si parla tra di noi.
Non appena finisco di mangiare lo riprendo in mano e trovo una sfilza di messaggi, prima di aprirli mi sono chiesta “Cosa succede adesso?”, il primo messaggio che apro è quello di Christian “Amore stanno chiudendo la Lombardia e altre 11 province, Parma è zona rossa” il mio cuore ha perso un battito; apro i messaggi delle altre chat stessa cosa, leggo l’incredulità nelle parole dei miei colleghi e dei miei amici.
Sono spiazzata. In queste settimane sto seguendo le notizie più assiduamente del solito, per una sera non l’avevo fatto, ho preferito un programma d’intrattenimento, sono stata presa alla sprovvista, totalmente impreparata a quella che, nel corso di quelle ore così decisive, sarebbe stata la mia scelta incosciente.
Cambio canale, ascolto le notizie, chiamo Christian, abbiamo entrambi le lacrime agli occhi ma cerchiamo di parlare con calma e rassicurarci a vicenda; poi la bozza.
Attimi di odio e di crisi, pensando cosa fare e cosa non, ma infondo sapevo già.
Io volevo affrontare tutto questo non al sicuro con la mia famiglia in Sardegna, ma con il mio compagno qui nella provincia di Parma.
Al cuore non si comanda e avrei fatto di tutto per rientrare il giorno dopo in Emilia, nella mia casa d’adozione universitaria.
Mi sono opposta fortemente alle richieste dei miei genitori di restare, ma in fin dei conti il mio volo per Parma non era stato annullato, il decreto non era ancora ufficiale e una piccola speranza c’era.
La stanchezza mi assale, il pianto mi ha ridotto uno straccio, crollo sul letto e dormo fino al suono della sveglia; è domenica 8 marzo e sono le 5,30.
Leggo le notizie “Conte ha firmato, le province chiuse sono 14” .
Di nuovo il panico mi assale, ma ricordate che sono testarda e incosciente; nonostante tutto all’aeroporto ci sono andata, credo di non aver pregato così tanto intensamente da anni, ebbene io quell’aereo l’ho preso alle 7,35 e alle 8,40 ero al Giuseppe Verdi.
Controlli? Nessuno, di nessun genere.
Tutto è stato fatto troppo in fretta, per organizzare dei blocchi serve del tempo.
Certo sulla tangenziale non c’era anima viva, certo i supermercati erano pieni ma rispettosi delle nuove norme imposte.
So che la situazione è e sarà difficile, so che la maggior parte di voi mi darà della stupida per non essere rimasta in Sardegna con mamma e papà a proteggermi, ma io volevo tornare.
La sera stessa ho ricevuto chiamate, rimproveri e messaggi premurosi da persone che da anni mi ignorano e che mi hanno lasciata molto perplessa.
Dicono “Ma noi lo facciamo per il tuo bene, vogliamo solo proteggerti, non vogliamo metterti alla gogna”, ma chi è al sicuro oggi? Anche in Sardegna i casi aumentano giorno dopo giorno.
Sono stata accusata di essere una che fugge, ma per quale motivo?
Io non sono fuggita dal virus, ho fatto l’esatto opposto! Gli sono andata incontro.
E’ davvero così sbagliato scegliere di affrontare questa situazione con la persona che si ama?
Ed eccomi qua, io Rita detta l’incosciente, sono a casa da due giorni in quel di Fornovo, rispetto le norme imposte e mi riguardo.
Sono preoccupata? Chiaramente.
Mi manca la mia famiglia? Certo che si.
Ma ho fatto una scelta, per favore non condannatemi.
Sono le 5,13 e ora che ho scritto mi sento meglio, forse riuscirò a concedermi altre due/tre ore di sonno.
È un momento sicuramente difficile per tutti: abbiamo dovuto cambiare la nostra routine, abbiamo dovuto abbandonare temporaneamente le nostre abitudini e siamo stati costretti a rimanere tra le quattro mura della nostra adorata/odiata casa. Però, nonostante questo grigio permanente che ci circonda e che ci scorre nelle vene, tiriamoci su il morale affacciandoci alla finestra ad ammirare gli Appennini in lontananza. Quanta bellezza sprigionate mie bellissime Marche ❤️
7 marzo 2020, ore 20.30: “Domani mattina dovrebbe partire un volo da Parma per Cagliari: costasse anche un milione, torna a casa!”.
Sono settimane che i miei genitori, preoccupati, mi chiedono di tornare. A dire il vero mia madre, divorata dall’ansia, mi chiama tatticamente da quando sono scoppiati i primi casi in Cina: “Guarda che arriva anche qui, ma cosa ci fai lì da sola, qua saresti in compagnia, ci siamo noi”. E io, con fare arrogantello, le ho sempre risposto che era troppo esagerata, che il virus non sarebbe arrivato qui in Italia con tanta facilità, che in fondo non si può mettere in pausa la vita per una minaccia percepita a milioni di anni luce da te. Ma come sempre accade e per chissà quale magia, la mamma ha sempre ragione. Non c’è niente da fare. Ed eccoci qua, a distanza di solo poche settimane, il Covid-19 non solo è arrivato in Italia, ma Parma stessa rientra tra le province del Nord Italia dichiarate “Zona arancione”.
Che significa esattamente “zona arancione”? Secondo il decreto ufficiale saranno chiuse scuole e università, centri di cultura (musei, cinema, teatri etc.), verranno annullati tutti gli eventi culturali e sportivi; i bar garantiranno il servizio dalle sei alle 18; i centri commerciali resteranno chiusi i fine settimana e non ci si potrà spostare. Non si potrà entrare o uscire dalla città se non in casi di emergenza sanitaria o comprovate esigenze lavorative. E tutto questo fino al 3 aprile, almeno.
Ecco qua. Panico! In quel momento, la voce di mia madre risuonava nelle orecchie: “Te l’avevo detto io!”
Neanche a dirlo, la mattina del 7 marzo, ancora ignara di tutto ciò che sarebbe successo da lì a poche ore, all’ennesima richiesta, una piccola parte di me aveva pensato di dare retta ai miei genitori, e partire.
Ma poi il dubbio: e se avessi incubato qualcosa? E se portassi con me la malattia?. Il dubbio che corrode e che ti fa ragionare. È questo il tanto ricercato – soprattutto in questi giorni – senso civico? Perché diciamolo, pensare di affrontare una tale emergenza in una città che ti ha adottato, ma che non è la tua, non è semplice. Ma è anche vero che se esistono tali misure, io in primis, non sono nessuno per violarle e pensare al mio tornaconto personale. “Scappa prima che sia ufficiale!” Sì, ma io devo proteggere i miei cari. Perché di questo si tratta. Io sono nata in Sardegna, la mia famiglia è lì, in un piccolo paese di settemila anime in provincia di Cagliari, e sebbene nessun posto sia al sicuro in questo momento, mi piace pensare che nel mio piccolo posso fare qualcosa per evitare di peggiorare la situazione. Un piccolo sacrificio per tenere le persone che amo al sicuro. E lo so, posso solo immaginare la preoccupazione di avere una figlia lontana in una zona che agli occhi del mondo è diventata pericolosa. “Te l’avevamo detto! Dovevi tornare prima! Ora è troppo tardi”. Sì, ora è tardi. Ma sento il peso della responsabilità: io devo proteggere voi.
E all’inizio di questa vicenda, che fosse per incoscienza, per la curiosità di sapere cosa sarebbe successo o il senso di responsabilità verso ciò che ho qui a Parma, io ho scelto consapevolmente di rimanere. E anche quando la sera del 7 marzo la pubblicazione della bozza del decreto che annunciava l’imminente chiusura ha causato il panico – sappiamo che è successo alla Stazione Centrale di Milano – io consapevolmente ho deciso di rimanere a Parma.
Che sia chiaro, non mi sento di rimproverare (e chi sono io per farlo?) tutti quei ragazzi, studenti, lavoratori fuori sede che si sono lanciati nel primo – e ultimo – treno disponibile per tornare a casa. A volte il panico prende il sopravvento; avranno proiettato la loro immagine in camerette fatiscenti, fredde, solitarie. Si saranno sentiti soli, in trappola, senza vie d’uscite se non per quell’ultimo treno intercity delle 23.20.
Ora tutte quelle persone dovranno prendersi la responsabilità di tenere al sicuro i loro cari, mettendosi in quarantena almeno per 14 giorni, in forma preventiva. Perché il potenziale collasso del sistema sanitario potrebbe riversarsi su tutti noi con la forza di uno tsunami.
E allora sta a noi, ad ognuno di noi, intervenire per contenere questo nemico invisibile che, come un tarlo nella nostra mente, si sta insinuando nella quotidianità, intaccando inesorabilmente le nostre abitudini e certezze.
La nostra vita, per come la conoscevamo, momentaneamente deve subire un arresto. Io lavoro in una piccola biblioteca sociale nel quartiere San Leonardo, abbiamo annullato tanti eventi, abbiamo messo in stand by progetti, iniziative; la realtà di ognuno di noi, nessuno escluso, al momento non può proseguire il suo normale cammino.
Ma qualcosa si può fare: stiamo insieme (ad un metro di distanza, si intende), parliamoci, condividiamo, amiamo. Non lasciamoci soli, impariamo a rispettare le regole per amore nostro e dell’altro. Capiamo davvero il senso del rispetto e della condivisione! Perché quando tutto questo finirà, saremo ammaccati ma ancora una volta pronti a ripartire.
Sono ore difficili di giorni difficili. Da due settimane Emilia e Lombardia, e da oggi anche il resto dello Stivale sono sotto la stretta regolamentazione del DPCM che ha disposto ulteriori misure per il contenimento e il contrasto del diffondersi del virus Covid-19 sul territorio nazionale. In questi giorni di panico c’è chi si affolla nei supermercati come se il virus portasse alla distruzione delle aziende di pasta; altri si affollano terrorizzati nelle stazioni alla ricerca di un luogo sicuro dove andare senza tenere in conto il fatto che potrebbero essere loro stessi a peggiorare la situazione. Altri ancora hanno deciso di starsene con le mani in mano, osservare il corso delle cose e trarre beneficio da questa quarantena imposta. Si sta in casa, si guardano film, si leggono libri ma soprattutto si ascolta musica. Ecco qui dunque alcune proposte musicali da cui trarre ispirazione per affrontare il virus del momento. Lasciatevi contagiare dal ritmo!
La playlist si apre con un over-65, un fiero rappresentante della categoria che più di tutte sta facendo le spese del nuovo Coronavirus, cioè Adriano Celentano. Il bisbetico domato si arrende alle linee guida del Governo con un brano in cui racconta come fronteggia l’epidemia: “Esco di rado e parlo ancora meno”.
Adriano Celentano – Io sono un uomo libero
Youtube:
Anche Max Pezzali, e in questo brano persino Mauro Repetto, sostengono come il modo migliore per arginare la diffusione del Covid-19 sia restare tra le mura domestiche ma pongono un accento ironico sul ruolo dell’informazione in questo periodo particolare.
“Ma nelle strade c’è il panico ormai, nessuno esce di casa, nessuno vuole guai ed agli appelli alla calma in tv adesso chi ci crede più?”
883 – Hanno ucciso l’Uomo Ragno
Youtube:
C’è da notare come l’epidemia sia stata la scaturigine di un vivace dibattito medico-scientifico, che vede come protagonisti tanto degli attori qualificati quanto l’ultimo degli imbecilli, in un flusso di coscienza che alla lunga si sta rivelando estenuante. E anche Giovanni Lindo Ferretti, lider maximo dei CCCP, si chiede se il DPCM di cui tanto si parla in queste ore sia una formalità o addirittura una questione di qualità. Così ci elenca le sue buoni abitudini in fatto di prevenzione: “Non studio, non lavoro, non vado al cinema, non faccio sport”. Tuttavia queste buone pratiche cautelative non riescono a dargli pace, o quantomeno la consapevolezza della sua condizione. Sta bene o sta male?
CCCP – Io sto bene
Youtube:
Altro giro, altro over-65, stavolta parliamo di Umberto Tozzi. Il cantante torinese, complice una delusione d’amore consumata in una notte che oh, ci pensate che negli anni ’80 anche uno come Tozzi andava in giro a trombare ma vabbè non stavamo parlando di questo, parlavamo della reazione di Umbertone al suo momento col cuore spezzato: “Chiuso, senza spifferi di felicità”.
Umberto Tozzi – Chiuso
Youtube:
Questa è una canzone per tutt’e frat’ ingiustamente quarantenat’. È comprensibile come il repentino cambio forzato di abitudini tenda ad esacerbare la condizione di isolamento che si trova a vivere inevitabilmente chi, come me che scrivo, trovasi nelle zone rosse per motivi di lavoro o di studio. Uffici chiusi, le università sospese, i pomeriggi spesi nelle camere in affitto nelle vie più esterne della città, che gli affitti si sono alzati parecchio. Amici lontani e quella sensazione di reclusione sicuramente comprensibile. Diventa moralmente obbligatorio dunque affidarsi ad uno dei più famosi canti di battaglia del Sud: “Dint a ‘sta cella nun ce voglio stà”.
Francesco Benigno – Dimenticare
Youtube:
La canzone successiva è un brano di un cantante che amo, Giancarlo Barbati in arte Giancane. Giovane fiore della serra chiamata “scena romana”, chitarrista per Il Muro del Canto, solista da due soli dischi e fortemente timoroso nei confronti di ogni malattia. Il mio consiglio è di dare un ascolto ai suoi lavori, magari cominciando da questa “Ipocondria”, brano evocativo già dal titolo: “Adesso cosa farò? Son certo che morirò in questa stanza di merda, non a casa mia”.
Giancane – Ipocondria
Youtube:
Con le dovute valutazioni del rischio del caso, in diversi uffici o attività produttive si è optato per una sospensione ad oltranza dei turni di lavoro. Quanto la cosa potrà incidere in termini economici e sociali, con l’utilizzo spropositato di ferie da parte dei datori di lavoro e i crescenti ricorsi alla cassa integrazione è ancora tutto da vedere; ciò che è certo è che queste ferie non hanno gusto, se prese per motivazioni sanitarie. Eppure per alcuni è una pacchia o meglio “Una nuova alba, un nuovo giorno, una nuova vita per me e mi sento bene”.
Nina Simone – Feeling Good
Youtube:
Ma c’è anche chi affronta la quarantena con spirito positivo (eheh), in maniera tranquilla e niente affatto intimorita, come Father John Misty che dopo aver combinato qualche disastro in albergo canta “Dannazione, mi sento proprio bene. Tesoro, non allarmarti, è solo una mia sensazione, non c’è bisogno di andarsene in giro”.
Father John Misty – Mr. Tillman
Youtube:
Di sicuro, chi sta svolgendo un ruolo decisivo nello scatenare la corsa all’Amuchina sono i telegiornali nostrani, ormai palesemente più in sintonia con i dati di ascolto che con il comune sentire, e il sensazionalismo è magistralmente immortalato da Antonello Venditti in un brano di 41 anni fa ma ancora attuale: “E fra un boccone e l’altro, un servizio dal Giappone e quando sei alla frutta, la città è distrutta”
Antonello Venditti – Il telegiornale
Youtube:
Arriviamo a quel ribelle nel dna che corrisponde al nome di Piero Pelù, che in tempi non sospetti, coi suoi Litfiba aveva già difficoltà ad attenersi ai vari decreti emanati dall’esecutivo: “Febbre? No, non posso stare qui”
Litfiba – Febbre
Youtube:
Pop X se vuoi leggerlo “popper” non è affatto sbagliato, per quanto sia comunemente identificato anche solo col suo nome di battesimo, Davide Panizza. Il professore trentino di Tecnologia Musicale è uno dei progetti più svitati e per questo interessanti della scena indipendente italiana. Questo brano fa parte dell’ultimo album “Antille” uscito una settimana fa, quando eravamo tutti solo “Barricati in casa da una settimana”.
Pop X – Barricati
Youtube:
L’allarmismo non è mai sano, soprattutto quando a farsi coinvolgere sono i più giovani. Così diventa davvero frastornante sentire un ragazzo come Salmo, un rapper avvezzo a uno stile di vita di certo non improntato al seguire i dettami dell’Oms che canta: “Ho paura di uscire”.
Salmo – Ho paura di uscire
Youtube:
Purtroppo però, al fine di evitare il contagio, le misure elaborate dalle autorità prevedono vari accorgimenti, tra i quali anche quello di estendere l’area intrapersonale a un metro. Ed è questo il motivo per cui Gabriele Lopez, giovane cantautore la cui voce suonerà familiare a quelli che almeno una volta hanno riso con Leonard di “The Big Bang Theory”, scrive un brano in cui affronta questo difficile tema: “Quando tutto sembra perdere importanza, tu mi insegni a mantenere sempre la giusta distanza”.
Gabriele Lopez – La giusta distanza
Youtube:
A minimizzare però intervengono gli Afterhours, la storica band capitanata da Manuel Agnelli, che con qualche primavera alle spalle dalla loro parte, cercano di stemperare la paranoia sottolineando come non tutti i sintomi portino necessariamente a risultare positivi al tampone, in fin dei conti in molti casi “È solo febbre”.
Afterhours – È solo febbre
Youtube:
Tuttavia, una volta incubato il virus, in assenza di sintomi gravi che rendano necessario il ricovero, la prescrizione è quella di restare in isolamento casalingo fino a nuovo ordine. Pertanto, in questa situazione, è quasi elementare comprendere come uno spirito libero come quello di Lucio Dalla possa sentirsi costretto in quella casa in riva al mare, dove lui “Sognò la libertà e sognò di andare via”.
Lucio Dalla – La casa in riva al mare
Youtube:
Oltreoceano invece, per quanto più di trecento casi siano già stati registrati negli USA, il presidente Trump cerca di sminuire la questione epidemica invitando persino i malati ad andare regolarmente a lavoro, così può capitare che una grande artista come Tori Amos, che in questo brano ammette di aver preso un piccolo raffreddore non venga nemmeno avvisata della storia del metro di distanza e finisca per avere “ragazzi alla mia sinistra, alla mia destra, in mezzo e tu non ci sei”.
Tori Amos – Caught a Lite Sneeze
Youtube:
Così come in California accade che la band dei Young The Giant affidi tutte le speranze al semplice buttar giù “un altro cucchiaio di sciroppo per la tosse”.
Young The Giant – Cough Syrup
Youtube:
In Italia invece, da ieri sera bisogna uniformarsi al nuovo decreto del Presidente del Consiglio che estende i provvedimenti precedentemente adottati solo nelle zone rosse all’intero paese. Conte stesso presentandolo, ha sintetizzato il nuovo DPCM con la locuzione “Io resto a casa”. E a questo punto diventa di vitale importanza uscire il meno possibile, quindi “scusa se anche questa notte voglio stare a casa, devo salvare il mondo”.
Amari – Bolognina Revolution
Youtube:
Non si può non concludere con un brano che più che attinente al virus, alla quarantena è attinente alla vita in senso stretto. Che si sia malati, raffreddati, in quarantena o semplicemente menefreghisti o altrimenti in buona salute, dopo l’ondata del Coronavirus bisognerà fare il punto della questione. Bisognerà riclassificare le priorità, rivalutare alcuni di stili di vita, maturare nuove convinzioni e miscelarle con la verità. “La verità è che ti fa paura l’idea di scomparire, l’idea che tutto quello a cui ti aggrappi prima o poi dovrà finire, che non sai rinunciare a quelle quattro o cinque cose a cui non credi neanche più”
Brunori – La verità
Youtube:
Fuori lista:
Non si poteva restare insensibili al fascino di una delle canzoni più ispirate di uno dei nostri concittadini più attivi nel mondo musicale. Bello Figo è abbastanza spaventato dal virus e la sua reazione sta su un foglio di carta, a cui affida il suo dolore, le sue paure e le sue speranze, tutto ciò che riguarda il Coronese virussese o Coronaovirus.
Il silenzio. E’ la prima cosa che colpisce e sgomenta, nel riabbracciare brevemente un pezzetto di città dopo tre giorni di “clausura”. Un silenzio che mi fa un po’ paura, perchè Parma così l’ho vista e sentita solo il giorno della tragica esplosione del Cattani.
Allora era il novembre che nel silenzio già avvolge un po’ la città, quando la nebbia la nasconde e l’umidità vi penetra, come nelle ossa di chi cammina. Ma adesso questo silenzio così cupo sembra fare a pugni con la primavera che esplode, ligia al calendario e incurante di virus ed altre contrarietà. Perfino nella via Emilia, svuotata quasi completamente dalle auto, risaltano come non mai i pruni ormai fioriti: una…via Emilia “en rose”.
Davanti a un supermercato, che giustamente scagliona gli ingressi, si scopre che perlomeno abbiamo imparato a stare in fila, ordinatamente e a scacchi per rispettare le distanze di sicurezza. Sembra un flash mob oppure una di quelle scene che siamo abituati a vedere ed invidiare solo in Paesi con più senso civico del nostro. Chissà che, perlomeno, il coronavirus non ci lasci anche qualche eredità positiva come un po’ più di educazione civica o chissà se invece torneremo subito a debordare, in tutti i sensi.
Mi sposto nel parco Falcone Borsellino (altri due nomi che dovrebbero ricordarci l’esempio di persone che hanno avuto il coraggio di affrontare situazioni anche peggiori di questa nostra di oggi). Occorre un po’ sgranchirsi le gambe e la testa, e anche metabolizzare le emozioni delle storie di studentesse e studenti che sono tornati al Sud ma non sempre hanno trovato il calore delle radici e si sono trovati invece additati come untori ingrati ed incoscienti (di questo ci sarà modo di riparlare). Una camminata o una corsetta – ho sentito stamattina in radio da un infettivologo – non sono affatto da sconsigliare ed anzi possono essere salutari, purchè ovviamente si mantengano distanze e precauzioni.
Nel parco gli incontri sono radi e si finisce per salutarsi come sui sentieri di montagna. Ma nel frattempo, con gli occhi si controllano le distanze e spesso ci si allontana reciprocamente, anche se d’istinto verrebbe da stringersi la mano per incoraggiarsi a vicenda. Fiori, cielo e sole sono in linea con il calendario, eppure ci si scruta cupi e senza sorrisi, quasi col dubbio – pur in questa bellissima luminosa giornata – di essere in colpa e di fare qualcosa di sbagliato.
Bellezza e tristezza insieme. E incertezza. Per fortuna, uscendo dal parco, si incrocia poi la statua di Arturo Toscanini, ormai rassegnata – nell’era degli incivili – a restarsene senza bacchetta. Ma già solo con le mani il Maestro sembra ancora dirigere, e ci ricorda che lui seppe fronteggiare il fascismo, la stupidità dei gerarchi ignoranti che lo schiaffeggiarono e il lungo esilio. Per poi tornare trionfalmente nella sua Scala, in un concerto che fu simbolo di quella rinnovata Libertà che anche noi ora speriamo di ritrovare. Va’ pensiero…