Morire soli, senza un parente o un amico accanto, morire senza un funerale. Morire non curati solamente perchè hai X anni e non uno in meno. Morire perchè l’idiozia e l’ignoranza sembrano l’indispensabile e affollato aperitivo che offriamo al virus C19. Morire perchè ci riempiamo la bocca di elogi e superiorità ma la nostra festa nazionale è – e rimane sempre – una sola: la fuga dalla responsabilità, la fuga , l’8 settembre.
Si è sempre detto che stare in casa è bello! Se lo decidi tu, ma quando devi stare fra le mura di casa per una scelta obbligata ti sembra di essere in prigione. Questo per me.
L’estendersi del “Coronavirus”, che ha fatto precipitare la nostra città nella “zona rossa” di pericolo, ha obbligato tutti a cambiare stile di vita. A guardare le giornate dietro le finestre. A fare un passo indietro, anzi più di un passo indietro. E ognuno riflette sulle sue rinunce.. Non mi manca l’aperitivo al bar o l’arancino da Filippo, o una cena da Davide agli Antichi Sapori, o una sera al cinema. Manca invece l’incontro con la gente, ascoltare il loro vociare, i loro commenti, lo sguardo sulla a città, con la vita di tutti i giorni. Che può sembrare uguale ma ogni mattina è diversa. Vedi la città che cambia anche nei suoi colori, nel suo umore; una mattina di sole o grigia o nuvolosa,o ventosa, ma questo cambiamento è sempre affascinante. Osservi la città che si muove, con le sue piccole o grandi novità . Guardi Garibaldi che sembra avere l’espressione diversa da ieri, il teatro Regio che sembra più giallo e la Pilotta che ti appare ancor più grande,osservi le bellezze e le trascuratezze di una città che vive, che è attiva. Guardi tristemente un negozio che ha chiuso. Ma anche il cartellone degli spettacoli al Teatro Regio. O la gente che si gusta l’aperitivo al Bistrò di Armando in piazza Garibaldi. E documento questo scorrere della vita cittadina, ogni giorno da sempre con le mie fotografie. Già questa passione-mestiere mi manca proprio.
Adesso siamo in stand-by, dobbiamo creare nuove giornate dietro la finestra. Mentre fuori passano poche macchine, i bus sono mezzi vuoti e i pochi passanti con le mascherine. L’atmosfera è surreale. Sembra un film. Siamo privi dei rapporti sociali. diretti. Sarà sufficiente guardare la tv, leggere il giornale, ascoltare musica, un libro, sistemare la cantina, rimettere in ordine le nostre scartoffie. Rimpiango la rinuncia a quel corso di cucina che oggi mi sarebbe tanto utile. I miei genitori quando sollevavo un problema, un disagio, concludevano ad una voce che “basta la salute”. Già se pensiamo a quello, in questo caso più di salute parliamo di sopravvivenza, vale la pena di stare dietro la finestra, chiusi in casa con le nostre rinunce ; il tempo necessario per abbattere questo brutto serpente di nome Coronavirus
Di questi giorni avevo scelto di non parlarne e riservare tutte le mie emozioni al “poi” al “quando tutto finirà” ma non ce l’ho fatta. Per chi ha sempre usato prima l’inchiostro ed ora la tastiera per comunicare è difficile rimandare.
E così, caro diario è il 9 marzo 2020 e ti scrivo da Parma. La mia regione è lontana, Abruzzo, e un po’ contaminata. Il Corona virus saltella senza sosta toccando anche le mie vette, i negozi stanno chiudendo e le mie amiche hanno paura di perdere il lavoro. Le sento confuse e preoccupate: “Non ci sto capendo niente, non so più cosa devo fare” dice una di loro. “Ciao Gio come stai? Mia sorella è tornata da Udine, io sono a Roma non posso neanche salutarla, devo laurearmi” oppure “Giò aggiornami, ci manchi”.
Non sono sola in casa, vivo con Simone, Giuseppe e Francesca. L’amore fra questi due mi consola e mi rallegra, lei è rimasta sola in casa, le sue coinquiline sono “Giù” e teneramente convive nella nostra casa in Via Rosolino Pilo 4. Sicilia, Calabria, Lombardia e Abruzzo insieme. La mia piccola famiglia. Non siamo “scesi giù” a marzo ed ora siamo bloccati nella zona rossa. Come sono le nostre giornate? Lente, silenziose, malinconie e divertenti. Sulla porta della cucina abbiamo affissato un foglio con su scritto “Biblioteca Pilo” #aitempidelcoronavirus. Simone è diventato uno statista, Francesca è quasi pronta per la laurea e Giuseppe un perfetto ingegnere gestionale. Non hanno sessioni d’esame e studiano per fermare il tempo. I telefoni squillano e ognuno dalle proprie stanze comunica: “Si sto bene”. Rassicuriamo. Temiamo per la Pasqua, avevamo tanta voglia di passare un po’ di tempo con le nostre famiglie. È probabile che resteremo qui, cucineremo noi i nostri pranzi. Uniremo i sapori delle nostre terre, “io mangio il maiale” dice Giuseppe, povera me sono vegetariana. La città è dominata dagli incoscienti, i giovani ragazzi continuano a mangiare prosciutto e bere Spritz, “Neanche a S.Ilario si vedeva tutta questa gente in giro” mi racconta Simone. La nostra proprietaria di casa non si è preoccupata di noi, basta che le versiamo i soldi a fine mese. Intorno a noi, virtualmente, vediamo ricomparire gente finita nel dimenticatoio soltanto perché, forse, si sono accorti che non torneremo a casa per un bel po’. Il premier Conte ha dato il via a banali messaggi consolatori di persone che non hanno mai riflettuto sulla nostra condizione, ebbene sì siamo confinati. La tecnologia che ho tanto maledetto ora la benedico.
La videocamera del mio telefono è la finestra sul mio piccolo borgo puro e incontaminato. Mia madre è triste ma fiera di me, mia sorella ha l’asma e il mio vicino, Marco, con sindrome di down ha problemi respiratori, non vorrei essere colpevole di infettarli e vederli soffrire in un ospedale che forse non avrà più posti. Sorrido quando sento la voce di mio padre, convinto che dietro tutto ciò ci sia complottismo e speculazione, “torneremo tutti ad arare la terra” dice. Tante volte ho maledetto quel paese, anonimo, desolato e senza futuro ed ora sento il bisogno di respirare quell’ossigeno e fare colazione mentre le montagne mi chiudono proteggendomi. Vorrei che tutto tornasse come prima. Vorrei sfondare il vetro del telefono e dare un bacio in bocca a mio padre, mia madre e mia sorella. I miei nonni sono morti tempo fa ho una preoccupazione in meno, cinica direte, ma verità. Non so quando vi riabbraccerò, per ora penso al presente e nel frattempo mi accontento di un cielo che non è il mio, di una strada con poco verde e di un “parlare” diverso. Parma sei sempre di più la mia città ma perdonami ho bisogno di toccare le radici. Aggiornamenti in corso, un saluto Giorgia.
Giacomo Leopardi l’aveva sempre saputo. E da questa frase prendo spunto per raccontarvi la mia esperienza: la discriminazione ai tempi del CoronaVirus.
Sono le ore 12:36 del 23 febbraio quando ricevo la prima e-mail che comunica la sospensione delle lezioni fino al 28 febbraio. In casa mia scatta il panico: io e le mie coinquiline ci guardiamo, riflettiamo, non sappiamo bene cosa fare e come comportarci. Passa qualche ora, loro decidono di far ritorno nei propri paesi, prima che la situazione si aggravi. Io continuo a ponderare la mia scelta, aspetto ancora qualche giorno ma nel frattempo viene prorogata la chiusura dell’Università.
Resto sola in casa.
Sono giorni difficili e pieni di incertezze, vorrei tanto tornare al sud ma so bene che devo prendere tutte le precauzioni del caso. E qui inizia l’Odissea. Ho provato a contattare per circa due ore e mezza il numero della regione Emilia-Romagna, poi il 1500 e a seguire il Punto Bianco; dopo quasi cinque ore di attesa, finalmente riesco a parlare con chi di competenza ricevendo il “via libera”. Solo in questa fase, dopo essermi attrezzata di mascherine e gel disinfettanti di vario genere, acquisto il mio biglietto aereo, con partenza prevista il 3 marzo.
Arrivata in Sicilia e più precisamente nella mia amata Agrigento, vengo discriminata in ogni modo, accusata di essere un’incosciente, un’irresponsabile che “porta il virus dal nord”. Mi è stato detto di tornare da dove son venuta, mi sono state rivolte queste parole: «È facile vivere fuori quando i mezzi funzionano, quando tutto è più bello e gli aperitivi sono fantastici, ma abitare fuori vuol dire anche rimanerci quando succede una situazione del genere e un ragazzo, per non mettere a rischio la famiglia, gli amici, la comunità intera, resta fermo dove si trova, a casa!». Sento un brivido di freddo lungo la schiena, consapevole di non aver sbagliato e di essermi attenuta a tutte le norme di sicurezza sia prima di partire che dopo essere arrivata: ho contattato il numero verde della regione Sicilia, il medico di famiglia, la Protezione Civile e ho compilato la scheda del censimento per chi arriva da zone a rischio. Ma evidentemente tutto ciò non è bastato perché sulla mia home di Facebook iniziano a spuntare post come questo.
Partendo dal presupposto che dubito che la folla di ragazzi, avvistata ieri in una piazza della mia città, sia scesa in blocco dal nord, mi chiedo: che senso ha continuare a prendersela con chi è tornato a casa rispettando tutte le norme di sicurezza? Quando poi i primi egoisti sono coloro che risiedono ad Agrigento?
Il problema della mia isola è a monte: è più facile puntare il dito contro qualcun altro, è più semplice attaccare “lo straniero”, colui che ha deciso di tornare a casa dopo essersi ritrovato completamente da solo, in una città non sua, nel bel mezzo di un’emergenza nazionale.
E l’agrigentino medio in che luogo decide di sentenziare sugli altri? Ovviamente in un posto pubblico, non rispettando nessuna delle normative emanate dal Ministero.
Non riuscirete a farmi sentire in colpa.
Piuttosto, siciliani e non, immedesimatevi nelle situazioni, cercate di capire prima di parlare, qualcuno più fragile di me potrebbe sentirsi ferito dalle vostre parole dettate dall’ignoranza. Posso raccontare la mia esperienza, non tanto diversa da quella della maggior parte dei fuorisede che si sono trovati in enormi difficoltà.
L’Italia intera pecca di enorme superficialità e spero che il buon senso si diffonda più velocemente del virus.
A te che stai per leggere queste parole sappi che ho trovato solo oggi il giusto stimolo per mettere in ordine la matassa che, dal 7 Marzo a oggi, si è aggrovigliata sempre più rendendomi incapace di trovarne il capo perché è accaduto un fatto capace di scuotermi, ma s’inizi dal principio.
La sera del sette ero nel letto accanto al mio ragazzo e, tra noi, il computer trasmetteva un film, toccava a me quella sera scegliere ed ero felice di poter condividere con Marco una delle tante “pellicole” (mi lascerai passare il termine lettore o lettrice?) che avevo visto e rivisito ma di cui mai mi sentirei stanca. Solita routine, film alle otto, pausa per le nove e poi si riprende fino alla fine ma, quella serata, non avrebbe mai avuto fine e l’intervallo si sarebbe trasformato in un vivido attacco di panico e nel pensiero ricorrente: “Devo tornare a casa”.
Ad aver scosso così profondamente i miei nervi è stata la bozza di un decreto, dove si elencavano le città che sarebbero rientrate nella nuova area rossa e lì, grassetto su bianco, spiccava Parma. Col telefono nelle mani tremanti, dalla stanza da letto, mi sposto in cucina, dove il mio ragazzo era andato a prendersi dell’acqua e gli comunico la notizia e il pensiero martellante si mutò in parole ripetute non so più quante volte quella fatidica sera. E qui, lettore o lettrice, mi fermo per una parentesi, io sono una studentessa fuori sede, pugliese di origine e trasferitami a Parma per frequentare gli ultimi due anni universitari, ma quella sera ero da Marco che vive nel “Paese delle Rane” (un piccolo comune vicino la grande città), ora ti chiedo qual è la casa cui tanto agognavo tornare?
Ci hai pensato? Bene allora ora posso continuare la mia storia. È a Parma che pensavo di voler tornare, per rivedere le mura del mio monolocale e tutti i suoi oggetti che raccontano la mia nuova vita qui al Nord. Prendere un treno era fuori discussione, il solo pensiero della possibile ressa alla stazione, della gente con cui sarei venuta a contatto, di quel che avrei potuto portare con me a Cisternino oltre la mia valigia semplicemente mi spaventava. Allora, come detto sopra, dopo un deciso attacco di panico, ho capito che è lì che sarei rimasta, nel “Paese delle Rane”, ma non senza aver tentato di raggiungere la mia casa prima.
Ti dico già che il monolocale l’ho rivisto quella sera, che armadio, bagno e frigo sono stati svuotati del necessario che mi poteva occorrere nella nuova sistemazione, oltre che dei testi di studio, qui mi dirai che sono folle lettore o lettrice, ma è stata la prima cosa su cui mi sono fiondata entrando dalla porta lasciata spalancata mentre, in strada, mio suocero attendeva paziente vicino l’auto lasciata in divieto di sosta. Eppure, sentirei di farti un torto a saltare il viaggio in macchina perché è stato quello il momento più doloroso e, anche solo a pensarci ora mentre scrivo, mi tramano le mani e mi scende qualche lacrima.
Con una fermezza che in quell’istante non avevo, ho chiamato mio padre, gli ho fatto mettere il telefono in vivavoce così che anche mia madre potesse ascoltare, ma loro sapevano già che la zona gialla era diventata rossa. Ho preso un respiro e ho ingenuamente pensato che spiegargli la mia decisione di restare e non partire avrebbe avuto un esito positivo, che si sarebbero complimentati per la scelta secondo me razionale, mai errore fu più duro da sopportare, un’ondata di recriminazioni si riversò su di me dall’altro lato della cornetta e la telefona si terminò con: “Te lo sei meritato”.
Ora, lettore o lettrice, è così sbagliato decidere di voler spiccare il volo e vivere la propria vita? O ancora meglio, è così sbagliato essere pronti a far del bene agli altri in qualsiasi momento e circostanza? Perché non ho deciso di restare qua come atto egoistico, ho pensato a loro, alla mia mamma e a mio nonno entrambi con seri problemi di salute e, al solo pensiero di scendere, mi sono vista come la Nera Mietitrice.
Il dolore di quelle parole non è ancora svanito, e sanno le mura di questa mia nuova casa temporanea le lacrime che ho versato e continuo a versare, fanno più male quelle parole dette da chi dovrebbe esserti sempre vicino che questo stato di cose attuali. E, nonostante il pianto non si fermi mentre scrivo queste ultime righe e le mani non smettono di tremare, oggi sento di non essermi sbagliata a voler restare, di non essere quella figlia degenere ed egoista che ho pensato fossi diventata in questi pochi giorni. Il virus è arrivato anche a Cisternino, questo è l’evento che mi ha spinto a scrivere queste parole, poiché viviamo in uno stato d’incertezza, dovremmo soltanto poter contare gli uni sugli altri sempre, per quanto difficile possa essere e, questa stasera, chiamerò i miei genitori, ma da parte non ci saranno recriminazione come lo è stato da loro, semplicemente gli racconterò delle mie giornate qui nel “Paese delle Rane”.
sono giorni fuori da ogni comprensione. L’ultimo baluardo del nostro equilibrio mentale – lo leggo – è situato nei continui richiami alla responsabilità e al senso civico.
Uno degli aspetti più strani da decifrare per me sono le tempistiche: il mio richiamo alla responsabilità sui social era arrivato già mercoledì scorso, nelle vostre condivisioni invece, nelle ultime 48 ore.
Perché? C’è una percezione ritardata del fenomeno fra nord e sud. Quando il 24 febbraio è arrivata comunicazione della chiusura dell’Università, è crollato l’intero assetto della mia semplice vita a Parma: niente lezioni, niente colleghi, niente caffè, niente biblioteca o palestra. La paura mi ha fatto aggiungere all’elenco pub e uscite con amici.
Ho scelto in autonomia di limitare la mia vita sociale, ho dato fondo alla dispensa, ho smesso di prendere i bus. Le mie coinquiline hanno subito lasciato il nostro appartamento per tornare a casa e come alcuni di voi sanno, ho smesso di avere chiunque intorno.
Nelle due settimane successive sono stata due volte al parco sotto casa quando c’era il sole e una volta al supermercato quando avevo finito il tonno e le verdure.
Ho resistito abbastanza facilmente fino a pochi giorni fa, quando la prospettiva del ritorno alla normalità è svanito.
Avevo programmato tempo addietro il mio rientro in Sicilia per il 15 marzo e quello a Parma il lunedì successivo (23). Ryanair ha cancellato quest’ultimo volo. Qualcosa ha iniziato a scuotermi, non mi sentivo più padrona di niente e la tensione si ripercuoteva tutta sulla schiena. Dolori, torcicollo, mal di testa. Sono entrata in un loop di ansia e paura, mi aggrappavo solo alla consapevolezza che sarei stata presto con la mia famiglia, almeno, potevo litigare con qualcuno.
Così ho deciso di anticipare il mio volo a domenica 8 marzo. Ho chiesto a mia madre di lasciare un bagno solo per me e una stanza. Avremmo circoscritto la mia presenza in casa. E avrei osservato un altro periodo di auto isolamento. Bene. Almeno ci sarò per la laurea di Anna. Almeno, andrò sulla 113 fino alla Valtur. Almeno… questo era il tenore dei miei pensieri.
Sabato 7 marzo intorno alle 21 il castello di carta che avevo messo in piedi per sopravvivere a questa subdolo male, è andato in frantumi.
Il telefono scoppiava di notifiche e a mala pena sono riuscita a capire che entro poche ore sarei rimasta in trappola. Parma zona rossa.
Nessuno entra, nessuno esce.
Ho sentito le mura delle casa stringersi attorno a me, gli odori farsi nauseanti, la banalità dei piccoli gesti impossibili.
Ma c’era ancora un modo: scappare.
Sbagliato. Scorretto.
Vi vedo, vi leggo, vi comprendo. Sapevo tutto alla perfezione sulle norme perché in caso di pericolo, sarei stata sola. Ero sola da settimane e questo mi ha obbligata a rimanere salda e lucida. Dovevo bastare a me stessa in caso fosse accaduto qualcosa. Qualcun altro può dire lo stesso? C’è qualcuno di voi che può comprendere questo esatto scenario?
Sì. Sono gli stronzi che sono saltati sui treni.
Sono io.
Alle 21.45 ero su un treno in direzione Bologna. Mi hanno accolta parenti di parenti.
Dovevo prendere quel volo.
Ieri mattina il nostro Presidente Musumeci a cui rinnovo la mia stima per il modo in cui sta gestendo la situazione, ha deliberato la quarantena per chiunque tornasse da zone a rischio.
Ieri sera, dopo un lungo pomeriggio di tristezza, paura, senso di colpa, appena si è formata ai miei occhi la prima costa siciliana visibile dall’aereo, ho pianto.
Sul marciapiede dell’aeroporto ho chiamato il dott. Musotto, poi Magda.
Mi hanno ringraziato per la responsabilità.
Mia sorella mi ha consegnato le chiavi della sua auto, lei è salita nell’altra con mio padre che mi salutava da lontano.
Ho indossato dei guanti in lattice prima di toccare il volante.
Ho guidato in lacrime fino a Finale.
Mi trovo in un appartamento che i miei hanno predisposto appositamente.
Mio padre ha qualche problema respiratorio, mio fratello è asmatico. Non avevo pensato a questo finché qualcun altro non mi ci ha fatto riflettere.
Non mi hanno mai detto di non tornare, ma hanno rinunciato ad abbracciarmi perché sanno che così va fatto.
Come mi sento non conta. Farò la mia quarantena in stanze vista mare, nei miei luoghi sacri.
Ho letto i post più sprezzanti in queste ore, non voglio dare adito a questi superflui commenti. Così come non cerco giustificazione: sono scappata e poi mi sono autodenunciata.
Non fa ridere?
Dunque le mie prigioni hanno cambiato mura, ma ora si intravede benissimo una fine.
Quello che non sappiamo invece è che volto ha l’infetto.
Beh, non del tutto: forse potrò dirmi pulita fra 14 giorni da questa storia. Ma sarà stato assolutamente vano se nel frattempo i contagi si innescano anche in Sicilia.
Voi che potete ancora non rimanere soli, preservatevi altrettanto.
Mi dispiace molto per tutto.
Posso unirmi all’appello di chi chiede – certamente preoccupato per l’inevitabile collasso del nostro insufficiente per quanto dignitoso sistema sanitario – di restare fermi, lontani, rinchiusi. Posso chiedere di fare come me che ho infilato i miei vestiti in un sacco nero e l’ho lasciato dietro la porta.
Quella santa donna di mia madre lo ritirerà in cambio di un piatto di lenticchie calde.
Non è così male, a volte. A volte invece, è terribile, perché non ti ricordi più come ci sei finito dentro e ti senti spezzato, triste, impotente e piccolo.
I vostri toni duri sono schiaffi, per me che sono da questa parte.
Non è la quarantena a farmi paura adesso, ma il rigetto.
L’accusa mossa di non amare la mia terra, il mio paese.
Non ho morale finale. Se c’è non l’ho capita, ma una consolazione la vedo: stavolta ci siamo accorti della nostra fallibilità.
Come singolo, come società, come istituzioni… i nostri limiti sono tangibili. E se non altro, può essere un punto per ripartire, presto.
Sto bene, resto lucida e forte, ma era giusto dare spazio al mio dolore.
C’è un pontile nel palazzo accanto e muratori appesi che quasi potrebbero saltare in casa. Mi affaccerò dopo le quattro magari, quando se ne andranno.
Se attaccano trapano, m’incazzo eh.
Dalle mie prigioni alle mie ossessioni è un attimo.
«Ma dai, non esci di casa, che ridere!» ho ancora queste frasi salvate in quelle chat, le ricordo come fossero ieri, taglienti e affilate come le lame di una sciabola.
Mi hanno fatta sentire esagerata, perversa e senza coraggio. Sì, lo ammetto, ho avuto paura e ho sentito i brividi di freddo lungo la schiena, ero scoperchiata dentro ad una realtà per me nuova e senza labili confini.
A Parma, a fine febbraio, mi sono premurata di mettere per un momento in stand-by la mia vita, dolente o nolente, non avevo scelte e dovevo quindi iniziare a modificare il mio stile di vita, non mi servivano dieci regole scritte da parte dei nostri eloquenti politici per comportarmi in maniera raziocinante.
Non sono uscita per giorni e quando ho dovuto farlo ero costretta perché i beni di prima necessità a casa mia non arrivavano da soli con le ali, una toccata e fuga in quei supermercati semi deserti e con l’igienizzante che oramai era diventato una parte del mio corpo.
Pensate, ho persino parlato con i muri di casa mia. Pazzesco!
La città parmigiana nel mentre non registrava casi assai significativi, poco più di una decina, ma io pessimista e negativa quale sono mi aspettavo un boom improvviso di infetti.
«Sei ancora in tempo Valentina, prendi un aereo e così starai con la tua famiglia» è ciò che mi ripeteva quella parte di coscienza fragile e desiderosa di nuove luci.
Così ho fatto, ho preso un volo per Cagliari da più di una settimana e sono arrivata a casa mia. Sarò stata incosciente, debole anche, ma la situazione era ancora stabile e non potevo addossarmi colpe e responsabilità per un qualcosa che ancora non era sfociato del tutto.
Qui, sono uscita, sono andata al supermercato rispettando il metro di sicurezza, non ho frequentato posti affollati, sono andata a tagliare i capelli per ricevere una coccola in più e le mie amiche, Elisa, Martina e Silvia, mi hanno dimostrato ancora di più quanto grande sia la nostra amicizia invadendomi di abbracci e baci; addirittura una di loro mi ha fatto prendere in braccio suo figlio di soli cinque mesi.
Ho incontrato anche qualche parente, previo accordo telefonico, e nessuno si è posto il problema del contatto fisico, io in primis; il problema non sussisteva non presentando alcun sintomo e avendo contattato chi di dovere per spiegare tutto il mio iter mi è stato raccomandato di continuare a svolgere le normali attività con il buon senso, come già facevo, e di combattere solo contro l’ignoranza del mondo circostante, perché «il virus non l’hai portato tu e se lo riscontrerai sarà qui che l’avrai preso e non nella tua città di adozione, le persone devono saper calcolare i tempi».
Quindi, solo una cosa, rispetto all’inizio, stava cambiando. Le persone che mi deridevano, adesso, mi classificano come una potenziale untrice, non curanti del fatto che Parma sia diventata zona rossa solo dalla tarda sera di sabato.
Voglio chiedervi questo: avevate bisogno di un decreto per scatenare le vostre ire funeste?
Andate alla ricerca disperata di un capro espiatorio, deridete e calunniate per sentirvi sicuri e persone migliori di altri, ma qui, in questo istante, nessuno è più bravo di nessuno, se non tutto il personale ospedaliero che ogni giorno lotta e magari piange in silenzio, estenuati dalle grosse responsabilità che si trovano a fronteggiare.
Mi preme sottolineare questo non solo per me, ma anche per tutti quei colleghi e amici che stanno vivendo una situazione uguale alla mia, mi sento di denunciarlo e scriverlo perché siamo vittime di un’ingiustizia.
Quando voi eravate al mare a fare aperitivo in mezzo alla folla, quando parlavate di rimedi a base di mirto e ancora quando nel vostro telefono la prima emoji era quella sorridente, la maggior parte di noi, a Parma e non solo, ha lasciato le strade deserte con tanta sofferenza nel cuore.
Cosa potevate saperne e capirne, non lo stavate vivendo in prima persona e vi faceva comodo parlare con serenità e pacatezza.
Il virus cammina piano piano e in silenzio, sfortunatamente, arriva anche in Sardegna e così avete deciso di mostrarvi per ciò che siete realmente, avete indossato la toga e le vostre abilità scrittorie di giudici supremi si sono riversate nell’unico canale pubblico, che fortunatamente, vi è concesso: il tribunale facebookiano.
La gogna mediatica è ciò che si meritano ragazzi diciottenni alla loro prima esperienza da fuori sede lontano dagli affetti più cari, l’augurio che il coronavirus conquisti il nostro corpo è la giusta punizione che noi, vostri schifosi conterranei, ci meritiamo, ci state dando in pasto ai social facendoci sentire responsabili del male limitrofo. «Io avrei fatto così», «non avrei preso quel treno», bla bla bla, nelle situazioni ci devi essere dentro fino in fondo, devi viverle sulla tua pelle per poter dire cosa avresti fatto o meno. Io sto zitta, non lo so cosa avrei fatto nel momento in cui un governo incompetente fa trapelare la bozza di un decreto o che pochi giorni prima invitava la nazione a vivere come se niente di grave stesse capitando.
Tutti abbiamo sbagliato, con tempistiche diverse e con comportamenti sconsiderati. Un giorno, ognuno di noi, farà i conti con la propria coscienza e non ci sarà punizione peggiore di questa.
Tacete ora senza farci sentire untori malcapitati, non pensate che vivere in un Paese democratico significhi automaticamente essere liberi di esprimere le proprie sporche opinioni su quei canali web che vi fanno da scudo.
Intorno a voi ci sono persone e anime fragili, è perciò fondamentale pensare accuratamente quando si affrontano certi argomenti.
Ieri mi sono ritrovata a piangere, urlare e strillare tra le braccia di mio padre perché mi sono stati fatti dei rimproveri infondati, ho letto stati, quasi sicuramente indirizzati a me, pieni di odio, ma sappiate che io non porterò mai rancore per la violenza verbale che state facendo a me, anzi un giorno quando tutto questo passerà vi vorrò anche abbracciare.
Voi stessi vi ricorderete quando lanciavate, insieme alle istituzioni, gli hashtag #cagliarinonsiferma, #milanononsiferma, #torinononsiferma, #parmanonsiferma e farete a pugni con le vostre consapevolezze anche per questo.
Fermatevi, siete in tempo affinché non vi convertiate del tutto in carnefici di un qualcosa di cui ancora non si è parlato accuratamente: il supporto psicologico di cui alcuni di noi avranno bisogno alla fine di questo delirio.
Mi metterò per un’altra settimana in auto quarantena, non per chi mi accusa e mi addita come una stronza sconsiderata, ma per dimostrare a me stessa che sono forte e che le misure che avevo iniziato a adottare settimane fa, mentre dal sud ignoravano che proprio in quel momento stavano impennando vertiginosamente i contagi, devono essere rafforzate ulteriormente.
Sono certa e sicura che se queste regole fossero state prese due settimane fa probabilmente non ci sarebbero state folle nei supermercati e le resse nei treni.
In futuro, non mi sentirò così insensibile da condannare qualcuno, la cattiveria non fa parte di me, per questo dico che la rabbia sul web non fa altro che aumentare la divisione e l’abominio. Sono stati tutti comportamenti umani e come tali vanno almeno compresi.
Ogni giorno rischiamo le nostre vite, ci odiamo e puntiamo il dito contro il prossimo, evitiamo di creare un’ulteriore guerriglia tra impotenti.
È sorta la buona occasione per amarsi di più, vacciniamoci di affetto e vicinanza, rispettando sempre il metro di distanza!
Si dice che ci si rende conto di quello che si ha solo quando lo si perde, chissà quante volte abbiamo sentito pronunciare questa frase, eppure sono convinta che mai nessuno le ha dato la giusta importanza. Perché? Beh perché quando le cose vanno bene, quando non si hanno problemi, anche quando si sente parlare di un virus a chilometri di distanza da noi, non si pensa mai a quanto sia preziosa la vita e tutto ciò che ne fa parte.
Fino a due settimane fa era tutto normale, per noi studenti erano gli ultimi giorni di esami e i primi di lezione, alcuni non erano ancora pronti o forse non avevano voglia di tornare sui banchi universitari, altri invece ne erano entusiasti, in ogni caso nel giro di 72 ore circa la nostra routine è iniziata a cambiare. È arrivata la prima mail del rettore che ci informava sulla sospensione delle attività didattiche, poi la seconda, la terza, siamo arrivati ad un punto in cui paradossalmente ci preoccupiamo se non ci arrivano mail. È cosi la nostra normalità, senza neanche rendercene conto, è venuta meno di giorno in giorno: niente università, niente tirocinio, le uscite sono iniziate a diminuire e il tragitto, fino a poco tempo prima odiato, casa supermercato – supermercato casa, per forza di cose è diventato il preferito, il nostro stretto necessario.
Ma poi La domanda: tornare a casa o restare a Parma?
Per giorni il dilemma è stato questo, molti non ci hanno pensato un attimo, hanno fatto le valige e in men che non si dica sono partiti. Avrei potuto fare lo stesso e poi diciamoci la verità, chi non vorrebbe tornare dalla propria famiglia in un momento come questo? In più sono anche sola a casa, le mie coinquiline sono via,una ragione in più. Invece no, mi sono seduta e ho provato a ragionare. Ho pensato ai miei genitori, loro mi hanno insegnato a riflettere prima di prendere qualunque decisione, a mantenere la calma e soprattutto a rispettare le regole.
Sì è vero, Parma è stata dichiarata zona rossa soltanto ieri, 7 marzo 2020, ma tornando a casa avrei infranto le regole, sarei venuta meno agli insegnamenti dei miei genitori, avrei potuto mettere in pericolo un intero paese. Come se non bastasse sappiamo lo stato in cui versa la sanità al Sud, non si tratta di malasanità, piuttosto di mancanza di infrastrutture sanitarie che non riuscirebbero a fronteggiare una situazione simile.
Non avrò colto l’attimo, come direbbe Orazio, non avrò seguito il cuore, molti lo vedranno come un sacrificio, per me invece è stata ed è una scelta.
Scocca la mezzanotte, è l’8 marzo. Squilla il telefono, un messaggio.
“Amore… Hanno chiuso le province… Scusa, non so se hai letto…”
Un messaggio che arriva dalla provincia di Padova, una zona che stanotte si è colorata tutta di rosso. Venezia, Treviso, Vercelli, Verbano-Cusio-Ossola, Novara, Asti, Alessandria, Pesaro e Urbino, Rimini, Modena, Parma, Piacenza, Reggio Emilia e tutta la regione della Lombardia.
Nella mattinata di venerdì 21 febbraio sono scappata involontariamente da Parma. Con il mio solito scetticismo, non mi sono preoccupata troppo della situazione, che invece è scoppiata nelle ore successive. Non c’erano ancora casi in Veneto quando sono salita in macchina per tornare a Vicenza. Nel bagagliaio c’era una piccola valigia con lo stretto necessario per il weekend, perché ero convinta che sarei tornata lunedì per le lezioni all’università. Invece, da più di due settimane stiamo assistendo alla crescita del contagio, alla scelta di adottare misure drastiche ma necessarie.
Avevo paura di aver portato il virus ai miei familiari: mi sono chiusa in camera e mia madre mi ha convinta ad uscire dopo mezza giornata. Tutti mi hanno tenuta scherzosamente d’occhio per i giorni successivi, ma rassicurata con amore.
La chat con le coinquiline si è riempita di messaggi, perché il nostro unico desiderio di ritrovarci nella nostra amata Parma è svanito. La casa dove è nata la nostra amicizia per un po’ sarà vuota. Sono in due ad essere in zone rosse. Ognuna racconta i suoi timori, ma ogni tanto qualche discorso riporta la leggerezza, come se fossimo tutte di nuovo nella cucina della nostra casa di Parma a ridere e scherzare. Lo stesso con colleghi e amici: conoscere nuove persone vuol dire anche dover accettare nuove distanze.
Il mio pensiero va a chi non può tornare a casa, a chi non può spostarsi da dove è, a chi non può incontrarsi. A chi è da solo in questo momento difficile. Per un po’ non basterà il metro di distanza, dovremo mettere un po’ di km tra le nostre vite. Mi immagino i protagonisti del murales di Tvboy, realizzato a Milano: i due protagonisti de “Il bacio” di F. Hayez forse non potranno vedersi fino alla fine dell’emergenza. Amuchina e mascherine non basteranno, metteranno un metro tra di loro e per un po’ non ci sarà nessun contagioso abbraccio.
Ma #italianonsiferma, prende delle (si spera giuste) precauzioni. Un appello alla responsabilità di ognuno, alla bontà e alla solidarietà di tutti a resistere evitando ogni altra follia, perché già troppi avvenimenti hanno contrassegnato le ultime settimane. Questo non solo per chi subisce le decisioni del governo, ed è costretto a vivere in situazioni difficili, ma anche a chi deve comunicare i cambiamenti che avvengono nell’arco di poche ore e mi riferisco ai giornalisti. In queste settimane ho capito di aver intrapreso un percorso difficile. È cresciuta la stima verso chi non ha provocato panico e allarmismo, a chi si attiene ai fatti, ai dati, alle fonti. Stanotte il caos di Milano è stato provocato dalla bozza del nuovo decreto. Ripeto, la bozza. L’amore, in tutte le sue molteplici forme, è messo a dura prova ai tempi del coronavirus.
Parma è in zona rossa. Più correttamente: la provincia di Parma è fra le 14 province indicate dal nuovo decreto emanato dal governo stanotte. Decreto che limita fortemente la possibilità di movimento nelle zone indicate. Tuttavia è innegabile che da giorni ormai la città è in continuo mutamento per via della diffusione del virus e una misura del genere era prevedibile. Sono sicuro che a tanti, come me, cominciano a mancare cose a cui prima non si era dato rilievo, forse perché l’abitudine è la prima maschera della vita.
Mi manca il caffè scanente delle macchinette anche se da anni dico che fa schifo. Mi manca la corsa per trovare posto in biblioteche affollate da noi e dai nostri finti silenzi, il chiacchiericcio incessante e quelle occhiate che ci lanciamo quando vogliamo studiare, o vogliamo un altro caffè. Ora immagino le biblioteche nel loro assoluto, assordante, vuoto rumore di nulla. Senza occhi che si incrociano, senza gente che sussurra, solo la polvere che si posa sui libri. Mi manca perfino la folla nell’osteria che abitualmente frequento, la stessa folla che maledicevo ogni weekend perché poi, troppa fila al bancone. Quello che non mi manca, ma che invece è come se avesse trovato nuova linfa, è il mio osservare. Osservare come il mondo in cui vivo sta cambiando sotto il peso di questa emergenza: dal barista costretto ad aprire solo il sabato perché in giro non c’è nessuno, a medici e infermieri che fanno ore di lavoro impossibili, al docente che tramite una piattaforma virtuale consola e sprona i suoi studenti, al ristoratore costretto a dimezzare i posti a sedere. A tutti quei genitori del sud (compresi i miei) in ansia, che vorrebbero abbracciare i loro figli costretti al nord ma non possono. Osservo gli irresponsabili che affollano le stazioni per scappare, non dal virus ma dalla paura di ritrovarsi isolati senza più un’abitudine con cui mascherare la loro vita.
Da studente di giornalismo osservo anche il mondo dell’informazione, di come i media stanno affrontando l’emergenza. Dai toni allarmistici delle prime settimane all’invito alla calma, all’incessante lavoro di aggiornamento sui nuovi casi, sui focolai. I racconti delle persone in quarantena nei paesi ormai fantasma del lodigiano. Del perverso rapporto fra politica e informazione, osservo le dichiarazione dei leader, le sterili strumentalizzazioni di partito e il lavoro del governo. Spulcio il mosaico social che mi si proietta dal cellulare. Osservo le testate fare a gara sul tempo e sulle notizie, i titoli urlanti e la caccia al lettore in un mondo dove l’informazione/merce e il lettore/consumatore sono più importanti della verità, della maturità di una notizia, della correttezza.
Quando ieri sera ha cominciato a girare una bozza non definitiva del decreto approvato stanotte, ho avuto paura della velocità con cui la notizia – non ancora matura – ha cominciato a rimbalzare fra le maggiori testate italiane. Paura e sconforto. Perché in una situazione così delicata come quella attuale, il giornalismo ha il dovere morale ed etico di informare la cittadinanza in modo corretto, senza provocare allarmismi ma cercando di unire la popolazione, soprattutto di fronte questo tipo di emergenza in cui sono richiesti collaborazione e sforzo collettivo per impedire una maggiore diffusione del virus. E invece, la fretta, i titoloni, la paura di “bucare” la notizia hanno avuto come effetto, deleterio, il diffondere un testo non ancora approvato e di provocare il panico fra i lettori, i cittadini, nonché il concreto rischio di vanificare gli sforzi del Governo. Ci ritroviamo a combattere un virus dall’estrema facilità di contagio e l’intercity notte che da Milano, poche ore prima di un decreto che limita la mobilità per necessità di contenimento, percorre tutta l’Italia pieno di gente che scappa al sud. Ed è allora giusta la rabbia del primo ministro contro la diffusione della bozza, e hanno fatto bene il Post e Valigia blu che con professionalità e correttezza hanno atteso l’ufficialità del documento prima di scrivere articoli, titoli e commenti. Gli unici raggi di luce in un mondo dell’informazione sempre più buio, l’unico appiglio di speranza per questa professione: tutte le altre testate italiane stanno contando i click e le views di ieri sera mentre probabilmente Covid-19 è spasso su un intercity e il giornalismo, che già da anni zoppica, rischia di ritrovarsi senza la fiducia di chi i giornali li consuma e soprattutto, di chi questa professione la sta studiando e spera di praticarla, un giorno.